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venerdì 19 dicembre 2008

Africa: la rivoluzione di Nerica


Grazie al Nerica, acronimo di “New Rice for Africa” (nuovo riso per l'Africa), ridurre la fame e la povertà e risparmiare 79 milioni di euro l’anno in importazioni, che soddisfano oltre il 45% del fabbisogno di riso del continente africano, è un obiettivo possibile! È quanto ha detto il presidente nigeriano, Olusegun Obasanjo, in un messaggio letto dal segretario di governo Ufot Ekaette in apertura della sessione straordinaria del Consiglio dell’Associazione di Ricerca Intergovernativa (Warda) nella capitale Abuja.

Ideato nel 1996 dal Dr. Monty Jones, uno scienziato sierraleonese, il Nerica nasce dalla combinazione di due varietà di riso (quella asiatica più prolifica e quella africana più resistente a climi e suoli aridi) ottenuta grazie a biotecnologie naturali (incroci e selezioni) e senza utilizzare procedimenti di mutazione a livello genetico. Un riso nato in Africa che si è adattato perfettamente al clima della regione sub-sahariana dove l’irrigazione è particolarmente difficile.

I ricercatori ivoriani lo chiamano “il riso prodigioso” perché non solo produce dal 25% al 50% in più rispetto al riso tradizionale ma resiste anche a siccità, malattie tropicali e parassiti, oltre ad essere particolarmente gradito ai consumatori per il suo gustoso sapore.

Considerato l’enorme potenziale del Nerica, il presidente nigeriano ha esortato i ricercatori a impegnarsi per incrementare la produzione di riso, contribuendo così a raggiungere il 1 degli 8 obiettivi del millennio (MDG), volto a dimezzare la fame e ridurre la povertà, salvaguardando al contempo le risorse naturali, compresa la biodiversità. Nel suo messaggio ha inoltre ricordato che «la produzione non soddisfa il consumo e i costi delle importazioni sono divenuti davvero insostenbili ma il Nerica potrebbe essere una risposta a problemi economici, sociali e umanitari».

Insomma, le proprietà e le potenzialità di questo “riso prodigioso” sembrano sinceramente sorprendenti ed esiste la concreta possibilità che il Nerica possa cambiare in meglio la vita di milioni di persone.

Il sito web “Peace Reporter” aveva pubblicato già nel 2004 un interessante articolo di Pablo Trincia intitolato “La rivoluzione del riso. Vi consiglio di leggerlo, sono ceto che lo troverete davvero molto interessante.

Per oggi è tutto. Vi ringrazio per di cuore per l’affetto che continuate a dimostrare verso questo nostro piccolo Blog e vi do appuntamento a presto per discutere insieme di un nuovo argomento!

GuruKonK



Fonti: sito web di “Volontariato Internazionale per lo Sviluppo” e di “Peace Reporter”.



Nell’immagine: due ricercatori africani in un campo di “Nerica”.

giovedì 11 dicembre 2008

CCPI '09: nessun vincitore


Il 2012 si avvicina, e con esso si allontana sempre più la speranza di centrare gli obiettivi del “Protocollo di Kyoto”. Ad accertarlo è il “Climate Change Performance Index” (CCPI) del “German Watch” che classifica annualmente i 57 paesi maggiori produttori di CO2, ovvero quelle nazioni che insieme producono il 90% delle emissioni inquinanti. Quest’anno, per la prima volta dalla sua istituzione, il podio dell’indice rimane vuoto e questo perché, secondo le valutazioni del “German Watch”, nessuna nazione è ancora riuscita a imboccare la strada giusta per mantenere l’aumento della temperatura terrestre sotto i 2 gradi entro il 2050 rispetto ai livelli registrati nel 1990.

Non hanno quindi da gioire Svezia, Germania e Francia, piazzatesi rispettivamente al quarto, quinto e sesto posto, ma sicuramente hanno davvero da piangere gli ormai storici fanalini di coda: Stati Uniti, Canada e Arabia Saudita. Se infatti le prime della classe fanno molto, ma non abbastanza, il dramma di chi sta in fondo alla classifica è che non solo non hanno fatto nulla, ma sembrano non avere intenzione di fare niente neppure in un futuro prossimo, pur avendone tutte le possibilità e soprattutto le necessità.

Il giudizio sulla politica climatica messa in atto dalle singole nazioni risulta, infatti, uno dei 3 parametri utilizzati nella compilazione della classifica, ed è così che la Repubblica Koreana (grazie ad una politica sempre più attenta all’ambiente) passa dal 53esimo posto dell’anno scorso al 41esimo di quest’anno, tre posti sopra l’Italia...

Già, purtroppo l’Italia si trova nella parte medio bassa della classifica, in una zona divenuto purtroppo usuale; infatti il 44esimo posto di quest’anno equivale al 41esimo dell’anno scorso, se teniamo conto del podio vuoto che ha fatto scivolare ogni nazione in basso di 3 posizioni.

Teniamo!”, potrebbe dire qualche inguaribile ottimista, “coliamo sempre più a picco” si potrebbe invece affermare considerando l’andamento degli ultimi tre anni in cui l’Italia ha perso ben 13 posizioni.

Secondo molti esperti internazionali tutto ciò era inevitabile. Lo stato italiano non ha mai messo mano alla costruzione di una politica ambientale organica capace di incidere a qualunque livello sulle emissioni di CO2 prodotte nel paese e questo si riscontra in maniera evidente nelle valutazioni del “German Watch” in cui il giudizio sulla politica climatica è il più basso insieme a quello di Stati Uniti e del Canada; persino stati africani come Marocco (20° in classifica generale) e Algeria (26°), o mediorientali come l’Iran (39°), hanno politiche climatiche più efficaci, ma prima di tutto hanno una politica climatica. Esatto: l’Italia non ce l’ha ancora.

Sempre secondo gli esperti, le cose potrebbero pure peggiorare. La staticità della posizione italiana nella classifica 2009. è dovuta infatti alle pochissime misure ambientali adottate in questi anni. Tra queste il “conto energia per il fotovoltaico” (grazie al quale il cittadino che decide di installare pannelli solari viene rimborsato del suo investimento) e gli incentivi del 55% per l’efficienza energetica degli immobili.

Purtroppo le dichiarazioni di questi giorni del ministro dell’economia Giulio Tremonti, ci fanno chiaramente capire che queste isolate disposizioni saranno molto probabilmente rimosse già a partire dal prossimo anno!

Non fosse sufficiente, ci ha pensato il premier Berlusconi a polemizzare e minacciare veti (solo politici, dato che il diritto di veto non è di pertinenza del Primo Ministro...) sull’approvazione del pacchetto clima europeo “20-20-20, aiutandoci a capire ancora più chiaramente l’orizzonte culturale in cui l’Italia si muove rispetto al clima.

Indipendentemente da come si risolverà la questione, pare infatti evidente come ancora una volta l’Italia si dimostri scarsamente lungimirante, preferendo la protezione di interessi economici particolari (che tra l’altro saranno tutti da valutare!) rispetto ad un tema centrale per l’ambiente e l’economia, come quello della lotta al riscaldamento climatico.

Di questo passo saranno sufficienti 3 o 4 anni a portare l’Italia nei bassissimi fondi del “CCPI”. Serve un radicale cambio di rotta, e serve subito.

Prima di concludere vi segnalo il link con il quale accedere al “Climate Change Performance Index 2009”. Alla pagina 6 potrete accedere alla classifica, dagli stati più virtuosi (come Svezia, Germania, Francia e India) agli stati più viziosi (come Kazakhstan, USA, Canada e Arabia Saudita). Di seguito troverete inserito anche un link per poter visionare l’ormai fantomatico “Protocollo di Kyoto”.

- Rapporto 2009 “CCPI” (formato PDF)

- Protocollo di Kyoto (in italiano, formato PDF)


Vi ringrazio di cuore per l’attenzione che avete anche oggi dedicato a questo Blog e vi do appuntamento a presto per un nuovo tema da affrontare insieme.

Con affetto, GuruKonK.



Fonti: sito web di “Quale Energia”, sito web del “Ministero dell’economia” e sito web di “Terranauta” (in particolare l’ottimo Post scritto da A.Boretti).



Nell’immagine: una splendida visione del nostro pianeta.

domenica 23 novembre 2008

Auto barbariche e Silvio-Nerone


Siamo di colpo nell'Antica Roma. I “nuovi barbari del clima” alla guida di tre automobili tedesche hanno invaso il Circo Massimo. A fargli strada un Berlusconi nei panni di un “nuovo Nerone”. Ma i cittadini del popolo romano sbarrano la strada agli invasori con due grandi striscioni: “Quo vadis, Berlusconi?” (Dove vai Berlusconi?) e “Vade retro CO2! Inquinatores non prevalebunt” (Vai indietro CO2. Gli inquinatori non prevarranno). Sono circa quaranta gli attivisti di Greenpeace coinvolti in questa spettacolare azione.

È la protesta di Greenpeace contro il Governo Berlusconi, che affianca le case automobilistiche tedesche nell'indebolire il primo regolamento europeo per la riduzione delle emissioni di CO2 (anidride carbonica). Il Governo ha minacciato di bloccare l'intero “pacchetto energia e clima”, di cui il regolamento è parte integrante.

Il Circo Massimo è proprio il luogo dal quale, nel 64 d.c., si propagò l'incendio che distrusse Roma mentre Nerone (secondo alcune cronache dell’epoca) restava a guardare senza far nulla. E oggi “Silvio-Nerone” appoggia la lobby delle automobili, minando gli impegni per fermare il riscaldamento globale.

Mentre gli attivisti di Greenpeace protestavano al Circo Massimo contro Berlusconi e le auto tedesche dalle “emissioni barbariche”, si trova a passare sul posto proprio il Ministro dell'Ambiente: l’affascinante Stefania Prestigiacomo. È a bordo di una grossa Mercedes, uno dei marchi automobilistici con le più alte emissioni di CO2, e dichiara: “Il governo italiano non è contro il pacchetto energia ma per una diversa ripartizione degli sforzi”. Questo a parole, purtroppo i fatti raccontano tutta un’altra storia.

La proposta della Commissione europea prevede un obiettivo di riduzione delle emissioni di 130 g/km (grammi per ogni chilometro percorso) da raggiungere entro il 2012 e sanzioni pari a 20 € al grammo per ogni auto, che diventeranno 95 € nel 2015. La Commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha proposto un ulteriore obiettivo di 95 g/km da raggiungere entro il 2020.

Le case automobilistiche europee (guidate dalla potente lobby tedesca) hanno fatto enormi pressioni per indebolire decisamente gli obiettivi di riduzione. Se le loro richieste venissero accolte, potrebbero addirittura incrementare le loro emissioni a oltre 160 g/km entro il 2012. Nel 2015, le emissioni medie potrebbero essere ancora pari a 139 g/km, solo il 2 per cento meno rispetto ai trend attuali!

Eppure l'industria automobilistica italiana (in questo caso parlo della Fiat) è una delle case che presentano le minori emissioni medie di CO2, nonché la più vicina al raggiungimento degli obiettivi previsti dal regolamento! L'Italia deve puntare sull'efficienza nei consumi, valorizzando il vero vantaggio competitivo dell'industria automobilistica nazionale e ponendosi come esempio nella produzione di veicoli a basso impatto ambientale.

A mio parere si tratta di obiettivi più che ragionevoli. A titolo di esempio posso dirvi che il sottoscritto guida dal 2004 un’automobile francese, non un “bolide” ma un veicolo più che dignitoso, scelto perché produceva “solo” 98 grammi di CO2 al chilometro. Quello che voglio dire è che i traguardi preposti sono raggiungibili con un po’ di buona volontà; e che noi consumatori possiamo influenzare moltissimo il mercato, prediligendo quei veicoli che, a parità di prestazioni, immettono la minore quantità di CO2 rispetto alla concorrenza.

Vi ringrazio di cuore per aver dedicato la vostra attenzione a questo Post.

Un abbraccio e a presto, GuruKonK.



Fonte della notizia: sito web di “Greenpeace”.



Nell’immagine: Silvio Berlusconi nei panni dell’imperatore romano Nerone.

martedì 21 ottobre 2008

Clima: cambiamenti troppo rapidi


Nel 2007 il Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC), vincitore del premio Nobel per la pace di cui abbiamo parlato nel Post “La fine del Polo Nord”, ha pubblicato il suo quarto rapporto, un autorevole studio sulla conoscenza del riscaldamento globale che ha coinvolto circa 4.000 scienziati da più di 150 Paesi. Ma da allora la scienza del clima ha cominciato a produrre nuove ricerche. Il nuovo rapporto WWFClimate change: faster, stronger, sooner” (Cambiamento climatico: più veloce, più forte, più vicino) riassume questi nuovi dati scientifici e rivela che “il riscaldamento globale sta avanzando ben oltre le previsioni dell’IPCC”.

Lo studio è stato redatto con il supporto di esperti internazionali di climatologia tra cui Jean-Pascal van Ypersele, professore di climatologia e scienze ambientali all’Università cattolica di Lovanio (Belgio) e neo-eletto vice presidente dell’IPCC, che afferma: “È ormai chiaro che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto maggiore di quanto la maggior parte di noi scienziati avesse anticipato. Per questo è vitale che la risposta internazionale per il taglio delle emissioni (mitigazione) e l’adattamento sia più rapida e più ambiziosa. L’ultimo rapporto IPCC ha mostrato che i motivi di preoccupazione ora sono più forti e questo dovrebbe indurre l’Europa a impegnarsi perché l’aumento della temperatura globale sia ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale. Ma anche mantenendo il limite di 2 gradi centigradi, secondo l’IPCC è necessario comunque che i paesi sviluppati riducano le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990, mentre una riduzione del 20% risulterebbe insufficiente”.

Le più recenti ricerche scientifiche mostrano che l’Oceano Artico sta perdendo la calotta glaciale con un anticipo di 30 anni circa rispetto alle previsioni IPCC” sottolinea il WWF. “E ora si prevede che nel periodo estivo i ghiacci potrebbero sparire del tutto tra il 2013 e il 2040, un fatto che non si è mai verificato da più di un milione di anni ad oggi. Stando agli studi più recenti, nelle isole britanniche e nel Mare del Nord i cicloni estremi aumenteranno in numero e intensità, portando ad incrementare la velocità del vento e i danni legati alle tempeste sull’Europa occidentale e centrale. Il livello di ozono troposferico, che agisce come inquinante, potrà essere simile a quello registrato durante l’ondata di caldo del 2003, con aumenti maggiori in Inghilterra, Belgio, Germania e Francia. E anche la quantità massima di piogge annue aumenterà nella maggior parte d’Europa, con conseguenti rischi di inondazioni e danni economici”.

Gli ecosistemi marini nel Mare del Nord e nel Mar Baltico” prosegue l’associazione ambientalista “oggi sono esposti alle temperature più miti mai registrate da quando sono iniziate le misurazioni, mentre il Mediterraneo subirà periodi di siccità a lungo termine sempre più frequenti. I ghiacciai nelle Alpi svizzere continueranno a diminuire, con conseguenti drastiche riduzioni nella produzione di energia idroelettrica. A livello globale, si prevede che l’aumento del livello del mare sarà pari al doppio della previsione massima dell’IPCC, che stimava un aumento di 0,59 m entro la fine del secolo, con gravi rischi per ampie zone costiere. L’aumento delle temperature ha già comportato una riduzione nei raccolti di grano, mais e orzo in tutto il mondo”.

Se l’Unione europea vorrà essere considerata un leader nel decisivo summit dell’ONU a Copenhagen nel 2009, e se vuole contribuire alla nascita di un forte accordo globale per affrontare il cambiamento climatico dopo il 2012, deve smettere di sottrarsi alle proprie responsabilità e impegnarsi per una reale riduzione delle emissioni in Europa” afferma Tina Tin, climatologa e autrice del rapporto in esame. “Il WWF si appella alla UE perché adotti un target di riduzione delle emissioni di almeno il 30% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, riduzione da realizzare entro i confini dell’Europa invece che affidandosi pesantemente alle compensazioni per i progetti all’estero. L’associazione chiede anche all’UE di impegnarsi nel fornire un supporto e un sostegno economico sostanziali ai paesi in via di sviluppo, per aiutarli ad affrontare il cambiamento climatico in atto e adattarsi agli impatti che già oggi sono inevitabili”.

Il cambiamento climatico è una sfida prioritaria per il futuro dell’umanità, e questa lucida panoramica evidenzia quanto sia cruciale che i ministri dell’Ambiente UE (che in questi giorni discutono le normative europee contro il cambiamento climatico) si impegnino per un “pacchetto clima ed energia” forte e decisivo, in grado di assicurarci un futuro a bassa emissione di CO2. Purtroppo alcune nazioni, tra le quali l’Italia (accidenti!), hanno già espresso la propria contrarietà a disposizioni troppo drastiche. Il presidente francese Sarkozy si sta invece battendo per l’approvazione di misure rapide e sostanziali per difendere ciò che rimane del nostro ambiente e per tentare di invertire la tendenza distruttiva in atto. Da parte mia non posso far altro che sperare che il buon Sarkò non venga lasciato troppo solo dagli altri leader europei (incluso il Nano Malefico!), altrimenti anche il summit di Copenhagen finirà sui libri di storia come l’ennesima buona occasione persa!

Insomma, i rapporti internazionali sul clima parlano chiaro. Il tempo delle incertezze è finito da un pezzo, ora servono decisioni rapide, concrete e coraggiose. E servono subito!

GuruKonK



Fonti: sito web di “La Repubblica” e di “La Stampa



Nell’immagine: dai colossi industriali UE e USA sono attese soluzioni concrete contro l’inquinamento e il riscaldamento globale.

martedì 23 settembre 2008

Il metano fa paura!


Ancora cattive notizie per l’ambiente! I ricercatori che lavorano nel Mar Artico stanno purtroppo prendendo atto di un fenomeno particolarmente grave per il riscaldamento globale. L’accelerazione dello scioglimento dei ghiacci continentali e marini al Polo, consente la fuoriuscita di milioni di tonnellate di un noto gas immagazzinato nel passato nei fondali dell’Oceano Artico, il metano, 20 volte più dannoso per l’ambiente del biossido di carbonio, e che accelera ulteriormente il processo di fusione delle calotte polari e dei ghiacci marini.

Il quotidiano britannico “The Independent”, che oggi dà risalto ai risultati preliminari cui sono giunti i ricercatori, spiega come le ingenti scorte di gas metano stiano affiorando in superficie sulle acque dell’Oceano Artico, aumentando “la concentrazione dei gas ad effetto serra in atmosfera e favorendo il riscaldamento dell’Artide e dell’intero pianeta”. Secondo gli scienziati, l’improvviso rilascio di metano è stato causa in passato di un rapido aumento delle temperature globali e di drammatici cambiamenti climatici. I ricercatori a bordo della nave che ha seguito tutta la costa settentrionale della Russia hanno rilevato fortissime concentrazioni di metano (talvolta 100 volte superiori ai livelli attuali!) in numerose aree vaste migliaia di chilometri quadrati dell’Oceano Artico di fronte alle coste siberiane.

Negli ultimi giorni i ricercatori hanno potuto osservare alcune zone di mare con numerose bolle di gas metano provenienti dal basso, una sorta di “ciminiere di metano” che nascono direttamente dal fondo marino. A loro parere questo significa che gli strati sottomarini di “permafrost” (suolo perennemente congelato) che fungono da coperchio per evitare che il gas fuoriesca, si sono oramai sciolti, permettendo al metano di uscire dai depositi in cui era intrappolato dall’ultima era glaciale. Come vi ho detto all’inizio del Post, il metano è un gas che può generare conseguenze sull’effetto serra ben 20 volte superiori rispetto al biossido di carbonio (il famoso CO2) e il suo rilascio potrebbe innescare una spirale di riscaldamento difficilmente arrestabile.

Il disgelo del permafrost siberiano accelera in modo preoccupante (e quasi imprevedibile) l’effetto serra. Ma in che modo ciò può avvenire?

1. L’aumento della temperatura dell’atmosfera (determinato anche dall’effetto serra) fa sentire i suoi effetti anche nell’estremo nord, provocando il disgelo del suolo e la formazione di piccoli laghi;

2. nell’ambiente liquido i batteri possono avviare la decomposizione di resti organici producendo metano;

3. Il metano (CH4) è un gas serra estremamente attivo; una molecola di metano intrappola tanto calore quanto 21 molecole di CO2. Ai fini dell’effetto serra, l’emissione di 1 tonnellata di metano equivale all’emissione di 58 tonnellate di CO2!

4. quindi: l’aumento di metano contribuisce al riscaldamento dell'atmosfera.

Il nefasto processo biochimico esposto sopra ha il nome di “feedback positivo” (o “retroazione positiva”). Questi fatti sono noti da tempo agli scienziati, ma oggi la preoccupazione aumenta ulteriormente. Secondo uno studio di un’equipe di scienziati russi e americani, le emissioni di metano dai laghi siberiani sono più alte del 60% rispetto a quanto finora si pensava.

L’equipe ha misurato le emissioni di metano da parte di due laghi siberiani prodotti dallo scioglimento del “permafrost” ed ha appurato come le emissioni superino le stime precedenti di valori variabili tra il 18% e il 63%!

I ricercatori hanno inoltre stimato come i laghi siberiani immettano ogni anno nell’atmosfera circa 4 milioni di tonnellate di metano, equivalenti a 230 milioni di tonnellate di CO2. Tanto per farsi un’idea, l’Italia immette nell’atmosfera ogni anno una quantità suppergiù simile di CO2.

Si è inoltre potuto valutare che il suolo siberiano contiene ancora circa 500 miliardi di tonnellate di carbonio che per il 90% potrebbe entrare nell’atmosfera sotto forma di metano, il che significa oltre 1’600 miliardi di tonnellate di CO2... Roba da far tremare i polsi!

Lo studio è stato condotto da alcune università russe e americane ed è stato coordinato dalla “NortheEast Science Station” sul Mare Artico. Le loro conclusioni hanno avuto l’onore di una pubblicazione sul numero di settembre della prestigiosa rivista scientifica “Nature”.

Forse ci converrebbe prendere atto che i meccanismi distruttivi che tutto ciò comporta siano oramai inevitabili e i nostri governi dovrebbero cominciare lo studio di misure che ci permettano, perlomeno, di limitare al minimo i danni. Voi cosa ne pensate?

Saluti pieni di preoccupazione, GuruKonK.



Fonti: “The Independent” e “Environment News Service



Nell’immagine: un pianeta che ha bisogno di aiuto…

martedì 16 settembre 2008

The WWW Foundation


A quasi vent'anni di distanza, Tim Berners-Lee è tornato a prendere per mano la sua creatura (il Web) per cercare di svilupparne ulteriormente le potenzialità e per diffonderne ancor di più l'abbraccio globale. L'inventore di Internet ha infatti lanciato la “World Wide Web Foundation”, una nuova fondazione focalizzata sull'estensione delle capacità del Web e sul tentativo (molto ambizioso!) di portare effettivamente Internet a tutte le persone del mondo. La “World Wide Web Foundation”, la cui attività dovrebbe partire all'inizio del prossimo anno, farà crescere “una Rete aperta e libera”, ha dichiarato Tim Berners-Lee. La fondazione promuoverà democrazia, libertà di parola e libertà degli utenti internet per accedere ai contenuti online che desiderano.

Inoltre, uno dei principali temi, a lungo termine, della fondazione sarà quello portare l’accesso al Web all'80% della popolazione mondiale che non dispone di una connessione ad internet. Personalmente ritengo che le priorità siano ben altre, tuttavia sono sicuro che le motivazioni di base di questa iniziativa siano certamente nobili quanto ambiziose.

Verrà estesa la capacità del Web a tutti sul pianeta”, sottolinea Berners-Lee, che attualmente è docente al “Massachusetts Institute of Technology” (MIT). O almeno, “cercherà di farlo”: Berners-Lee ha infatti riconosciuto che gli obiettivi sottolineati sono “terribilmente impegnativi”, ma che è importante per il Web far beneficiare l'umanità nel suo complesso, e non solo quelli che possiedono l'ultimo dispositivo tascabile. A questo proposito vi rimando al Post: “Un PC da 75 dollari”.

Correva l'inizio degli anni ‘90 quando Tim Berners-Lee, allora programmatore software presso il CERN di Ginevra (già, proprio lì), sviluppò il protocollo HTTP e una prima specifica del linguaggio HTML, che non sono altro che le fondamenta del Web come lo intendiamo oggi.

Anticipando le domande su che cosa prevede per la fondazione e il futuro del Web, Berners-Lee ha candidamente confessato che le sue idee in merito sono molto limitate: “Sarà la nuova generazione di utenti a dover pensare al Web come a una tela bianca sulla quale esprimere la loro creatività”.

Berners-Lee ha comunque menzionato due obiettivi per il Web del futuro: far crescere e creare nuove forme di democrazia, includendo le meritocrazie, e aiutare a migliorare la sanità. La “Web Foundation” si focalizzerà inoltre sugli standard Web, sull’interoperabilità e sul progresso della scienza della Rete.

Come tutti noi ben sappiamo, le potenzialità della Rete come “veicolo di conoscenza” sono enormi e meravigliose. Oggi abbiamo rapidamente accesso ad un numero di informazioni che appariva impensabile quando Barners-Lee udì i primi vagiti del Web. Proprio in questa ottica, la diffusione di questa tecnologia favorirà sensibilmente la lotta per la democrazia e per i diritti civili in tutti i Paesi del mondo nei quali la censura, coma una garrotta di stato, ancora soffoca le aspirazioni individuali.

Con affetto, GuruKonK.



Fonte: Computer World Online.



Nell’immagine: Tim Berners-Lee, il “papà” di Internet.

mercoledì 10 settembre 2008

Un esperimento straordinario


Il fascio di luce nel Large Hadron Collider (Lhc) del Cern di Ginevra, come riportano le agenzie di stampa, ha completato il primo giro dell’acceleratore e i primi collaudi tecnici. Applausi dei ricercatori del centro di controllo del Cern di Ginevra. Un grande applauso e un brindisi hanno salutato l’evento storico anche nella sede dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) a Roma, in collegamento con il Cern. La tensione era altissima, a Roma come in molte altri parti del mondo e come in Svizzera, dove i ricercatori hanno seguito le ultime fasi del percorso del fascio di protoni nell’anello dell’acceleratore seduti in cerchio attorno ai monitor del centro di controllo del Large Hadron Collider.

Erano presenti tutti gli ex direttori generali del Cern, compresi gli italiani Luciano Maiani, oggi presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), e il professor Carlo Rubbia.

È più emozionante di un lancio spaziale”, ha detto il presidente dell’Infn, Roberto Petrozio, commentando tutte le fasi dell’evento. “Quello di oggi è un lancio del microcosmo che promette di avere un’importanza fondamentale per la fisica”.

In molti però si chiedono quale sia questa importanza fondamentale per la fisica e le sue eventuali ricadute per l’umanità nel caso che l’esperimento abbia un esito positivo.

Proprio in questa ottica GreenReport, il quotidiano virtuale per un’economia sostenibile, ha intervistato Gianni Mattioli, che oltre ad essere un uomo politico e un ambientalista (è nell’esecutivo di Legambiente) è laureato in fisica ed insegna la stessa materia all’università “La Sapienza” di Roma, in cui ha condotto ricerche nel campo delle particelle elementari e della meccanica quantistica.

Per far capire il fondamento di questo tipo di fisica” comincia Mattioli “si pensi che circa 100 anni fa il fisico Ernest Rutherford mise in evidenza il fatto che il nucleo dell’atomo non era una particella indivisibile, ma a sua volta un sistema di particelle. L’esperimento consistette nel bombardarlo con particelle alfa (elio) di foglietti d’oro. Se il nucleo dell’atomo dell’oro fosse stato una “palletta compatta”, le particelle alfa cariche di elettricità positiva, nell’interazione con il nucleo ugualmente carico di elettricità positiva avrebbero dato luogo a un problema ben noto ai fisici, ovvero quello di due corpi che interagiscono tramite una forza di tipo elettrostatico (la nota “forza di Coulomb”) una forza repulsiva per cui si era in grado perfettamente di prevedere le traiettorie possibili che avrebbero avuto a causa della diffusione causata dalla forza repulsiva.

Bisogna dire che, per un po’ di tempo, il professor Rutherford vide che tutto andava secondo quanto previsto, fino a quando le particelle alfa avevano una certa velocità e una certa energia. Ma poi scoprì che da un certo punto in poi, continuando ad aumentare le particelle, il comportamento non è più quello previsto, ma cominciano ad esserci distorsioni. E questo è certo perché quelle particelle incidenti hanno un’energia tale da potersi avvicinare sempre di più al nucleo e più si avvicinano e più cominciano a sentirsi altre forze diverse da quelle repulsive. Sono le forze nucleari che tengono insieme le particelle (protoni e neutroni) che costituiscono un universo ancora più piccolo di quello dell’atomo.

Seguirà” prosegue Mattioli “un secolo in cui si continueranno le sperimentazioni e si otterranno informazioni sempre più accurate continuando ad aumentare l’energia delle particelle incidenti. E quello che sta succedendo al Cern è una conseguenza di quegli studi. Ci troviamo di fronte a un livello di energia molto grande che si ottiene facendo camminare parecchio (in circolo perché altrimenti chissà dove dovresti poi andarla a recuperare) fasci di protoni e accelerando sempre più il loro movimento grazie ad un sistema di magneti che riescono anche ad incurvare in modo stabile e regolare la traiettorie dentro la nota circonferenza di raggio 27 Km. Un imponente esperimento e la circolarità, è ovvio, è necessaria per far girare le particelle, ma anche perché in un punto prestabilito c’è una specie di caverna in cui ci sono tutti gli apparti sperimentali che servono per osservare quello che succede quando noi, oltre che a far girare i protoni in un senso, gli mandiamo anche contro un altro fascio di particelle (ioni pesanti) che vanno in senso opposto con elevata probabilità di scontrasi.

Secondo tali conoscenze ci si aspetta che da questi urti, che avvengono ad energie elevatissime secondo la ben nota equazione di Albert Einstein, si possa generare materia e quindi grandi quantità di particelle; molte delle quali sono oggi ben note, mentre altre sono descritte e previste ma non ancora viste e altre ancora sono tuttora misteriose. Di queste ultime sappiamo ben poco, tranne che si possono materializzare solo a velocità ed energie quasi inimmaginabili per noi profani.

Tra queste particelle la speranza è che ci siano tracce anche di quella del “Bosone di Higgs”, detta anche la “particella di Dio” che potrebbe essere, secondo la fisica teorica delle particelle elementari, uno dei mattoni essenziali in quella costruzione della “storia dell’universo”: ovvero come da un bagno di particelle elementari si sono venute formando attraverso processi complessi, atomi che poi hanno generato altri atomi fino alla materia che ci circonda. In questa costruzione il “Bosone” ha un ruolo fondamentale, ma il punto è che finora non è mai stato osservato.

Professor Mattioli, dal punto di vista etico quale valore ha questo esperimento se andrà a buon fine?

Alcuni decenni fa questo tipo di fisica era molto in discussione ed effettivamente c’erano buoni elementi per farlo, nel senso che ci si aspettava di avere risultati che però che erano contraddittori con ipotesi di partenza. Le teorie in base alle quali si costruiva questa fisica teorica avevano elementi forti di contraddizioni da cui il famoso paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen che denunciava l’incompletezza della teoria della meccanica quantistica. Un atteggiamento fortemente critico rispetto a questa fisica e alle sue basi teoriche, tanto che si guardava anche ad aspetti di poteri ideologici di questa che veniva chiamata la “big science”. C’era, insomma, competizione mondiale non lontana anche da aspetti ideologici. Negli anni invece, non voglio dire che sia un pregio o un difetto, ma questo dibattito è stato molto messo da parte e si cerca di fare delle cose, pur molto costose, per vedere cosa ne esce fuori. Nessuno pensi che siano idealità pura, perché intorno gioca una struttura enorme di imprese ed è evidente che qui c’è innovazione tecnologica acceleratissima che genera poi una corsa a sfruttare i brevetti e le licenze. Ma in una giornata come questa invito a stare un po’ a quello che emerge dal punto di vista scientifico e delle nuove conoscenze. Oggi pensiamo a questo.

Ma si può intravedere quali potranno essere le applicazioni eventuali di queste nuove scoperte?

La tecnologia che permette di misurare quello che esce dall’urto è tecnologicamente formidabile, pensate che riesce a vedere particelle che hanno masse enormemente piccole e che esistono per frazioni di tempo minuscole (milionesimi di secondo). Quindi queste tecnologie avranno sicuramente ricadute intuibili da tutti. Ma dal punto di vista dell’effetto che avrà il riconoscimento del “Bosone di Dio”, è prematuro immaginare qualunque cosa. E un tassello di importanza essenziale per la conoscenza della fisica, questo sì. Il resto vedremo.

Per oggi ci fermiamo qui. L’argomento trattato è decisamente ostico e ringrazio di cuore tutti quelli tra di voi che hanno avuto la pazienza di leggere questo Post fino alla fine. Gli esperimenti che nei prossimi mesi (e anni) verranno effettuati al Cern, potranno aprire nuove meravigliose porte alla conoscenza dell’universo che ci circonda. Perseverando sulla strada della ricerca di punta nel settore della fisica, potremmo arrivare a rispondere ad uno dei quesiti che da millenni tormenta l’essere umano: da dove veniamo?

Un abbraccio, GuruKonK.



Fonte: il sito web di “GreenReport”.



Nell’immagine: una parte dei 27 km. dell’Lhc, l’acceleratore di particelle del Cern.

domenica 24 agosto 2008

Cellulari pericolosi


Notizie allarmanti per i maniaci del cellulare arrivano dall’Università di Pittsburgh: i telefonini andrebbero sempre utilizzati con parsimonia e con gli auricolari. Una precauzione da adottare soprattutto dai giovani, i cui organi sono ancora in crescita e di sviluppo. Le conclusioni risultano completamente diverse rispetto ad altri studi, ma se i ricercatori della Pennsylvania dovessero avere ragione tra qualche decennio potremmo pentirci amaramente di aver guardato con indifferenza all’80% di under 18 che non si stacca mai dal cellulare (nemmeno a scuola e quando dorme).

Continuano a alternarsi gli esiti di approfonditi studi sui rischi per il cervello derivanti dall’uso dei telefoni cellulari: la versione stavolta è in chiave allarmistica e proviene da uno dei più importanti centri mondiali per la ricerca sul cancro: l’Università di Pittsburgh. Qui i ricercatori hanno paragonato i cellulari a una vera e propria roulette russa per la salute: proprio per evitare l’aumento di rischi di tumori al cervello i telefonini, in pratica, andrebbero sempre utilizzati con parsimonia e possibilmente con gli auricolari. I suggerimenti si spingono verso situazioni sinora mai considerate, come quella di non usare i cellulari in luoghi pubblici ristretti, come gli autobus, per non mettere a rischio le persone vicine. Questo mi da un po’ di brividi…

Ma la raccomandazione più importante riguarda ancora una volta i più giovani: “i primi a dover diminuire l'uso dei telefonini” fanno sapere gli studiosi della Pennsylvania “dovrebbero essere i bambini, il cui cervello è ancora in fase di crescita”. Una conclusione, che se confermata nel tempo da altre analoghe ricerche, potrebbe cambiare i costumi di vita degli under 20 di mezzo mondo. Lo scorso 9 luglio il noto mass-mediologo Derrick de Kerckhove ha affermato, durante una conferenza sui “Nativi digitali” (i giovani nati dal 1993 in poi), che durante un’ampia ricerca svolta in Canada per Motorola è emerso come l’80% dei ragazzi con meno di 18 anni non si stacchi mai dal telefonino, lasciandolo acceso e pochi centimetri anche mentre dorme.

Ed anche in Italia le cose non vanno molto meglio: una recente indagine, chiamata “Minori e telefonia mobile”, condotta dal “Centro studi minori e media” di Firenze, in scuole elementari, medie e superiori di 20 città e di 10 regioni italiane, su un campione di 2’264 studenti e 1’541 genitori, è emerso che già alle elementari 8 alunni su 10 possiedono almeno un telefonino; ma la cosa forse più sconvolgente è che alle superiori l'80% lo tiene sempre acceso in classe anche durante le lezioni (anche a dispetto della “Direttiva n. 104 del ministero della Pubblica Istruzione” del 30 novembre scorso).

Statistiche che dovrebbero far riflettere ancora di più, alla luce dell'allarme lanciato dal direttore dell'istituto oncologico dell'università statunitense: Ronald B. Herberman. Costui, in una lettera ai membri dell'ateneo, ha riportato alcuni studi preliminari (e tuttavia non ancora pubblicati) che dimostrerebbero la pericolosità dei telefonini. Herberman ha spiegato che anche se la scienza impiegherà anni prima di dimostrare la connessione tra la malattia e l'uso dei cellulari, gli utenti dovrebbero cominciare da subito a prendere delle contromisure.

Le considerazioni del centro di ricerca vanno prese sul serio non solo per la sua comprovata serietà scientifica, ma anche perché formulate in una città, Pittsburgh, che dopo essere stata considerata per anni una “la città dell’acciaio” per la forte presenza di industrie di questo genere, viene oggi definita come “il cuore pulsante delle telecomunicazioni in Pennsylvania”.

Lo studio in esame sconfessa quelli pubblicati finora, che hanno escluso qualunque rischio concreto derivante dall'uso dei cellulari. L'università dello Utah aveva ad esempio concluso all'inizio del 2006, dopo aver analizzato vari studi sull'argomento, che non è dimostrabile nessun incremento nel numero di tumori al cervello dovuto all'uso di cellulari. Alla stessa conclusione sono arrivati anche altri studi condotti al di fuori degli Stati Uniti, come in Francia e Norvegia.

Per i ricercatori dell’Università di Pittsburgh sia i dati scientifici che le caricature su internet non cambierebbero lo stato delle cose: “Anche se controversi” ha detto il direttore del centro di ricerca universitario “siamo convinti che ci siano dati sufficienti per prendere delle precauzioni nell'uso dei cellulari”.

Io mi separo con difficoltà dal mio cellulare, lo ammetto. Però mi rendo conto che alcune piccole cautele (come l'uso degli auricolari e tenere il telefono lontano dal letto quando si dorme) sono semplici da applicare e potrebbero ridurre i rischi da radiazioni. Forse tra qualche anno scopriremo che tutti questi allarmi erano ingiustificati, oppure i pericoli derivanti dall'uso intensivo del cellulare troveranno una triste conferma. Tuttavia, come spesso si dice, prevenire è meglio che curare…

GuruKonK



Fonte: “Tecnica della scuola



Nell’immagine: un sistema moderno per avere il cellulare sempre a portata di mano.

sabato 19 luglio 2008

Una strage annunciata



Dopo un divieto lungo 19 anni, sta per ritornare in commercio l’avorio. Il Cites, l’organismo delle Nazioni Unite che veglia sugli scambi di fauna e flora che rischiano l’estinzione, si è riunito a Ginevra per autorizzare la vendita di oltre 100 tonnellate del materiale ricavato dalle zanne degli elefanti. L’allarme viene lanciato dagli ambientalisti: temono l’inizio di una nuova strage di dimensioni simili a quella che negli anni ‘80 portò all'abbattimento di quasi 800’000 (ottocentomila, avete letto bene) esemplari nel solo continente africano. La decisione è spinta dall’aumento esponenziale della domanda cinese. Ancora una nefasta conseguenza dell’avvento dei nuovi ricchi dagli occhi a mandorla, sostiene qualcuno.

Questo significherà un ritorno ai vecchi tempi bui con gli elefanti a rischio estinzione”, denuncia Allan Thernton, dell’Agenzia per la tutela dell'ambiente (Eia). Fu proprio l’Eia a fornire la documentazione sul rischio di estinzione degli elefanti in Africa, prove che avevano portato alla messa al bando dell’avorio. Solo tra il 1980 e il 1989 gli animali passarono da 1,3 milioni a soli 590’000 esemplari. Una vera e propria strage!

Già nel 1997, nonostante la proibizione, il Sudafrica, la Namibia, il Botswana e lo Zimbabwe, convinsero il Cites ad autorizzare il commercio delle zanne di elefanti morti per cause naturali. La battaglia fu guidata allora dal presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe (noto “galantuomo”). Due anni dopo venne così autorizzata la cessione di 50 tonnellate di avorio, ma solo ad “acquirenti selezionati”, ovvero quei Paesi in grado di dimostrare un forte impegno contro il commercio illegale di avorio. La Cina allora venne esclusa, tengo a precisare.

Lo sviluppo vertiginoso del gigante d’oriente ha aumentato la fame di oggetti di lusso. Per questa ragione (puramente basata sul profitto), è stato dato il via alla vendita di 108 tonnellate d’avorio e sarà proprio Pechino il maggiore acquirente. Infatti la diplomazia cinese è stata in grado di convincere il Cites del proprio impegno contro il traffico illegale. “La Cina ha fatto grandi passi avanti nella lotta contro il contrabbando di avorio e merita la possibilità di appagare la crescente richiesta interna di avorio”, ha dichiarato un funzionario del Cites. La cosa, inutile dirlo, non mi riempie certo di gioia.

A questo proposito l’Eia ha reso pubblico un rapporto del governo cinese che dimostra come nell’arco di 12 anni Pechino abbia “perso le tracce” di ben 121 tonnellate di avorio, una quantità equivalente alle zanne di 11'000 elefanti adulti. “Se queste nuove importazioni legali andranno avanti” sostiene Thernton “forniranno una gigantesca opportunità di copertura al traffico illegale”.

Ado ogni modo tutte le proteste e tutte le censure sembrano essere inutili. Non appena gli organi competenti avranno ratificato le decisioni del Cites, la caccia all’avorio potrà ricominciare per i prossimi 9 anni. Con buona pace degli animalisti e, naturalmente, degli stessi animali.

GuruKonK



Nell’immagine: un piccolo magazzino di zanne di elefante.

venerdì 11 luglio 2008

Paura nucleare


Verrà sospesa l’attività in una parte del sito nucleare francese di Tricastin (Vaucluse) dopo il riversamento accidentale di acque contenenti uranio nei fiumi circostanti avvenuto nei giorni scorsi. E’ stata l’Autorità per la sicurezza nucleare francese (ASN) a chiedere in mattinata a Socatri (società satellite del colosso energetico Areva) di sospendere l’attività del suo sito di trattamento nella centrale nucleare di Tricastin, nel sud-est della Francia, e di prendere “misure immediate di messa in sicurezza”, dopo la perdita di acqua contenente uranio.

Secondo quanto ho letto sul web, la fuoriuscita radioattiva si è verificata lunedì e le autorità hanno chiesto agli abitanti della regione di non bere acqua e di non mangiare pesce, vietando anche di bagnarsi nelle acque contaminate. Un’ispezione al sito nucleare, condotta giovedì da ispettori dell’ASN, non ha dato i risultati sperati. “La messa in sicurezza destinata ad impedire ogni ulteriore inquinamento non è completamente soddisfacente” fanno sapere i portavoce del Ministero, secondo quanto riferisce “Le Figaro”.

Prenderemo queste contromisure” ha assicurato il portavoce della Socatri “in modo di assicurare che questi pericolosi incidenti non si ripetano”. L’impianto di Tricastin è uno dei 58 impianti nucleari sul territorio francese ed è collocato a circa cinque chilometri da Avignone.

Inutile dirvi che l’episodio ha scatenato in tutta la Francia feroci polemiche. Pare che la reazione all’emergenza da parte delle aziende coinvolte sia stata lenta e negligente e c’è chi giura che l’incidente non sia una caso isolato. Infatti, i rilievi fatti sulle acque provenienti dalle falde freatiche della zona mostrano tassi di radioattività definiti “anomali e preoccupanti” da parte delle amministrazioni locali. Naturalmente, se l’uranio fosse davvero penetrato nella falda acquifera la popolazione dovrebbe essere avvisata celermente, per evitare che un’emergenza si trasformi in una tragedia.

Purtroppo, io e alcuni miei amici, abbiamo avuto modo di costatare come gli organi d’informazione italiani abbiano preferito non fornire al pubblico nessuna informazione dettagliata sull’incidente di Tricastin (questo con poche eccezioni). Forse gli interessi economici che ruotano accanto al ritorno all’energia nucleare in Italia sconsigliano di pubblicare tutto ciò che è realmente successo? E’ possibile.

La stampa francese parla di una fuga di uranio pari a ben 360 kg, citando fonti ministeriali. La smentita della Socarti non si è fatta attendere: infatti un loro portavoce parla di “soli” 75 kg di materiale radioattivo finito nell’acque. A questo punto toccherà agli ispettori dell’Autorità per la sicurezza nucleare fare chiarezza e, se necessario, comminare le doverose sanzioni.

Intanto, sempre nella giornata di ieri, un incendio ha distrutto il tetto di una turbina dell'impianto nucleare di Ringhals, in Svezia. L’intervento immediato dei servizi di sicurezza, ha permesso di circoscrivere l’emergenza e di evitare fughe di materiali pericolosi.

Per oggi mi fermo qui. Naturalmente attendo con molto interesse le vostre riflessioni e i vostri commenti sui temi trattati. Vi ringrazio di cuore per la vostra attenzione.

Un grande abbraccio!

GuruKonK



Fonte: “Le Figaro” e “L’Unità”.



Nell’immagine: una veduta aerea della centrale di Tricastin.

martedì 24 giugno 2008

La fine del Polo Nord


Ciao a tutti gli amici del Blog! Prima di cominciare il Post odierno mi voglio scusare con voi se non ho aggiornato queste pagine per ben due giorni. Purtroppo, come vi avevo già detto qualche tempo fa, la mia connessione internet è a dir poco “inusuale” e tende a fare i capricci. Spero davvero che non mi dia più problemi per un bel po’ di tempo, perché odio rimanere senza il web per vari giorni! Oggi affronteremo un tema che su questo Blog abbiamo già toccato in più di un occasione: il riscaldamento globale e le sue conseguenze sull’equilibrio della società umana.

Ormai per il completo scioglimento estivo del Polo Nord è scattato il conto alla rovescia. Il problema è che non sappiamo come funziona l’orologio che scandisce il battito del tempo che porta all’estinzione dell’orso polare e del suo mondo. Stando alle stime ufficiali che provengono dall’ambiguo “Intergovernmental Panel on Climate Change” servirebbero ancora dai 15 ai 20 anni per il totale scioglimento del Polo Nord. Ma ormai è una rincorsa tra calcoli sempre più pessimisti.

L’ultima, allarmata valutazione è dello staff tecnico (multidisciplinare) del “National Geographic”, che sta seguendo, con un gruppo di scienziati canadesi a bordo di un rompighiaccio, una missione scientifica in Artide. Secondo le valutazioni di questi ricercatori, i ghiacci che si trovano nelle immediate vicinanze del Polo Nord sarebbero molto giovani e dunque meno resistenti allo scioglimento: già al culmine di questa estate potremmo avere un Polo Nord libero dai ghiacci!

La previsione disegna lo scenario di un’accelerazione molto drastica e contrasta con la maggior parte delle analisi finora accreditate. Tuttavia il trend è ormai netto e indiscutibile. Dal 1979 il Polo Nord perde quasi l’1,9% dei ghiacci estivi all’anno e il ritmo di fusione sta continuamente accellerando. Anche nella parte occidentale dell’Antartide lo strato di ghiaccio si sta assottigliando di 6-7 metri ogni anno. E la Groenlandia perde 240 chilometri cubi di ghiaccio l’anno. Nel 1996 la perdita misurata era pari a 90 chilometri cubici per anno. Nel 2000, quindi dopo solo 4 anni, era già salito a 150. Ora, come detto, è arrivato addirittura a 240.

Questo dato, assolutamente allarmante, ha un valore di sintesi come sempre accade nei santuari dell’estremo freddo: ci sono aree in cui i ghiacciai continuano a crescere e altre in cui collassano. Ma quello che conta è l’effetto complessivo e questo effetto è ormai chiaro a tutti i ricercatori impegnati sul campo.

In sostanza l’eccezione che aveva meravigliato il mondo nel 2000, diventerà la regola. Nell’agosto di otto anni fa il rompighiaccio russo Yamal arrivò al Polo Nord e non trovò il ghiaccio. Il mitico passaggio di Nord Ovest era libero. Da allora, ogni estate il ritiro dei ghiacci è stato sempre più veloce. Per la scomparsa totale durante l’estate è solo questione di tempo. Forse molto poco tempo.

Un fenomeno che, come ormai è stato detto con chiarezza nell’ultimo rapporto Ipcc, va messo in relazione soprattutto con l’uso dei combustibili fossili che hanno alterato la composizione chimica dell’atmosfera. Il metano in poco più di due secoli è passato da una concentrazione di 715 parti per miliardo a 1’774. L’anidride carbonica nell’era preindustriale si misurava in 270-280 parti per milione: oggi sono già 485.

Arrivare al raddoppio dell’anidride carbonica, cioè a quota 550, comporterebbe un aumento della temperatura valutabile in 3 gradi centigradi. Si tratta di un traguardo disastroso per l’equilibrio degli ecosistemi su cui si basa la stabilità delle nostre società. E purtroppo è un traguardo ormai molto vicino.

GuruKonK



Fonte: sito web de “La Repubblica

sabato 21 giugno 2008

La clinica delle vergini


A due passi dagli Champs-Elysées, la clinica è uguale a tante altre dei bei quartieri parigini: palazzo ottocentesco, una certa signorilità senza ostentazione. E una clientela soprattutto femminile, angustiata dal proprio corpo: i seni, la cellulite, le rughe. Ma qui approdano anche tante ragazze musulmane che non cercano un decolleté da sogno o un sedere perfetto. Vengono a cercare, invece, una nuova verginità. Sì, avete capito bene. Chiedono di farsi ricucire l’imene per dare ai loro futuri mariti l’illusione di una “purezza”, rispettare tradizioni ancestrali ed evitare di essere additate come “poco di buono”. Salgono la bella scala, vanno al primo piano dove c'è il blocco operatorio, passano qualche ora al quarto, nelle camere in cui si riposano. Poi ripartono verso la loro vita, verso le anonime periferie, lontano dallo sfavillio dei quartieri ricchi della capitale.

Il caso del matrimonio annullato a Lille perché la sposa non era vergine, ha riportato alla luce un fenomeno che l’ordine professionale dei ginecologi osserva da tempo: “Ci chiedono certificati di verginità e riparazioni di imene. Non è un fenomeno massiccio e riguarda una minoranza di donne, ma non si era mai visto prima. L’integralismo, a quanto pare, progredisce”, dice il professor Jacques Lansac. E non sono donne con il velo a chiederlo, ma ragazze che hanno avuto una vita come quella delle loro coetanee di origine europea e che all’approssimarsi del matrimonio ricadono nelle tradizioni, nei ricatti delle famiglie, nell’assurdità di un uomo che vuole essere “il primo e l’unico”.

Alcune di loro ricorrono ai vecchi trucchi, come un pezzetto di fegato di vitello nascosto nella vagina, altre preferiscono alla pratica chiamata imenoplastica. E sono pronte a pagare i 3’000 euro richiesti: “La verginità è una grande ricchezza e non ha prezzo, anche se io me ne sono resa conto un po’ tardi”, dice una ragazza che si è fatta operare. Altre cercano prezzi più convenienti o chirurghi che accettano di far passare l’operazione sotto un’altra voce per farla rimborsare dal servizio sanitario. Oppure vanno nel Maghreb, dove questo tipo di interventi sono meno cari ma più rischiosi.

Il peso delle famiglie, raccontano sui siti internet tantissime ragazze musulmane, è spesso insopportabile, ma è difficile liberarsene: “Mia madre mi ha sempre ripetuto: se non vai bene a scuola, si potrà sempre far qualcosa, ma se perdi quella (la verginità, n.d.K.), non si può far niente. Non si può dare allo sposo una figlia sporca”. Discorsi che traumatizzano le ragazze, che a volte preferiscono praticare (udite udite) “l’amore da dietro”, come dicono sui Blog, piuttosto che perdere la verginità prima delle nozze: “Da noi non si scherza con queste cose”. Già, non si scherza davvero.

Nella “Clinique du Rond-Point des Champs-Elysées”, il dottor Marc Abecassis opera due o tre volte la settimana. Nel 1992 è stato uno dei primi a lanciarsi nella chirurgia del pene, da una decina d’anni si occupa anche delle donne: “All’inizio le richieste di imenoplastica erano sporadiche, da due o tre anni sono diventate regolari, soprattutto perché c’è più informazione”. Le sue pazienti hanno fra i 18 e i 35 anni e origini sociali diverse: studentesse, disoccupate, professoresse, ricercatrici. “Quando vengono da me hanno ragionato e riflettuto molto. Con noi parlano, possono confidarsi. Non mi piace far questo intervento, ma non voglio giudicare: queste donne sono disperate, e io voglio solo alleviare la loro sofferenza”. Non per dubitare della buona fede del dottor Abecassis, ma questi interventi portano comunque nelle sue tasche un bel gruzzoletto.

Dietro le porte, al quarto piano della clinica, si sfiorano per qualche ora due mondi lontani mille miglia: quello delle donne che vivono nell’esuberante edonismo occidentale e non esitano a far ricorso alla chirurgia estetica per sedurre. E quello delle ragazze che invece devono ridiventare illibate per fingere di essersi date a un solo uomo.

Due mondi non poi tanto diversi, secondo un ginecologo che opera nella periferia parigina: “Accettiamo di rifare i seni alle donne perché assomiglino alle bambole dei rotocalchi: perché non ricucire gli imeni? In entrambi i casi si tratta della sottomissione a un’ideologia, occidentale da un lato, musulmana dall’altro. Entrambe condannabili, per quanto mi riguarda”. Un atteggiamento, a quanto pare, condiviso da pochi dei suoi colleghi.

GuruKonK



Testimonianze raccolte sul sito web di “Le Parisien”



Nell’immagine: una bella veduta notturna degli Champs-Elysées

martedì 17 giugno 2008

La pomata dei miracoli


Una pomata a base dell’ormone femminile chiamato “estriolo” bloccherebbe la trasmissione del virus HIV negli uomini proteggendo l’epidermide del prepuzio e impedendo al virus di penetrare nelle cellule di Langerhans. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista “PLoS ONE”. I ricercatori dell’University of Melbourne, coordinati da Roger V. Short, hanno scoperto che più alti sono i livelli di cheratina presenti nell’epidermide del prepuzio, meno probabile è il contagio da HIV, perché la cheratina funziona da barriera tra l’esterno e le cellule di Langerhans.

Spiega Short: “Le cellule di Langerhans sono come polpi che vivono nel nostro epitelio, e appena c’è un’infezione accorrono sul luogo dell’intrusione per ‘inglobare’ i microorganismi ostili. I virus HIV sono in grado di legarsi a recettori presenti sui ‘tentacoli’ delle cellule di langerhans, trasformandole da killer al servizio del nostro corpo a untrici che trasportano i virus nelle regioni dei linfonodi”.

L’uso di una pomata all’estriolo stimola drammaticamente la produzione di cheratina, con un effetto che dura fino a 5 giorni dall’applicazione. Secondo i ricercatori australiani la pomata potrebbe diventare una valida alternativa alla circoncisione, che si è rivelata una pratica capace di dimezzare i rischi di infezione da HIV.

Che tutto ciò sia il preludio ad una vera a e propria cura preventiva contro l’AIDS? Sinceramente lo spero, perché questo terribile morbo continua ad uccidere e a contagiare milioni di persone ogni anno.

Un caro saluto a tutti gli amici del Blog.

GuruKonK



Nell’immagine una cellula del virus HIV-1

domenica 15 giugno 2008

La giornata del vento


L’eolico avanza, lentamente ma avanza. Nel mondo, in Europa (pure in Italia) aumenta l’energia pulita prodotta con la forza del vento e, parallelamente, le bollette si fanno un po’ più leggere e si intacca meno il “serbatoio mondiale del petrolio”: nel 2007 un risparmio di 17 milioni di barili solo in Italia, secondo i dati dell’ANEV (l’Associazione Nazionale Energia del Vento) che raggruppa i produttori e gli operatori dell’eolico. Ma questi risultati non bastano, il settore potrebbe (e dovrebbe!) dare di più. E’ per questo che è stato istituito il “Wind Day”, la giornata europea del vento, che si celebra oggi, 15 giugno, in oltre venti Stati europei, tra cui l’Italia.

L’energia eolica è la fonte rinnovabile che cresce più rapidamente in termini di capacità installata. L’anno scorso è aumentata del 18% in Europa, del 28% in Italia e, a livello globale, il 2007 ha segnato uno storico sorpasso: dal punto di vista dei nuovi impianti l’eolico ha battuto il nucleare! Purtroppo lo scellerato annuncio del ministro Scajola, che ha di fatto rilanciato il nucleare in Italia, rischia di invertire questa virtuosa tendenza!

“Sfruttare l’energia eolica significa aiutare l’ambiente, ma anche aumentare la sicurezza energetica, ridurre la dipendenza dall'estero e la fluttuazione dei prezzi dell'energia”, spiega il segretario generale dell’ANEV, Simone Togni. Senza contare le ricadute positive sull’occupazione: secondo uno studio dell’associazione, entro il 2020 l’eolico porterà a oltre 50’000 nuovi posti di lavoro. “Non si tratta di fantascienza ma di dati concreti” dice Togni “visto che in Germania, il paese primo nel mondo per l’energia del vento, in 8 anni gli addetti al settore sono cresciuti di 380’000 unità”.

E’ ancora lontana dalla Germania, ma anche l’Italia negli ultimi anni ha fatto passi avanti nel campo dell’energia prodotta dal vento, con 2’943 impianti eolici distribuiti soprattutto nel Centro-Sud, che garantiscono oltre 2’700 megawatt di potenza. Il che copre circa l’1,4% del consumo interno lordo di energia elettrica.

Un miglioramento rispetto al passato, ma ancora poco in confronto alla “ventosissima” Danimarca. Infatti, se l’Italia nel 2007 ha prodotto 4,36 terawattora da fonte eolica (pari al consumo di 5 milioni di abitanti) lo stato nordico ne ha prodotti 6,6 ma destinati a una popolazione di appena cinque milioni e mezzo di persone. E in questo modo la potenza eolica di Copenhagen è riuscita a garantire il 20% del fabbisogno pubblico!

L’Italia è molto in ritardo rispetto agli altri paesi europei” continua Togni “basta guardare alla Germania che, prima in Europa con oltre 22 mila impianti, ogni anno installa più pale di quante non ne siano state installate da noi in 15 anni”. Altro esempio virtuoso che il Belpaese potrebbe seguire è quello dei “cugini” spagnoli. La Spagna nel marzo scorso ha stabilito un record energetico: con l’eolico ha coperto quasi la metà della domanda nazionale di elettricità, il 40,8%!

Ma che cosa rallenta lo sviluppo del settore in Italia? Secondo il segretario dell’ANEV, le colpe sono da ricercare nei troppi interessi politici ed economici, ma anche nell’eccesso di ostacoli burocratici. A mio parere, però, vi è anche una responsabilità giornalistica nell’immobilismo italiano in questo settore. Infatti, nell’opinione pubblica vige ancora la convinzione che l’eolico sia un settore in fase di studio e che non possieda ancora un’efficienza tale da poter sostituire i tradizionali sistemi di produzione elettrica. Forse, se i giornalisti facessero una corretta informazione in merito, sarebbe più facile trovare delle aperture politiche verso la tecnologia eolica. A questo proposito, “La Conferenza dei Servizi, che dovrebbe dare un parere sulla possibilità di realizzare un nuovo impianto entro 180 giorni, ci impiega da tre a cinque anni!”, precisa Togni. A casa mia questo si chiama bieco ostruzionismo, voi che ne dite?

Il “Wind Day” nasce proprio per dissipare dubbi e polemiche, oltre che per sensibilizzare politici, imprenditori e opinione pubblica. L’ANEV ha organizzato un weekend all’insegna di attività didattiche e ludiche in diverse regioni italiane: tra le varie iniziative figurano le regate a Ostia e sul lago di Garda, ma anche il nuovo “Open Day” negli impianti eolici a nord di Cagliari.

Sempre in Sardegna, si corre la Maratona eolica, una corsa che da Ulassai attraversa i “parchi del vento” fino a Nurri. Tutto ciò per ricordare che la Sardegna ha tutte le potenzialità per incrementare l’eolico. Attualmente produce 367 megawatt di potenza in 370 impianti, ma è meno di quello che riesce a incamerare la capofila delle Regioni italiane, la Puglia (658 impianti per 685 megawatt), o la Sicilia (631 “girandole a vento” e 583 megawatt) e la Campania (606 impianti, 519megawatt).

Il motto della maratona? “Fateci girare le pale”.

Un caro saluto, GuruKonK.


Fonte dei dati: Associazione Nazionale Energia del Vento


Grazie al sito web di La Repubblica!


Nell’immagine: uno splendido esempio di “impianto eolico offshore” in Danimarca.

sabato 7 giugno 2008

No al nucleare!


Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di energia da un docente d’eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s’è ritirato a studiare e lavorare, dopo l’indegna estromissione dalla presidenza dell’Enea, l’Ente Nazionale italiano per l’Energia, avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, “con particolare riferimento” come si legge nel decreto dell’ex ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanioal solare termodinamico ad alta concentrazione”. Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l’energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio in questi giorni, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ex ministro dell’Ambiente e d’intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

Prima di rispondere alle domande dell’intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.

Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell’Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia. Un “outlook”, come si dice in gergo, sull’andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la cruda realtà.

Dalla fine degli anni ‘90 a oggi, la forbice tra l’outlook della IEA e l’effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall’Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l’oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. “Il messaggio dell’Agenzia” si legge a pagina 71 del rapporto tedesco “lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media. Dicendo che il prezzo del petrolio sarebbe aumentato di soli 10 dollari all’anno, ha spinto i governi verso politiche del tutto errate”.

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell’Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall’Agenzia. E anche qui, “i risultati per lo scenario peggiore” scrivono i tedeschi “sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici”. C’è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell’andamento del prezzo e c’è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva. In questo senso i risultati sono potenzialmente devastanti!

Passiamo all’uranio, il combustibile principe per la produzione dell’energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall’Energy Watch Group, si documenta che fino all’epoca della “guerra fredda” la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal ‘90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell’energia?
Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l’oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra”.

Eppure, dagli Stati Uniti all’Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, si tratta di una vera e propria corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
Sa quando è stato costruito l’ultimo reattore nucleare negli USA? Nel 1979, trent’anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20% del totale! Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie”.

Ma non si parla ormai di “nucleare sicuro”? Quale è la sua opinione in proposito?
Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo”.

In che cosa consiste?
Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile”.

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
E’ già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia”.

Ora c’è anche il cosiddetto “carbone pulito”. La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli USA anche Hillary Clinton s’è detta favorevole...
Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell’umanità! Ma non si risolve il problema nascondendo l’anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30’000 anni, contro i 22’000 del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso”.

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l’uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l’alternativa?
Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in serie e in gran quantità”.

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l’energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l’uva arrivava da Cartagine... Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto “sun-belt”. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.

Il sole, però, non c’è sempre e invece l’energia occorre di giorno e di notte, d’estate e d’inverno.
D’accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l’energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente”.

Se è così semplice, perché allora non si fa?
Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’è accaduto del resto per il computer vent’anni fa”.


Per oggi terminiamo qui. L’argomento è complicato, ne sono cosciente, ma sono altresì certo che le parole del professor Rubbia siano riuscite a chiarirci un po’ le idee sul futuro dell’energia. Vi ringrazio di cuore per l’attenzione che, anche oggi, avete dedicato a questo Blog.

Con affetto, GuruKonK.



Intervista al professor Rubbia a cura di Giovanni Valentini.



Nell’immagine: Carlo Rubbia in un disegno di Riccardo Mannelli.

giovedì 5 giugno 2008

...e poi arrivò l’uomo


Uno dei motivi per cui la Nuova Zelanda è una terra quasi vergine e incontaminata è semplice: l’uomo l’ha scoperta tardi. E per uomo non si intende in questo caso un uomo occidentale (il primo della serie fu l’olandese Abel Tasman nel 1642), ma un uomo tout court. Nella fattispecie, il primo essere umano ad essere sbarcato sull’arcipelago fu un maori, ma la scoperta della “Nuova Terra” avvenne solo intorno al 1300 d.c.. Questo è il risultato di uno studio durato cinque anni e condotto da un team di ricerca internazionale capeggiato dalla dottoressa Janet Wilmshurst, che smentisce le conclusioni precedentemente raggiunte da un analogo studio (pubblicato sulla rivista “Nature” nel 1996) che datava l’arrivo dell'uomo in Nuova Zelanda al 200 a.c.. Lo studio è stato pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

Al centro dell’indagine investigativa sull’avvento degli esseri umani c’è il “Topo del Pacifico” (Rattus exulans), roditore non indigeno dell’arcipelago e probabilmente insediatosi nell’isola a duemila chilometri a sud dell’Australia, approfittando di un passaggio a bordo delle canoe maori. I ricercatori hanno analizzato alcuni resti fossili col “metodo del carbonio 14” e hanno scoperto che i resti più antichi del topo del Pacifico e dei semi mangiucchiati da questo roditore non risalgano a prima del 1280 d.c.. Le conclusioni dello studio confermano la tradizione orale dell’antico popolo maori che indica nel periodo intorno al 1300 la scoperta delle isole. Per la serie “la saggezza popolare non sbaglia mai”!

Doveva essere un vero paradiso terrestre la Nuova Zelanda deserta dagli umani e dai topi. E in parte lo è ancora (grazie anche alla bassissima densità di popolazione, naturalmente) anche se, da quando un piede umano ha toccato il suolo neozelandese sono iniziati i problemi per il territorio. Anche perché con gli uomini arrivarono anche i primi animali da allevamento e domestici e le prime piante d’importazione. Flora e fauna indigene, con caratteristiche uniche sul pianeta (tra cui l’assenza totale di predatori) sono state da allora pesantemente minacciate, con l’estinzione di specie autoctone come i molti uccelli sterminati dai mammiferi importati.

L’emergenza che attualmente flagella l’ecosistema neozelandese è quella degli Opossum: importati dagli anglosassoni nella speranza di alimentare la nascente industria delle pellicce e poi scappati dai recinti, si sono riprodotti in quantità preoccupante (oggi se ne contano 70 milioni di esemplari!), hanno già contribuito all'estinzione di quasi 1400 specie di uccelli e minacciano pure l’animale totem delle isole: il Kiwi. Ora la campagna di sterminio dell’opossum invasore è in corso, ma ripristinare l’equilibrio faunistico non è semplice: una volta alterato è difficile tornare indietro. All’ecosistema dell’isola sarebbe andata meglio se le canoe dei maori prima, e le imbarcazioni degli olandesi poi, si fossero perse per altre rotte…

Insomma, la Nuova Zelanda era un vero e proprio Paradiso in terra, poi arrivò l’uomo…

Un abbraccio, GuruKonK.



Grazie a G.De Palma!



Nell’immagine: il Kiwi, animale simbolo della Nuova Zelanda.

lunedì 2 giugno 2008

Il buono degli insetti


In Oriente e in America latina non è una novità, né tantomeno urta la sensibilità della popolazione: “Mangiare gli insetti fa molto bene alla salute!”. A dirlo sono alcuni specialisti degli Stati Uniti, che vedono in cavallette, formiche, vespe e maggiolini un'importante risorsa alimentare. Soprattutto adesso, in epoca di caro-cibo e crisi ambientale. Conferma di ciò arriverebbe da un gruppo di ricercatori dell'Ohio.

Gli insetti sono gli animali più preziosi, sottoutilizzati e prelibati del mondo”, assicura in sintonia con i colleghi dell'Ohio il naturalista americano David George Gordon sulle pagine del domenicale londinese “Independent on Sunday”. Secondo il giornale persino la FAO si interessa attivamente degli insetti come fonte nutritiva e nei mesi scorsi ha organizzato “una speciale conferenza per illustrare i benefici dell'entomofagia”.

Chi si mangia il ragno, la tenaglia o lo scorpione si tiene sano perché così facendo ingurgita molte proteine e molti altri nutrienti essenziale. Rispetto alle carni tradizionali assimila molto meno grasso insaturo e rischia meno sul versante del colesterolo”, si legge nello studio.

Benefici potenziali ce ne sono anche per il pianeta: un massiccio consumo di insetti ridurrebbe infatti la necessità dei pesticidi e non peserebbe sull'ambiente come invece fa la tradizionale industria della carne.

Personalmente vi confido che qualche anno fa ho avuto la possibilità di degustare alcune di queste singolari specialità culinarie. Ho un buon ricordo soprattutto delle “cavallette fritte”, che con un po’ di ketchup sono davvero squisite! In generale, però, trovo che gli insetti non abbiano un potente sapore proprio e che tendano perciò ad “assorbire” il gusto dei vari condimenti.

Per oggi finiamo qui. Invito i più “avventurosi” tra di voi a sperimentare questo tipo di alimentazione, in modo da poterci (eventualmente) scambiare qualche nuova ricetta…

Un abbraccio, GuruKonK.



Fonte: TGcom



Nell’immagine: un particolare di una cavalletta.