
Come ogni domenica torna la rubrica “Delitti esemplari”. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno l’hanno apprezzata nelle edizioni precedenti. Come già sapete, questi racconti di omicidi sono completamente disarmanti nella loro semplicità. Quando ci rendiamo conto che le motivazioni che spingono un essere umano a spegnere la vita di un suo simile, sono così ferocemente insignificanti, le nostre certezze vacillano inevitabilmente.
Vi ricordo ancora che “Delitti esemplari” è il titolo di un libricino (uso il diminutivo poiché si tratta di sole 70 pagine) scritto nel 1956 da uno scrittore spagnolo, poco conosciuto alle nostre latitudini: Max Aub. Si tratta di un ricco assortimento di “confessioni” di assassini, raccolte dall’autore nelle carceri che ha avuto occasione di visitare in più di venti anni, in Francia, Spagna e Messico.
E’ necessario ricordarvi che solo 2 confessioni (delle circa 90 raccolte) provengono da malati di mente diagnosticati. Come specifica Aub nella sua prefazione, “gli alienati mentali si rivelarono subito piuttosto deludenti. Da loro mi aspettavo i racconti più interessanti ma non fu così. Forse perché è proprio dietro la cosiddetta ‘normalità’ che si nasconde la più atroce delle follie .”.
Come già vi avevo detto nelle precedenti edizioni di “Delitti esemplari”, credo di aver trovato un comune denominatore che lega tra loro questi racconti di morte. Infatti, tutti gli assassini sembrano aspettarsi che l’interlocutore capisca (e approvi) il loro macabro punto di vista. In altre parole, sono tutti convinti che il crimine commesso sia stato un atto comprensibile e, in qualche modo, persino inevitabile.
La mia speranza è ancora la stessa da quando ho iniziato a pubblicare questa rubrica: forse, la comprensione di un omicidio, ci potrà aiutare a capire meglio l’oscura banalità del mondo in cui viviamo. In questa ottica, vi invito ancora una volta ad acquistare questa opera letteraria.
Ecco la decima serie di “Delitti esemplari”.
Delitto no. 46
Se non dormo otto ore sono un uomo finito, e dovevo alzarmi alle sette… Erano le due e non se ne andavano, sprofondati nelle poltrone, felici e beati. E Iddio sa che non avevo potuto fare a meno di invitarli a cena. E parlavano, e straparlavano, a ruota libera, a cascata; scambiandosi battute, parlando a vanvera, confondendo i discorsi, blaterando su cose di nessun interesse: e gradisca un altro bicchiere, e un’altra tazzina di caffè. D’un tratto a lei saltò in mente che, un po’ più tardi, avremmo potuto farci una zuppa all’aglio (la mia cuoca è famosa proprio per questo). Io non ce la facevo più. Li avevo invitati a cena perché non potevo farne a meno, perché sono una persona beneducata. Erano arrivati, più o meno puntuali, alle nove e mezzo; ed erano le due di notte, e non davano il minimo segno di volersene andare. Io non riuscivo a staccare la mente dall’orologio, dato che non potevo guardarlo direttamente: la buona educazione, innanzitutto. Dovevo alzarmi alle sette, e se non dormo otto ore sono uno straccio per tutta la giornata; inoltre di quello che dicevano non mi importava niente, un bel niente. Certo, avrei potuto comportarmi da villano e dir loro in qualche modo di andarsene. Ma non è nel mio stile. Mia madre, rimasta vedova da giovane, mi ha inculcato i migliori principi. Avevo solo una gran voglia di dormire. Il resto mi importava poco. Non che avessi molto sonno, ma pensavo a quello che avrei avuto il giorno dopo… La mia educazione mi impediva di fingere qualche sbadiglio, che è il modo più corrente tra persone volgari.
E lei qui, e lei qua… e questo qui e quello là. Il gin rommy, gli scacchi, il poker… Ginger Rogers, Lana Turner, Dolores del Rio (odio il cinema); il sabato a Cuernavaca (odio Cuernavaca). Oh, il casinò di Acapulco! In quel momento odiavo anche Acapulco… E Tizio che aveva perso tanto e tanto, a lei che gliene pare? A lei, a lei e a lei… E il Presidente, e il Ministro, e l’Opera (odio l’Opera). E il cashemere inglese, e Don Pedro, e gli acquisti di Natale, e i cavoli loro.
E quel veleno, dal colore così simile al cognac…
Delitto no. 47
Uccise la sua sorellina la notte di Natale per tenere tutti i giocattoli per sé.
Delitto no. 48
Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente nulla: perché non lo voleva. Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva affetto. Mi guardava insolente. Lo supplicai, lo sgridai, lo picchiai, ma non ci fu verso. Gli altri bambini cominciavano a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno, l’appetito, finché un giorno non ne potei più! Perché servisse da esempio lo impiccai all’albero del cortile.
Delitto no. 49
Gli chiesi “L’Excelsior” e mi portò “El Popular”. Gli chiesi le “Delicados” e mi portò le “Chesterfield”. Gli chiesi una birra chiara e me la portò scura. Il sangue e la birra mescolate per terra non fanno un effetto gradevole..
Delitto no.50
Non posso cambiare casa. Non ho i soldi, e poi lì è morta mia madre, ed io sono un sentimentale. Ma voi non sapete cos’è un juke-box. Un mostro che attraversa i muri dalle sette di mattina alle tre di notte. Voi non sapete cos’è. Sempre lo stesso ritmo, lo stesso motivo, per ore e ore senza darti modo di dormire, di mangiare, senza mollarti mai. Mangiare ritmo, bere canzonette, e non dormire. Avere il sonno interrotto, attraversato, impastoiato da uno stupido juke-box. Oh, quel mostro verde, giallo e rosso… Protestai, scrissi, inoltrai reclami a tutte le autorità possibili ed immaginabili. Non mi risposero nemmeno. Da un amico militare comprai una bomba a mano. Mi dispiace per il barista, soprattutto dopo che ho saputo che era orfano di padre e madre, come me. Spero proprio che la mia mammetta mi perdoni. L’ho fatto per lei: non posso cambiare casa.
A domani. Un abbraccio, GuruKonK.
Libri, idee regalo: Edizioni Sellerio (novità del mese)
Vi ricordo ancora che “Delitti esemplari” è il titolo di un libricino (uso il diminutivo poiché si tratta di sole 70 pagine) scritto nel 1956 da uno scrittore spagnolo, poco conosciuto alle nostre latitudini: Max Aub. Si tratta di un ricco assortimento di “confessioni” di assassini, raccolte dall’autore nelle carceri che ha avuto occasione di visitare in più di venti anni, in Francia, Spagna e Messico.
E’ necessario ricordarvi che solo 2 confessioni (delle circa 90 raccolte) provengono da malati di mente diagnosticati. Come specifica Aub nella sua prefazione, “gli alienati mentali si rivelarono subito piuttosto deludenti. Da loro mi aspettavo i racconti più interessanti ma non fu così. Forse perché è proprio dietro la cosiddetta ‘normalità’ che si nasconde la più atroce delle follie .”.
Come già vi avevo detto nelle precedenti edizioni di “Delitti esemplari”, credo di aver trovato un comune denominatore che lega tra loro questi racconti di morte. Infatti, tutti gli assassini sembrano aspettarsi che l’interlocutore capisca (e approvi) il loro macabro punto di vista. In altre parole, sono tutti convinti che il crimine commesso sia stato un atto comprensibile e, in qualche modo, persino inevitabile.
La mia speranza è ancora la stessa da quando ho iniziato a pubblicare questa rubrica: forse, la comprensione di un omicidio, ci potrà aiutare a capire meglio l’oscura banalità del mondo in cui viviamo. In questa ottica, vi invito ancora una volta ad acquistare questa opera letteraria.
Ecco la decima serie di “Delitti esemplari”.
Delitto no. 46
Se non dormo otto ore sono un uomo finito, e dovevo alzarmi alle sette… Erano le due e non se ne andavano, sprofondati nelle poltrone, felici e beati. E Iddio sa che non avevo potuto fare a meno di invitarli a cena. E parlavano, e straparlavano, a ruota libera, a cascata; scambiandosi battute, parlando a vanvera, confondendo i discorsi, blaterando su cose di nessun interesse: e gradisca un altro bicchiere, e un’altra tazzina di caffè. D’un tratto a lei saltò in mente che, un po’ più tardi, avremmo potuto farci una zuppa all’aglio (la mia cuoca è famosa proprio per questo). Io non ce la facevo più. Li avevo invitati a cena perché non potevo farne a meno, perché sono una persona beneducata. Erano arrivati, più o meno puntuali, alle nove e mezzo; ed erano le due di notte, e non davano il minimo segno di volersene andare. Io non riuscivo a staccare la mente dall’orologio, dato che non potevo guardarlo direttamente: la buona educazione, innanzitutto. Dovevo alzarmi alle sette, e se non dormo otto ore sono uno straccio per tutta la giornata; inoltre di quello che dicevano non mi importava niente, un bel niente. Certo, avrei potuto comportarmi da villano e dir loro in qualche modo di andarsene. Ma non è nel mio stile. Mia madre, rimasta vedova da giovane, mi ha inculcato i migliori principi. Avevo solo una gran voglia di dormire. Il resto mi importava poco. Non che avessi molto sonno, ma pensavo a quello che avrei avuto il giorno dopo… La mia educazione mi impediva di fingere qualche sbadiglio, che è il modo più corrente tra persone volgari.
E lei qui, e lei qua… e questo qui e quello là. Il gin rommy, gli scacchi, il poker… Ginger Rogers, Lana Turner, Dolores del Rio (odio il cinema); il sabato a Cuernavaca (odio Cuernavaca). Oh, il casinò di Acapulco! In quel momento odiavo anche Acapulco… E Tizio che aveva perso tanto e tanto, a lei che gliene pare? A lei, a lei e a lei… E il Presidente, e il Ministro, e l’Opera (odio l’Opera). E il cashemere inglese, e Don Pedro, e gli acquisti di Natale, e i cavoli loro.
E quel veleno, dal colore così simile al cognac…
Delitto no. 47
Uccise la sua sorellina la notte di Natale per tenere tutti i giocattoli per sé.
Delitto no. 48
Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente nulla: perché non lo voleva. Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva affetto. Mi guardava insolente. Lo supplicai, lo sgridai, lo picchiai, ma non ci fu verso. Gli altri bambini cominciavano a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno, l’appetito, finché un giorno non ne potei più! Perché servisse da esempio lo impiccai all’albero del cortile.
Delitto no. 49
Gli chiesi “L’Excelsior” e mi portò “El Popular”. Gli chiesi le “Delicados” e mi portò le “Chesterfield”. Gli chiesi una birra chiara e me la portò scura. Il sangue e la birra mescolate per terra non fanno un effetto gradevole..
Delitto no.50
Non posso cambiare casa. Non ho i soldi, e poi lì è morta mia madre, ed io sono un sentimentale. Ma voi non sapete cos’è un juke-box. Un mostro che attraversa i muri dalle sette di mattina alle tre di notte. Voi non sapete cos’è. Sempre lo stesso ritmo, lo stesso motivo, per ore e ore senza darti modo di dormire, di mangiare, senza mollarti mai. Mangiare ritmo, bere canzonette, e non dormire. Avere il sonno interrotto, attraversato, impastoiato da uno stupido juke-box. Oh, quel mostro verde, giallo e rosso… Protestai, scrissi, inoltrai reclami a tutte le autorità possibili ed immaginabili. Non mi risposero nemmeno. Da un amico militare comprai una bomba a mano. Mi dispiace per il barista, soprattutto dopo che ho saputo che era orfano di padre e madre, come me. Spero proprio che la mia mammetta mi perdoni. L’ho fatto per lei: non posso cambiare casa.
A domani. Un abbraccio, GuruKonK.
Libri, idee regalo: Edizioni Sellerio (novità del mese)









