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lunedì 29 dicembre 2008

Cara Italia, dove vai?


Un affettuoso saluto a tutti gli amici del Blog. Mi scuso se per qualche giorno non ho aggiornato queste pagine ma, come avrete di certo intuito, gli “impegni festivi” mi hanno tenuto un po’ lontano dal mouse e dalla tastiera. Oggi mi sono impegnato per recuperate il tempo perduto e ho letto con attenzione molti siti di informazione alternativa e molti Blog. Sono stato particolarmente colpito da un Post pubblicato da Beppe Grillo il 27 dicembre scorso, intitolato “La riforma delle riforme”. A mio parere si tratta più che altro dello sfogo di un uomo innamorato del proprio Paese. Un uomo che assiste alla deriva morale ed economica dell’Italia, e che soffre nell’impotenza di non poter far nulla per impedirne la degenerazione.

Ho deciso di pubblicarlo nella sua interezza e senza alcuna modifica (esclusi i link, naturalmente). Spero davvero che lo troverete interessante.


La riforma delle riforme
di Beppe Grillo

«Lo psiconano ha detto che "il 2009 per quanto mi riguarda sarà terribile". Ha affermato che le priorità assolute del Governo per fare uscire il Paese dalla crisi saranno la "Riforma della giustizia e la legge sulle intercettazioni". I disoccupati possono dormire tranquilli. Se telefonano alla moglie avranno la sicurezza di non essere intercettati. E anche gli occupati, sempre meno, non devono avere preoccupazioni. Se un amministratore pubblico, pagato dal loro IRPEF, ruba non finirà in galera. Di fronte a un'Italia impoverita, con una previsione di due milioni di disoccupati in più, le parole dello psiconano sono come l'orchestra che accompagnava gli ebrei alle camere a gas a Auschwitz. Questo Governo, dal suo insediamento la scorsa primavera, ha avuto un'unica priorità: evitare a tutti i costi che i politici finiscano in galera, a partire dal presidente del Consiglio. Il lodo Alfano è stato una pietra tombale sulla democrazia. Quattro persone in Italia sono più uguali delle altre. Dei processi a carico di David Mills e Bassolino si occupano solo i giudici, l'informazione di regime è assente.

Lo psiconano ha ricordato che lui "si trova per la terza volta, ed è un record assoluto, a essere presidente del G8 e del G14". Un'affermazione che dovrebbe farci riflettere. Se uno come lui arriva a un record del genere come nostro rappresentante non ci sono televisioni controllate che tengano. Il problema siamo noi. La nostra ignavia. Questa Italia non è mai nata, non ha un corpo e neppure un'anima. E' uno zombie dominato da mafie, massoneria e criminalità politica. Ha avuto qualche sussulto con le lotte partigiane, con Falcone e Borsellino, con Ambrosoli e Livatino. Ma sono stati casi isolati. Le eccezioni che confermano la regola. Da sempre chi non si è rassegnato e si è opposto al regime è stato isolato o ucciso, spesso isolato per essere ucciso.

Una finta democrazia non è più sufficiente a chi sta attuando in modo scientifico i piani della loggia P2. Ora vuole una vera dittatura. Li abbiamo sottovalutati, credevamo che avessero un limite. Non lo hanno. Sono i nostri dipendenti e sono diventati i nostri padroni. Dei cialtroni, ma con un immenso istinto di sopravvivenza, il loro per il momento è più forte del nostro. Ci tengono ancora in coma mediatico assistito grazie ai giornali (finanziati da noi) e all'occupazione delle televisioni.

Il risveglio sarà duro e quando Testa d'Afalto dice "il 2009 PER QUANTO MI RIGUARDA sarà terribile", forse pensa a sé stesso. Il 16 dicembre 1944 Mussolini si recò al Teatro Lirico a Milano. L'Italia era distrutta dalla guerra a causa sua, ma i milanesi gli riservarono un'accoglienza trionfale. Pochi mesi dopo a Piazzale Loreto avevano cambiato idea.

Una sola riforma è necessaria in Italia: la Riforma della Politica. I nostri rappresentanti non possono essere al di sopra della legge. In Commissione al Senato sono ferme da mesi le firme di 350.000 italiani onesti per la legge popolare Parlamento Pulito. Non vengono prese in esame da Vizzini, il presidente della Commissione, del PDL. Il suo capo non lo permette. Il PDmenoElle dei D'Alema e di “Cicciolino” Veltroni neppure.

Ogni tanto ci penso e non capisco. Perché proprio a noi? Di quale delitto ci siamo macchiati come popolo per avere dei politici di questo livello? E per quanto ancora?

Loro non molleranno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.»

Beppe Grillo


Spero che abbiate trovato interessante questo Post di Beppe Grillo. Molte delle cose raccontate dal comico genovese mi hanno un po’ infastidito. Perché? Perché so che sono vere. Lui chiude lo scritto con un invito a non mollare, ma io mi chiedo a che scopo. Questi politici hanno dalla loro parte un potere mediatico smisurato, in grado di condizionare i sentimenti dell’opinione pubblica. Non mi riferisco solo a Berlusconi (anche se del sistema attuale è sia il principale fautore che il maggior beneficiario) mi riferisco pure a gran parte dell’opposizione, invischiata anch’essa nel marasma generale della corruzione e della conseguente putrefazione dell’etica politica.

E allora, cosa si può fare? Io non lo so più, ditemelo voi.

GuruKonK



Fonte: il blog di Beppe Grillo



Nell’immagine: il premier italiano Silvio Berlusconi stringe la mano al “leader dell’opposizione” Walter Veltroni (in quel momento sindaco di Roma).

domenica 21 dicembre 2008

La salute è uguale per tutti


Come alcuni di voi avranno letto nella sezione commenti del Post intitolato “Africa: la rivoluzione di Nerica”, la nostra amica Susanna mi ha invitato ad aderire a un appello importante, chiamato “La salute è uguale per tutti” e promosso dalla segreteria provinciale di Modena della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP). Mi sono informato ed ho subito capito che non potevo non accogliere e sottoscrivere con convinzione l’invito di Susanna.

L’articolo 32 della Costituzione Italiana sancisce come diritto fondamentale dell'individuo la facoltà della tutela della salute e garantisce agli indigenti il diritto alle cure gratuite, anche nell'interesse della collettività. Questo significa che chi è ammalato deve essere curato, indipendente dal proprio status sociale, dalla nazionalità o dalla capacità economica, in modo da preservare l’interesse globale della salute pubblica.

Inoltre il Disegno di Legge 286 del 1998, all’articolo 35 prevede la gratuità delle cure urgenti ed essenziali anche agli stranieri non iscritti al Servizio Sanitario Nazionale (SSN), privi di permesso di soggiorno e/o privi di risorse economiche.

Quindi, vi chiederete dove sta il problema, giusto? Vi lo spiego subito. Purtroppo una delegazione di senatori della Lega Nord ha inoltrato un emendamento «per chiedere di abolire le cure urgenti, essenziali e gratuite agli stranieri non iscritti al Servizio Sanitario Nazionale e privi di risorse economiche».

Naturalmente, per un medico (in questo caso un pediatra) curare i poveri e gli indigenti, soprattutto se bambini, è un dovere deontologico e morale, ma è pure un imperativo etico per un paese civile. Per questo la Federazione Italiana Medici Pediatri chiede di non cancellare con un semplice decreto un fondamentale diritto costituzionale.

Per sottoscrivere questo appello dovete solo riempire il “form” che troverete a questo link:

http://appelli.arcoiris.tv/salute

Non voglio scadere nella retorica e nello svenevole, ma siamo in periodo di festività natalizie e il minimo che possiamo fare è ribadire con forza che la salute è un fondamentale diritto di tutti!

GuruKonK



Nell’immagine: una delle molte iniziative per la salute dei più piccoli.

giovedì 11 dicembre 2008

CCPI '09: nessun vincitore


Il 2012 si avvicina, e con esso si allontana sempre più la speranza di centrare gli obiettivi del “Protocollo di Kyoto”. Ad accertarlo è il “Climate Change Performance Index” (CCPI) del “German Watch” che classifica annualmente i 57 paesi maggiori produttori di CO2, ovvero quelle nazioni che insieme producono il 90% delle emissioni inquinanti. Quest’anno, per la prima volta dalla sua istituzione, il podio dell’indice rimane vuoto e questo perché, secondo le valutazioni del “German Watch”, nessuna nazione è ancora riuscita a imboccare la strada giusta per mantenere l’aumento della temperatura terrestre sotto i 2 gradi entro il 2050 rispetto ai livelli registrati nel 1990.

Non hanno quindi da gioire Svezia, Germania e Francia, piazzatesi rispettivamente al quarto, quinto e sesto posto, ma sicuramente hanno davvero da piangere gli ormai storici fanalini di coda: Stati Uniti, Canada e Arabia Saudita. Se infatti le prime della classe fanno molto, ma non abbastanza, il dramma di chi sta in fondo alla classifica è che non solo non hanno fatto nulla, ma sembrano non avere intenzione di fare niente neppure in un futuro prossimo, pur avendone tutte le possibilità e soprattutto le necessità.

Il giudizio sulla politica climatica messa in atto dalle singole nazioni risulta, infatti, uno dei 3 parametri utilizzati nella compilazione della classifica, ed è così che la Repubblica Koreana (grazie ad una politica sempre più attenta all’ambiente) passa dal 53esimo posto dell’anno scorso al 41esimo di quest’anno, tre posti sopra l’Italia...

Già, purtroppo l’Italia si trova nella parte medio bassa della classifica, in una zona divenuto purtroppo usuale; infatti il 44esimo posto di quest’anno equivale al 41esimo dell’anno scorso, se teniamo conto del podio vuoto che ha fatto scivolare ogni nazione in basso di 3 posizioni.

Teniamo!”, potrebbe dire qualche inguaribile ottimista, “coliamo sempre più a picco” si potrebbe invece affermare considerando l’andamento degli ultimi tre anni in cui l’Italia ha perso ben 13 posizioni.

Secondo molti esperti internazionali tutto ciò era inevitabile. Lo stato italiano non ha mai messo mano alla costruzione di una politica ambientale organica capace di incidere a qualunque livello sulle emissioni di CO2 prodotte nel paese e questo si riscontra in maniera evidente nelle valutazioni del “German Watch” in cui il giudizio sulla politica climatica è il più basso insieme a quello di Stati Uniti e del Canada; persino stati africani come Marocco (20° in classifica generale) e Algeria (26°), o mediorientali come l’Iran (39°), hanno politiche climatiche più efficaci, ma prima di tutto hanno una politica climatica. Esatto: l’Italia non ce l’ha ancora.

Sempre secondo gli esperti, le cose potrebbero pure peggiorare. La staticità della posizione italiana nella classifica 2009. è dovuta infatti alle pochissime misure ambientali adottate in questi anni. Tra queste il “conto energia per il fotovoltaico” (grazie al quale il cittadino che decide di installare pannelli solari viene rimborsato del suo investimento) e gli incentivi del 55% per l’efficienza energetica degli immobili.

Purtroppo le dichiarazioni di questi giorni del ministro dell’economia Giulio Tremonti, ci fanno chiaramente capire che queste isolate disposizioni saranno molto probabilmente rimosse già a partire dal prossimo anno!

Non fosse sufficiente, ci ha pensato il premier Berlusconi a polemizzare e minacciare veti (solo politici, dato che il diritto di veto non è di pertinenza del Primo Ministro...) sull’approvazione del pacchetto clima europeo “20-20-20, aiutandoci a capire ancora più chiaramente l’orizzonte culturale in cui l’Italia si muove rispetto al clima.

Indipendentemente da come si risolverà la questione, pare infatti evidente come ancora una volta l’Italia si dimostri scarsamente lungimirante, preferendo la protezione di interessi economici particolari (che tra l’altro saranno tutti da valutare!) rispetto ad un tema centrale per l’ambiente e l’economia, come quello della lotta al riscaldamento climatico.

Di questo passo saranno sufficienti 3 o 4 anni a portare l’Italia nei bassissimi fondi del “CCPI”. Serve un radicale cambio di rotta, e serve subito.

Prima di concludere vi segnalo il link con il quale accedere al “Climate Change Performance Index 2009”. Alla pagina 6 potrete accedere alla classifica, dagli stati più virtuosi (come Svezia, Germania, Francia e India) agli stati più viziosi (come Kazakhstan, USA, Canada e Arabia Saudita). Di seguito troverete inserito anche un link per poter visionare l’ormai fantomatico “Protocollo di Kyoto”.

- Rapporto 2009 “CCPI” (formato PDF)

- Protocollo di Kyoto (in italiano, formato PDF)


Vi ringrazio di cuore per l’attenzione che avete anche oggi dedicato a questo Blog e vi do appuntamento a presto per un nuovo tema da affrontare insieme.

Con affetto, GuruKonK.



Fonti: sito web di “Quale Energia”, sito web del “Ministero dell’economia” e sito web di “Terranauta” (in particolare l’ottimo Post scritto da A.Boretti).



Nell’immagine: una splendida visione del nostro pianeta.

giovedì 4 dicembre 2008

Iraq: il grande imbroglio di Bush


Il recente “mea culpa” del presidente USA è stato solo l'ultimo passo: “L'Iraq è stato un errore”. Bush l'aveva già capito da tempo. Da quando ha iniziato a modificare, aggiustare e cancellare alcuni comunicati stampa veicolati ai media e, quindi, al mondo relativi alla guerra. La denuncia è di due ricercatori americani del “Cline Center for Democracy” dell'università dell'Illinois, che hanno analizzato nel dettaglio uno a uno i vari testi, scoprendo che erano stati corretti per ragioni di bieca opportunità politica.

Attraverso l’affidabile “Internet Archive”, il più grande archivio mondiale dei siti web (gestito da un'organizzazione no-profit fondata nel 1996 a San Francisco), i due ricercatori sono riusciti a risalire a cinque documenti ufficiali. A distanza di anni, solo tre di questi cinque documenti, con l'elenco dei Paesi a favore della guerra in Iraq, possono essere ancora consultati tramite il sito della Casa Bianca. Gli altri due sono stati cancellati tra il 2003 e il 2006. Quando si è cambiato il testo, non si è provveduto a correggere la data di pubblicazione del comunicato, per far sembrare il tutto più naturale possibile.

In uno dei comunicati cancellati, Bush rendeva noto l'elenco dei Paesi che lo sostenevano nell'invasione dell'Iraq (vedo box: documento 1). Si tratta di un documento del 27 marzo 2003: vi compaiono 49 nazioni. Peccato che, hanno scoperto i ricercatori, in quel periodo gli Stati che appoggiavano l'America erano 45.

Un altro esempio è quello che riguarda il documento datato 21 marzo 2003: nella lista ci sono 46 nazioni, inclusa l'America (vedo box: documento 2). Il mese seguente, però, questa lista viene corretta: vengono aggiunti l'Angola e l'Ucraina, portando il totale a 48. La data del comunicato stampa resta invariata (21 marzo), e nessuno spiega che quel testo è stato cambiato. Quella lista resta visibile per più di due anni, ma poi sparisce. Anche se il “link” non viene cancellato.

Nel comunicato del 13 aprile 2003 (vedi box: documento 3) tra i paesi della coalizione si aggiunge lo stato di Tonga. Ma poi sparisce e ricompare solo nel novembre 2004 con una importante modifica. Il correttore stavolta ha eliminato il Costa Rica: lo Stato, infatti, aveva fatto notare di non essere mai stato a favore della guerra in Iraq, chiedendo di essere rimosso dalla cosiddetta “coalizione dei volenterosi”.

A oggi, spiegano i ricercatori del “Cline Center for Democracy”, non c'è un singolo documento nell'archivio ufficiale della Casa bianca che faccia riferimento al dato reale (e storicamente affidabile) di 46 Paesi favorevoli alla guerra in Iraq. Solo il sito “Archive.org” conserva il comunicato con questo dato (vedi box: documento 4). Un'operazione di “sbianchettatura” che ha permesso a Bush di riscrivere, in parte, la storia.

Vi ringrazio di cuore per l’attenzione che, anche oggi, avete dedicato a questo Blog. Prima di concludere ho una domanda: vi siete mai chiesti come i grandi leader preparano una guerra? Indipendentemente dalla risposta, vi invito a cliccare su questo link. Troverete il testo integrale (in italiano) della conversazione intercorsa il 22 febbraio 2003 tra George W. Bush e l’allora premier spagnolo Josè Maria Aznar.


Con questo è davvero tutto.

A presto, GuruKonK.



Box News:
a) documento 1
b) documento 2
c) documento 3
d) documento 4



Dati della notizia e informazioni: sito web di “Affari Italiani” (grazie per il vostro ottimo lavoro!).



Nell’immagine: George W. Bush durante un incontro al vertice...


venerdì 21 novembre 2008

Il declino di un presidente


George W. Bush che sale sul palco per la “photo opportunity” con i leader del G20 e nessuno gli stringe la mano. La CNN ha mandato in onda immagini terribilmente imbarazzanti del Presidente degli Stati Uniti. Nel video si vede Bush mentre sale sulla pedana allestita per la foto di gruppo con gli altri leader, riuniti a Washington per il vertice di venerdì e sabato scorsi. Bush si sistema sul gradino inferiore della pedana, passando in rassegna tutti i leader già sistemati su quello superiore: (in ordine) il governatore della banca d’Italia Mario Draghi, il segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki-moon, il Portatore Nano di democrazia Silvio Berlusconi, il presidente della Commisione UE Josè Manuel Durao Barroso, il premier britannico Gordon Brown, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il premier spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero. Il Primo Ministro giapponese Taro Aso, davanti a George Bush, stringe calorosamente le mani degli altri leader. Così fa il presidente brasiliano, Luis Ignacio Lula da Silva. Tutti si stringono le mani a vicenda, tranne lui.

Sembra abbastanza triste”, commenta lo speaker della CNN Rick Sanchez, “questo è il presidente degli Stati Uniti che sale sul palco per farsi fare una foto con i leader mondiali. Guardatelo: si comporta come il ragazzino meno popolare alle superiori, quello che non piace a nessuno e che i compagni cercano di evitare. Tutti si stringono mani, tutti si sorridono e scherzano allegramente, mentre lui cammina in avanti, nessuno gli stringe la mano e lui non stringe la mano a nessuno”.

Anche il grande amico di George W. Bush, Silvio da Arcore, è sembrato più tiepido che nelle precedenti occasioni. Tutti ci ricordiamo le battute, i complimenti reciproci e gli abbracci tra i due leader. Chi può dimenticare i week end che la “strana coppia” trascorreva nell’ameno Ranch della Bush Family nel profondo Texas? Ora invece sembra che qualcosa sia cambiato.

Certo, la popolarità del presidente “cowboy” è in declino ormai da tempo e la statura da grande statista di Barack Obama ha di certo contribuito ad oscurarne l’immagine, ma il comportamento dei suoi ex amici è giunto inaspettato.

Bisogna dire che il passaggio da “capo del mondo libero” a pensionato di lusso non è mai stato facile per nessun presidente, tuttavia molti osservatori internazionali sottolineano il bieco opportunismo di Berlusconi, Brown & company.

Personalmente, la condotta dei leader del G20 verso George Bush la riassumerei con il seguente pensiero: adesso che ha perso tutto il suo potere e peso politico, lo trattano semplicemente per quello che è, ovvero una pericolosa marionetta con un ordine di sfratto in tasca!

Purtroppo è noto a tutti come nel mondo della politica, della macro economia e della cosiddetta “alta finanza”, nessuno ti faccia sconti. Chi ieri ti chiamava amico (naturalmente per motivi di turpe convenienza), oggi ti gira le spalle senza scrupoli perché non gli servi più. Adesso non fraintendetemi, io non ho nessuna simpatia per l’operato di George W. Bush. Non gli perdonerò mai le menzogne sull’arsenale iracheno, le “cluster bomb” lanciate su Falluja, le stragi di civili innocenti, le torture nei campi di prigionia, il veto sulla rattifica del “Protocollo di Kyoto”, i rapimenti e le sparizioni ad opera della C.I.A., eccetera, eccetera, eccetera! Devo però ammettere che vederlo snobbato come un lebbroso, da parte di un gruppo di potenti ipocriti mi ha un po’ infastidito.

Forse coloro che oggi gli voltano le spalle potevano dimostrare maggiore fermezza (invece di “calcare le braghe”) quando Bush fece decollare i bombardieri B-2 in direzione di Baghdad... Tutto qui.

GuruKonK



Link per vedere il video “incriminato” della “photo opportunity” a conclusione del vertice dei G20.



Fonte della notizia: sito web dell’agenzia “A G I”.



Nell’immagine: la foto a conclusione del vertice G20 di Washington, un bel gruppo di amiconi!

giovedì 6 novembre 2008

Big Bang Obama!


Erano soprattutto giovani, centinaia di migliaia di giovani, a piangere di gioia nel prato del Grant Park e nelle strade circostanti, a Chicago, martedì notte. E in questo caso l'età non è un mero dato anagrafico, ma la novità che illumina le elezioni del 4 novembre e spiega il trionfo di Barack Obama: 68 nuovi elettori giovani su cento hanno votato per lui, in totale l'11% dell'intero elettorato, una massa di elettori che ha fatto la differenza. Il movimento di opinione che Obama ha generato tra i ventenni non è stato solo decisivo per la conquista della Casa Bianca, ma rappresenta di per sé un elemento destinato a cambiare la politica americana. Ma questa svolta è stata determinata dall'unicità del nuovo presidente americano.

Obama è il primo politico della nuova generazione ad arrivare al potere, il primo leader post ideologico a essere maturato dopo la caduta del muro di Berlino, in un mondo non più spaccato in due, fatto di amici o di nemici (“o sei con noi o sei contro di noi”, George W.Bush lo ripeteva spesso, n.d.K.). Obama non è un uomo della sinistra tradizionale. Michael Walzer, uno degli intellettuali progressisti più lucidi degli Stati Uniti, dubita persino che si possa considerare un uomo di sinistra, nel senso che non ha ereditato i vecchi steccati ideologici figli del secolo scorso.

Della sinistra Obama ha ereditato i principi ispiratori, che lo spingono a battersi contro le crescenti disuguaglianze sociali e a promettere l'assistenza sanitaria ai 50 milioni di americani che ne sono privi. Ma Obama è l'uomo del pragmatismo, un risolutore di problemi senza remore ideologiche. Per questo i giovani, che non capiscono più il linguaggio della vecchia politica, lo hanno portato di peso fino alla Casa Bianca!

Fin dal febbraio 2007, quando annunciò la sua candidatura lanciando la sua temeraria sfida a Hillary Clinton, Obama sottolinea la necessità di ritrovare l'unità culturale del Paese, lacerato da 40 anni di divisioni partigiane che sembrano ormai figlie di un'altra epoca. Quello che a molti può sembrare retorica, è il nocciolo innovativo del suo pensiero politico.

Obama è il primo presidente nero a vincere le elezioni presidenziali, dopo 220 anni di Repubblica. Questa è la svolta che rende queste elezioni storiche, e cambierà probabilmente la cultura dei neri americani, riscattando la loro storica marginalità. Ma il colore della pelle di Obama non è l'unico elemento rivoluzionario del suo successo. Obama è anche il primo presidente da tempo immemorabile che proviene da una grande città del “Nord-Est liberal”, e per di più è un professore universitario, un intellettuale, un pensatore sofisticato, e anche un ex militante politico di base. I due presidenti democratici eletti negli ultimi 40 anni, Jimmy Carter e Bill Clinton, erano due moderati del Sud. Ma Clinton restò sempre sotto al 50 per cento dei voti, e Carter si fermò al 50,1. Obama è andato oltre il 52. Bisogna risalire al 1960 per trovare un altro presidente liberal del Nord-Est, John Kennedy, che però era un “wasp” e un eroe di guerra.

L'elezione di Obama mostra che negli Stati Uniti è in atto un rivolgimento demografico e culturale che sta cambiando la vecchia geografia politica. E infatti Obama ha vinto in uno Stato come la Virginia, che nell'era Bush sembrava un inattaccabile fortino conservatore, e ha conquistato Florida e Ohio, Nevada e Colorado.

John McCain e Sarah Palin hanno cercato di spegnere l'entusiasmo crescente per Obama usando il vecchio repertorio della propaganda conservatrice, accusandolo di essere un “socialista”, un'offesa fino a ieri infamante negli States, che è improvvisamente sembrata un'arma spuntata se lanciata contro di lui. E' come usare un linguaggio del secolo scorso per descrivere un uomo del XXI secolo.

Eleggendo Obama, gli americani non avrebbero potuto nominare un presidente più diverso da Bush. Al contrario del suo predecessore, è uno studioso curioso e raffinato, si forma le idee ascoltando e studiando, non si lascia sopraffare dall'istinto. Non seguirà i precetti del “neoliberismo reaganiano”, ma neanche quelli dello vecchio statalismo socialista. Si porrà in mezzo, con un pragmatismo figlio dell'intelligenza più che della tradizione.

Mai un successo elettorale è stato così carico di aspettative e di significati simbolici. Per 20 lunghi mesi Barack Obama ha condotto una campagna elettorale praticamente perfetta, la più costosa della storia, per convincere gli americani di essere la persona adatta a cambiare il mondo. Gli hanno creduto. E già nella notte della vittoria, nel delirio di gioia che si respirava sotto il palco di Grant Park e in milioni di case in tutto il Paese, i democratici americani cominciavano a interrogarsi sul futuro. Fino a che punto Obama sarà in grado di realizzare il cambiamento promesso? Fino a dove la crisi economica, le lobby, i poteri occulti gli permetteranno di spingersi?

Molti analisti hanno già paragonato la sua elezione a quella di George Washington nel 1789 e di Abraham Lincoln nel 1860. Walzer pensa che Obama risponderà alla crisi economica lanciando un New Deal sullo stile di Franklin Delano Roosevelt. Paragoni impegnativi, non trovate?

I conservatori dicono che Obama resta un grande punto interrogativo. Ma dopo venti mesi di campagna elettorale il neopresidente ha dimostrato alcune doti importanti. È un uomo di grande sangue freddo, che non ha mai perso la pazienza anche quando è stato sottoposto agli attacchi più duri, beceri e volgari, prima da parte di Hillary e Bill Clinton, poi da John McCain e Sarah Palin. È capace di comunicare apertamente con i cittadini e di dialogare con cortese fermezza con i nemici. È un asso nello scegliere gli uomini, come ha mostrato nel nominare i leader della sua organizzazione. Secondo alcuni affermati osservatori politici: “Mai, nella storia recente, una campagna elettorale è stata così efficace e disciplinata, senza polemiche interne e personalismi”.

Si fanno molti nomi sui possibili componenti della sua amministrazione, ma si tratta probabilmente di illazioni. Ci saranno certamente alcuni esponenti repubblicani che lo aiuteranno a sfondare il muro di diffidenza del partito avversario (Colin Powell? n.d.K.). Ma Obama comincerà a lavorare al programma e all'organigramma solo nei prossimi giorni. Tra le centinaia di consulenti che già hanno lavorato per lui ci sono gli esponenti migliori delle cosiddetta “intellighenzia nazionale”. Come sempre capita, gli americani sono magnanimi nei confronti di un presidente appena eletto, e gli concederanno una luna di miele di alcuni mesi. Ma sarà necessario che nei primi cento giorni della sua presidenza, dal 20 gennaio alla fine di aprile, Obama non deluda le truppe che lo hanno votato. Alcune mosse sono indispensabili, ma tutte possono provocare contro-reazioni pericolose nel Paese.

Tutti si aspettano una svolta nella politica energetica, che è stato il suo cavallo di battaglia per tutta la campagna elettorale. Alcuni suoi consulenti assicurano che Obama lancerà un grande progetto nazionale per la ricerca e lo sviluppo di fonti energetiche alternative, nuovi incentivi per la costruzione di centrali a emissione zero e la fine degli sconti fiscali ai petrolieri. Certamente dovrà avviare il progetto per dare l'assistenza sanitaria a tutti gli americani. Sulla sua agenda ci sono anche alcuni progetti per rammodernare le infrastrutture del Paese, dando così respiro all'occupazione. Ma i conservatori lo aspettano al varco. Tutte queste scelte comporteranno un aumento della spesa pubblica che oggi appare insostenibile dopo il disastro finanziario lasciato da Bush.

Obama prenderà alcune decisioni di grande effetto: la nuova amministrazione ripudierà l'uso della tortura, cancellerà le operazioni di “rendition” e chiuderà la prigione di Guantanamo. Ma per fare tutto ciò si troverà di fronte a scelte difficili: molti dei detenuti di quel carcere sono diventati merce delicata da trattare perché nessun paese del mondo li vuole accogliere. È un argomento scottante, che rischia di scatenare la propaganda dei conservatori e di creare divisioni nel Pentagono. Ed è proprio il rapporto con il Pentagono il problema più delicato di Obama. Michael Walzer è certo che il nuovo presidente non potrà prendere di petto il ministero della Difesa, ed esclude che almeno nel primo mandato possa abbattere il gigantesco budget militare che opprime il bilancio Usa.

Obama si è impegnato a ottenere una grande vittoria militare in Afghanistan. Questo sarà un incentivo a ridurre le forze in Iraq, ma renderà quasi impossibile abbattere le spese militari. Questo potrebbe essere un problema.

In politica estera i consiglieri di Obama sono orientati verso una sorta di “internazionalismo liberal”. La nuova amministrazione metterà nuova enfasi sui rapporti multilaterali e mostrerà maggiore apertura verso l'Onu e le altre istituzioni internazionali. Farà un grande sforzo di collaborazione con i partner europei ma chiederà loro aiuti nelle operazioni internazionali, dall'Afghanistan al Darfur. Saranno pronti a rispondere gli europei? Permettetemi di dubitarne...

Ci sono poi i problemi per ricreare le regole dell'economia e della finanza internazionale. Nel corso della campagna elettorale Obama ha suggerito che i nuovi scambi commerciali possano essere condizionati da nuove regole legate ai diritti umani e a quelli sindacali. Walzer suggerisce un piano che potrebbe comprendere anche questi aspetti, che hanno più a che fare con l'etica socialdemocratica che con il neoliberismo reaganiano: “I consiglieri economici di Obama potrebbero essere spinti in questa direzione dalla forza delle cose”, dice Walzer.

Ad alimentare queste speranze è la stessa personalità di Obama, un leader che appare privo di steccati mentali, in grado di formarsi le idee ascoltando gli altri e imparando dall'esperienza. Il nuovo presidente avrà un'ampia maggioranza al Congresso e avrà due anni di tempo per cambiare il Paese.

Molti ricordano che anche Bill Clinton, quando arrivò alla Casa Bianca 16 anni fa, aveva un programma di grande rinnovamento socio-economico, e dovette arretrare di fronte al fuoco di sbarramento repubblicano. Ma da allora molte cose sono cambiate. Gli anni di Bush hanno reso i liberal più determinati a usare il potere politico per cambiare le cose in profondità. Nancy Pelosi alla Camera e Harry Reid al Senato sono due leader di carattere. Obama farà uno sforzo per creare un clima bipartisan e alla fine dovrà prendere decisioni radicali. Ma soprattutto è mutato il clima culturale del Paese. La maggioranza degli americani è convinta che il crollo di Wall Street e la crisi dell'economia abbiano definitivamente mandato in pensione il reaganismo. E per reinventare il futuro hanno eletto un presidente che vuole cancellare le vecchie etichette ideologiche del Novecento.

Per oggi è tutto. Ho pubblicato un documento lungo e approfondito, perché l’eccezionalità del sentimento positivo che sembra attraversare il mondo lo meritava! Anche io, come molti, non sono sicuro che Obama riuscirà a trasformare il realtà tutte le ottime idee che ha esposto durante la lunga campagna elettorale che lo ha portato fino al famigerato “studio ovale”. Tuttavia, le premesse per costruire un nuovo ordine mondiale non sono mai state concrete come lo sono oggi. Per questa ragione, non posso che dire: tanti auguri di buon lavoro, Mister President!

GuruKonK



Fonti: “Il dirompente fenomeno Obama” di Enrico Pedemonte (bravissimo!),
“Né bianco né nero: Obama è il primo Homo Globalis!” di Lucia Annunziata.




Nell’immagine: un poster creato da un gruppo di artisti per appoggiare la candidatura di Barack Obama.

martedì 28 ottobre 2008

“Uccidiamo Obama!”


Due ragazzi sono stati arrestati dagli agenti dell’ufficio dello sceriffo nella contea di Crockett e dagli agenti dell’ATF con l’accusa di possesso illegale di armi modificate (fucili a canne mozze). Il piano era uccidere Barack Obama, sparandogli o decapitandolo nel corso di un comizio in una scuola nei pressi di Memphis, frequentata soprattutto da ragazzi afroamericani. Inoltre, Daniel Cowart e Paul Schlesselman (questi i nomi dei soggetti) volevano assassinare 102 studenti neri (sparando a 88 di loro e decapitando gli altri 14) per rievocare il massacro alla scuola di Columbine. L’arresto dei due neonazisti è avvenuto il 22 ottobre, ma era stato tenuto riservato fino ad oggi.

Cowart e Schlesselman saranno incriminati ufficialmente il 30 ottobre con un’udienza al tribunale di Memphis (Tennessee), città dove 40 anni fa fu assassinato il leader del movimento dei diritti civili, Martin Luther King. I due saranno accusati di aver complottato per uccidere il candidato democratico alla presidenza degli USA, Barack Obama, e altri giovani afroamericani. Per il procuratore distrettuale del Tennessee, Lawrence Laurenzi, le incriminazioni “sono molto serie e come tali saranno trattate”.

Personalmente auspico che a potenziali emulatori (che forse stanno già progettando piani deliranti) il messaggio giunga forte e chiaro! Dall’atto d’accusa risulta inoltre che Cowart e Schlesselman si erano già resi protagonisti di atti detestabili. Pare infatti, come vedremo in seguito, che negli scorsi giorni abbiano sparato numerosi colpi d’arma da fuoco contro una chiesa frequentata da afroamericani, che risultano essere il principale obiettivo del loro nauseante odio razzista.

I ragazzi si sono conosciuti sul Web, frequentando lo stesso “social network”, sulle cui pagine gli inquirenti hanno trovato messaggi maniacali nei quali parlavano di “rapine a case e negozi per finanziari una strage contro la comunità nera”.

Fisicamente, però, i due si sono incontrati per la prima volta solo il 20 ottobre scorso, quando Cowart, il 20enne, è andato in macchina in Arkansas per prendere il 18enne Schlesselman. I due sono poi tornati a Bells, in Tennessee, dove Cowart vive con i nonni. In quei giorni il ragazzo aveva inserito nella sua pagina di MySpace una foto che lo ritrae con l’amico mentre imbraccia un grosso fucile nel giardino di casa.

Il 21 ottobre i due ragazzi hanno tentato di rapinare una casa a Bells, ma si sono allontanati quando hanno visto che vi erano parcheggiate due auto e che nel giardino sostava un grosso cane da guardia. “Il giorno dopo” si legge ancora sulle carte degli agenti federali “sono passati all'azione, sparando colpi alla finestra della “Church of Christ di Beech Grove”, che ha una forte presenza di fedeli afroamericani”. Per fortuna nessuno ha riportato ferite in seguito al raid razzista. “Siamo qui da 120 anni e non abbiamo mai avuto un problema del genere” ha detto il segretario della congregazione, il signor Nelson Bond.

Torniamo alla notizia principale, cioè al piano per colpire Barack Obama. I neonazisti, comunque, sapevano che la loro “impresa” era praticamente impossibile da attuare. La loro intenzione era svaligiare un’armeria e poi tentare di compiere il massacro. Loro stessi “pensavano di non riuscirci, ma contavano sul fatto di essere uccisi mentre ci provavano”, ha detto Jim Cavanaugh, un agente speciale dell’ATF. “Erano però pronti a morire nel tentativo, volevano essere ricordati come martiri della lotta per la supremazia bianca”, ha aggiunto un portavoce del Dipartimento di Giustizia.

La stampa degli Stati Uniti ha deciso oggi di ignorare la notizia: nessun articolo in proposito su “Washington Post” e “New York Times”, che pure hanno reso pubblico il loro appoggio al senatore dell’Illinois, così come sul “Chicago Tribune” e sul “Washington Times”. Profilo basso, invece, per “USA Today” e “Los Angeles Times”.

Il “Los Angeles Timesriferisce la notizia in un articolo, pubblicato nella sezione dedicata alla campagna elettorale, senza nessun contributo di analisi. “Due uomini arrestati per un presunto complotto per assassinare Barack Obama”, è il titolo descrittivo scelto dal quotidiano. Stesso stile per “USA Today”, che riferisce della “congiura” segnalando nel titolo le reali intenzioni dei due naziskin arrestati: “Due uomini accusati di pianificare un massacro, con Obama nell'obiettivo”. Tutto qui.

Vi ringrazio per aver prestato attenzione a questo Post e aspetto con piacere i vostri commenti e le vostre riflessioni in merito.

Con affetto, GuruKonK.



Fonti della notizia: sito web di “La Repubblica” e di “TGcom”.



Nell’immagine: un fucile AK47, meglio noto come “Kalashnikov”.

domenica 12 ottobre 2008

Stadio: zona franca per fascisti violenti?


Cinque tifosi italiani sono stati trattenuti in stato di arresto dalla polizia bulgara in quanto ritenuti responsabili di aver dato fuoco ad una bandiera bulgara all'inizio della partita, giocata ieri sera e valida per le qualificazioni ai mondiali del 2010. Nello stesso frangente, secondo quanto si è appreso, i tifosi della Bulgaria avevano dato alle fiamme uno striscione con il tricolore sottratto ai supporter italiani. Gli “Ultras Italia” erano arrivati allo stadio a piedi, scortati da una moto della polizia e alcuni agenti: e durante il percorso per le strade di Sofia è stato un miscuglio di cori calcistici, di ricordi per Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso da un colpo di pistola di un agente di polizia italiano, e soprattuto di “Faccetta Nera”, “Duce Duce” e altri beceri cori fascisti.

Poi, all'arrivo allo stadio, l'ingresso nel settore loro riservato e subito il tentativo d'assalto contro gli spettatori bulgari. Un gruppo di italiani ha percorso tutti i gradoni con in mano le cinghie dei pantaloni, è arrivato fino alla cancellata che delimita il settore e ha cominciato a menar fendenti e a tirare oggetti dall'altra parte. La tensione è rimasta molto alta prima che una cinquantina di poliziotti in tenuta antisommossa riuscisse a calmare gli animi dei “tifosi” italiani.

A quanto pare questi energumeni risultano già noti alle autorità italiane, per cui mi chiedo come abbiano ottenuto i biglietti nominativi per poter accedere allo stadio.

La Federazione Italiana Gioco Calcio (FIGC) ha precisato di aver venduto 144 biglietti a tifosi italiani per quel settore, dopo aver girato al ministero dell'Interno nomi e dati anagrafici dei titolari della richiesta e dopo avere ricevuto in risposta la necessaria autorizzazione. Da quel momento, gli “Ultras Italia” sono passati sotto il controllo della polizia locale. Domenico Mazzilli, responsabile della sicurezza della nazionale azzurra, e Roberto Massucci, suo vice, avevano offerto il loro supporto alla polizia bulgara. Inutilmente, a quanto pare.

Secondo l'agenzia stampa “BGNES”, almeno un poliziotto è rimasto ferito negli scontri che hanno coinvolto una cinquantina di tifosi che si lanciavano bottiglie e pietre. Quando la polizia è riuscita a sedare la rissa, ha aggiunto l'agenzia bulgara, alcuni facinorosi sono stati arrestati.

Salve di fischi hanno coperto l'inno di Mameli prima della partita. Questa l'accoglienza dei tifosi bulgari all'Italia campione del mondo, in seguito ai tafferugli che hanno preceduto la partita. Mentre risuonavano le notte dell'inno d’Italia, i sostenitori italiani nello spicchio di curva loro riservato, salutavano con il braccio teso in posa inequivocabilmente fascista.

Il presidente federale Giancarlo Abete condanna il comportamento dei tifosi italiani a Sofia. “Bisogna sempre prevenire” osserva “e se ci sono stati comportamenti impropri, come ci sono stati, sono da sanzionare”. Abete chiarisce che “la vendita dei biglietti è nominativa e si può risalire ad ogni persona”. Quanto al clima, sottolinea che “è teso, e quello che è successo prima della gara lo ha dimostrato. Ma la partita è apparsa tranquilla”. Per fortuna, se fosse stata inquieta cosa sarebbe accaduto? Sarebbero arrivati i blindati dell’esercito bulgaro? Mah...

Ho l’impressione che dopo ogni episodio di inciviltà allo stadio di sprechino una moltitudine di belle parole, alle quali difficilmente seguono i fatti… Lo stadio è ancora una specie di “zona franca” nella quale tutto viene tollerato: anche atti contrari alla Costituzione!

L’antisemitismo e la xenofobia non sono più striscianti. I neo-fascisti si sentono forti, legittimati come sono dal nuovo clima politico italiano ed escono violentemente allo scoperto. Tutto questo benché una precisa norma della Costituzione Italiana chiarisca che “l’apologia del fascismo è un reato previsto dalla legge”.

La ricostituzione del disciolto partito fascista è reato, questo è chiaro. Molti però non sanno che per ricostituzione si intende “un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque che persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”.

Anche la “legge Scelba” all’art. 4 sancisce il reato commesso da chiunque “fa propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista”, oppure da chiunque “pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Tenuto conto di questo, com’è possibile che comportamenti apertamente contrari alla legge vengano tollerati? L’odierna estrema destra italiana incoraggia l’estremismo e nasconde il proprio vero volto fascista dietro un perbenismo di facciata? In Rete ho trovato molte persone che sono di questo avviso.

Molti si sentono offesi da ogni forma di violenza e sopraffazione razziale e stanno aspettando dei provvedimenti reali. In ogni caso credo che i soliti discorsi di circostanza e le solite vuote parole di condanna lascino oramai il tempo che trovano e vengono regolarmente contraddette dall’accondiscendenza di una classe politica che (per motivi di bieca convenienza) permette al fascismo violento di rialzare la testa.

GuruKonK



Fonte: sito web di “RaiNews24



Nell’immagine: quella testolina di locusta di Paolo Di Canio mentre esegue un saluto romano ai propri tifosi…



Grazie di cuore alla gentile signora che si definisce “Il Blog”!

giovedì 9 ottobre 2008

Il sistema finanziario crollerà?


Negli ultimi giorni, molti miei amici e conoscenti hanno manifestato tutta la loro preoccupazione per la rapidità con la quale la crisi finanziaria in atto sta bruciando miliardi sulle maggiori borse mondiali. Inoltre, alcuni amici “blogger” mi hanno segnalato una miriade di articoli e “post” che trattavano, da diverse angolazioni, proprio questo tema. Devo ammettere di non aver dovuto navigare troppo, prima di trovare del materiale valido. Tuttavia solo questa mattina sono incappato, quasi per caso, in un ottimo scritto di Adrian Salbuchi (economista e editorialista argentino di “GlobalResearch”) pubblicato da uno dei miei siti preferiti: “Come Don Chisciotte”.

Ho deciso di proporvi un breve stralcio di questo interessante documento, ma in fondo al Post troverete un link che vi permetterà (qualora lo vogliate) di accedere alla versione integrale del testo.


La crisi abbatterà il sistema finanziario globale?
di Adrian Salbuchi

Gli eventi delle ultime due settimane hanno rivelato chiaramente che il sistema finanziario, monetario e bancario globale imposto al mondo dalle strutture di potere che promuovono la "globalizzazione" è essenzialmente imperfetto, insostenibile e immorale nei suoi effetti sulla gran parte del genere umano. Dopo aver permesso a una piccola combriccola di loschi individui di accumulare in modo illegittimo enormi quantità di ricchezze e di potere sui mercati, sulle grandi società per azioni, sull'industria, sui mass media, sulle forze armate e su intere nazioni, come le torri del World Trade Center l'11 settembre, l'intero Sistema è ora in caduta libera e sta crollando su se stesso in un'enorme implosione.

Questo disgustoso e ingiusto "sistema di potere globale" è stato progettato e messo in pratica negli ultimi sette decenni da pianificatori geopolitici e geoeconomici al servizio delle strutture di potere del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale (lanciato dall'era Reagan), in particolare della sua rete di esperti di basso profilo, distinti ma eccezionalmente potenti, come il Council on Foreign Relations (CFR, fondato a New York nel 1919), la Commissione Trilaterale (fondata nel 1973), la Conferenza Bilderberg (formata in Olanda nel 1954) e vari altri, come il Cato Institute, l'American Enterprise Institute (AEI) e il famoso progetto neo-con per un nuovo secolo americano (PNAC: cliccate su questo link!).

Considerando l'enorme complessità del processo che sta avendo luogo proprio ora, la grande quantità di informazioni con cui siamo bombardati ad ogni ora del giorno, e l'apparente difficoltà nel prevedere come questa crisi globale alla fine verrà risolta, riassumeremo alcuni aspetti importanti e i dati principali che crediamo ci possano essere di aiuto nel mettere insieme le tessere di quest'autentico puzzle, in modo da poter iniziare a capire bene qual è il vero volto di quest'orrenda creatura chiamata eufemisticamente "globalizzazione". Come cittadini argentini, abbiamo un enorme vantaggio sulle altre popolazioni, compresi i cittadini degli Stati Uniti, quando si tratta di capire e affrontare questo genere di crisi. Dico questo perché nel corso della nostra vita in Argentina abbiamo patito quello che sta avvenendo ora a livello globale – benché, nel nostro caso, sia stato su scala ridotta. Abbiamo già visto questo film... Ci siamo già passati e l'abbiamo già vissuto... Siamo stati spinti e trascinati nell'isterico inganno dell'inflazione, dell'iperinflazione, dei crolli sistemici delle banche, dei cambiamenti monetari, dei debt bond swap, dei mega debt bond swap, delle "blindature" finanziarie, delle chiusure delle banche, dei congelamenti dei conti correnti e via dicendo... E quindi abbiamo patito i risultati finali: i salvataggi bancari pagati dai contribuenti (attraverso l'inflazione, o attraverso la confisca dei salari), la scomparsa dei fondi pensione, la distruzione dei posti di lavoro e il generale impoverimento della popolazione.

Quindi, prendete esempio dall'esperienza trentennale in crolli finanziari: ritirate i soldi che avete depositato e investito nelle banche a rischio e fatelo alla svelta!


Un modello imperfetto

Finanza vs Economia
Il sistema finanziario (cioè, essenzialmente, il paese delle meraviglie virtuale, irreale e parassitario del sistema bancario) è stato progettato per funzionare in un modo sempre più contrastante con gli interessi dell'Economia (cioè il mondo reale fatto di vero lavoro, manodopera e produzione/servizi). Negli ultimi decenni, la Finanza e l'Economia si sono sempre più allontanate, cessando di mantenere il fondamentale equilibrio necessario per garantire un sana attività economia incentrata sul Bene Comune delle Persone. In effetti, la Finanza e l'Economia oggi sono tutto tranne che nemiche. Questo può essere notato, ad esempio, dal fatto che l'attuale Sistema Economico e Finanziario Globale fa quasi completo affidamento sul concetto di DEBITO, un altro modo per dire che la Vera Economia è sempre controllata e subordinata agli interessi, ai capricci e alle crisi della Finanza Virtuale.


Il sistema del debito
La Dottrina (o, dovrei dire, il Dogma) del Capitalismo Estremo ha imposto il concetto di DEBITO come il metodo preferenziale per muovere l'economia. Nella maggior parte dei paesi (l'Argentina, ad esempio) questo equivale a dire che non c'è un uso corretto della Moneta Nazionale locale da parte dello Stato per generare credito in maniera controllata e senza l'aggravio dell'interesse. Questo è il modo migliore per alimentare l'espansione economica per specifici sviluppi sociali, difensivi, infrastrutturali e tecnologici. Uno dei punti chiave dei dogmi del Capitalismo Estremo sostiene che le banche centrali che controllano la moneta nazionale devono essere totalmente "indipendenti" dal Governo. Tuttavia, poiché tali istituzioni devono alla fine rispondere a qualcun altro, scopriamo che oggi le banche centrali non sono subordinate e al servizio dello Stato (cioè, le Persone) ma piuttosto della sovrastruttura del sistema bancario privato, sia locale che globale, il quale non tiene minimamente conto del concetto di Bene Comune e Interesse Nazionale.

Questo vale in Argentina come negli altri paesi. Tuttavia nel caso degli Stati Uniti è una situazione particolarmente estrema perché la sua banca centrale – la Federal Reserve Bank (FED) – è un'istituzione privata, con quasi il 97% della sua partecipazione azionaria nelle mani dell'infrastruttura bancaria privata stessa, sia nazionale (in primo luogo) che globale (se guardiamo più lontano). Una volta che la sovrastruttura bancaria privata ottiene il controllo della banca centrale locale, è quindi in grado di imporre una cronica, e spesso drastica, demonetizzazione dell'Economia.

Ciò significa che non c'è mai abbastanza denaro per soddisfare i veri bisogni dell'Economia Reale. Questo accade quando le banche private entrano in scena offrendosi di colmare quel divario generato artificialmente, diventando i primi generatori di credito dell'economia, sul quale addebitano un interesse – spesso a tassi usurai – per prestiti erogati ai singoli individui, alle aziende e persino alla Stato stesso. Dovremmo inoltre capire che l'origine principale dell'inflazione in tutte le economie non è tanto nell'espansione monetaria da parte dello Stato (se questa è mantenuta sincronizzata con la vera crescita economica), piuttosto la maggior parte dell'inflazione di qualsiasi economia è alimentata dagli interessi sui prestiti erogati dal sistema bancario privato.

Ad un livello geoeconomico, questo è sempre servito per generare un enorme debito pubblico nei paesi del Terzo Mondo come l'Argentina, alimentato da una dilagante corruzione tra coloro che sono coinvolti nel processo di erogazione dei prestiti, e appoggiati dai Governi che non sembrano mai comprendere come utilizzare le funzioni sovrane intrinseche al loro potere di emettere moneta per finanziare e promuovere una crescita economica equilibrata. Invece, questi paesi adottano politiche neoliberiste messe a punto dal FMI su questioni fondamentali che vanno dalle funzioni della banca centrale, alle politiche fiscali, al debito, ai tassi di interesse e di cambio, alle norme sul sistema bancario ed altri elementi importanti, tutti piegati per agire in modo contrastante all'Interesse Nazionale del Paese.
(…)

Leggi il testo integrale su “Come Don Chisciotte”.


Spero che abbiate trovato interessante questo articolo di Adrian Salbuchi. L’argomento non è certo dei più semplici, ma ritengo fondamentale essere informati perché una crisi finanziaria di questa portata può davvero toccarci tutti da vicino.

Un abbraccio, GuruKonK.



Nell’immagine: un banchiere che piange miseria e chiede soldi dallo Stato... Non vi fa un po' pena?

lunedì 6 ottobre 2008

Gli atei denunciano Bush


Tutti i primi giovedì di maggio in America si prega, o si dovrebbe, perché Bush ha istituito il “Giorno nazionale della preghiera”. Il gruppo di lavoro con cui il buon George ha avuto la bella idea (chiamato in uno slancio di creatività “National Day of Prayer Task Force”), è stato presieduto da Shirley Dobson. Questa allegra combriccola ha dei forti legami con l'organizzazione religiosa ultraconservatrice “Focus on the Family”, presieduta indovinate da chi? Dal marito di Shirley Dobson, il Dr. James Dobson. Non so come la vedete voi, ma sulla Rete sono in molti a gridare “all’indecenza e all’inciucio”…

Oltre tutto, come ha ammesso il web editor della rivista cristiana “Worldmag”, la giornata è rivolta unicamente ai cristiani. E i buddhisti, che in America sono un gruppo assai nutrito? E i musulmani? Va bene che già ci pensano da soli a prendersi degli spazi, ma credo si tratti di una questione di principio: hanno diritto anche loro ad una giornata nazionale di preghiera? E gli induisti? Per non parlare degli ebrei, che già hanno un certo peso in America...

Insomma, a qualcuno la decisione di Bush non è proprio andata giù! Un'organizzazione di atei e agnostici di Madison (Wisconsin), la “Freedom From Religion Foundation”, sta facendo causa a Bush con l'accusa di violare la proibizione (sancita, niente meno che dalla Costituzione!) di sostenere la religione a livello governativo. Già, la magna carta” a stelle e strisce pretenderebbe uno Stato laico, chi l’avrebbe mai detto? In sostanza, secondo “FFRF” la giornata della preghiera crea “un ambiente ostile per i non credenti, che sono portati a sentirsi degli outsider politici e sociali”.

Un governo laico per Costituzione, non può discriminare chi non è credente, fatta salva la libertà dei cittadini di professare la loro religioni liberamente, sia in privato che in pubblico”, questa in estrema sintesi è la conclusione a cui sono arrivati gli attivisti della “FFRF”.

Sul Web le opinioni in merito sono davvero svariate, anche se ho l’impressione che la percentuale di critica l’iniziativa del vecchio George W. sia nettamente predominante. Ma come ha reagito l’opinione pubblica americana? Come sempre accade quando si tratta di religione il Paese appare piuttosto spaccato in due. Le grandi città, dalla west coast all’Atlantico sono critici verso il “giorno nazionale di preghiera cristiana”. Altrove le cose cono diverse.

Infatti, coloro che abitano nelle campagne e nelle cittadine di periferia, si professano credenti nella grande triade Dio, Patria e Famiglia. Questa gente è insorta contro l’iniziativa della “Freedom From Religion Foundation”, perché vede nell’opposizione al giorno di preghiera un tentativo di destabilizzare le fondamenta morali dell’America.

Io mi definisco un “agnostico interessato”, e continuerò a seguire questa vicenda perché, in periodo di “presidential elections”, l’atteggiamento della politica verso la religione ha spesso avuto un ruolo decisivo.

Concludo con un proposta di Enrica Garzilli (un’abile ed intelligente blogger!): “invece di esigere la cancellazione della giornata di preghiera la “FFRF” (iniziativa che la potrebbe rendere impopolare), avrebbe dovuto chiedere l’istituzione di una “Giornata Nazionale degli Atei e degli Agnostici”! Bush non avrebbe potuto dire di no!”. Forse sì, forse no. Voi che ne pensate?

Con affetto, GuruKonK.



Fonti: “Orientalia4all”, “TGcom, “Reuters



Nell’immagine: uno dei logo usati dall'amministrazione Bush per propagandare il giorno nazionale di preghiera.



Se tra di voi ci fossero degli atei o degli agnostici, sono certo che potrebbero trovare interessante questo link: Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

domenica 21 settembre 2008

Harry Potter salva Brown?


Uno ha scritto: “Evviva, il Labour aveva proprio bisogno di un aiuto morale. Adesso non sarà più così facile far fuori Gordon Brown. Che a me piace molto”. Subito sotto, eccone un altro, di tutt'altro parere: “Cosaaaaa!!!! Adesso non ce la faremo più a liberarci di Brown, accidenti. Non che Cameron sia molto meglio, ma insomma…”. Nel sito di J.K. Rowling, la scrittrice più letta al mondo, così ricca che uno non crede alle cifre (pensate, ha 700 milioni di euro! E continuano a crescere, perché i libri di Harry Potter si continuano a ristampare in tutto il mondo), arrivano commenti a raffica. Perché? Perchè la Rowling ha regalato al vacillante Partito Laburista inglese un milione di sterline (circa 1,3 milioni di euro).

Certo che il Partito dell’ex premier Tony Blair avrebbe davvero bisogno di una qualche magia del famoso maghetto con gli occhiali: è a secco di mezzi (indebitato per quasi 25 milioni di euro), di leadership e pure di consensi (con 20 punti di distacco dai Conservatori di David Cameron).

Il motivo del dono prodigo e munifico? “Grazie al governo laburista, che ha compiuto una vera sterzata politica, la Gran Bretagna è diventata uno dei paesi europei leader nel combattere la povertà infantile”, ha fatto sapere la combattiva J.K. I Conservatori, invece, nel loro programma promettono ancora sgravi fiscali alle coppie sposate: “Per David Cameron una coppia senza figli e con due redditi, merita un aiuto finanziario più di chi lotta, come è toccato anche a me, per tenere a galla la propria famiglia in tempi difficili”.

Quarantatre anni, madre single, J.K. Bowling in gioventù ha assaggiato i rigori thatcheriani, e non intende dimenticarli ora che ha raggiunto la tranquillità economica. Colpisce, nel suo gesto, la fiducia rimasta salda in un partito che, negli anni di Tony Blair, ha deluso molti inglesi, rendendo difficilissimo il recupero al successore Gordon Brown. Adesso, come scrivono i lettori sul sito, non c’è dubbio che quel milione di sterline regalato darà una mano consistente al Labour. Sembra difficile che un gesto analogo possa essere compiuto in Italia in soccorso di uno dei partiti dell’ex coalizione di governo, invece. Non risultano dichiarazioni appassionate di “best-selleristi” italiani e non si vedono sventolii di assegni all’orizzonte…

La giornalista Maria Giulia Minetti ha voluto, a questo proposito, saggiare gli umori di Carlo Fruttero, democratico dichiarato e autore di best seller (a dimensione italiana, si capisce). “Intanto” ha premesso lo scrittore “la Rowling, nella sua situazione, ha fatto benissimo! Ci tengo a dirlo. Quanto a me, se disponessi di una simile cifra, la darei, come fece a suo tempo Schopenhauer, al fondo per i caduti delle famiglie dei poliziotti e dei carabinieri. Nella rivoluzione del ‘48 Schopenhauer aveva visto morire tantissimi gendarmi; ne era rimasto così colpito che lasciò il suo modesto patrimonio alle vedove e agli orfani”. Conclude Fruttero: “Io non darei aiuti in denaro a nessun partito italiano. In Inghilterra la democrazia è un fatto compiuto e gesti come quello della signora Rowling hanno un senso diverso e più alto di quello che avrebbero da noi”. Voi che ne pensate?

Con affetto, GuruKonK.



Fonte: sito web del quotidiano “La Stampa



Nell’immagine: la bella J.K. Rowling con una delle sue creature.

domenica 7 settembre 2008

Un barracuda pericoloso!


Da Anchorage all'Arctic National Wildlife Refuge, l'Alaska, almeno vista dall'alto, sembra un paradiso ambientalistico. Guardando più da vicino, però, quello che dovrebbe essere il guardiano di questo paese delle meraviglie, la governatrice Sarah Palin (che gli amici chiamano “affettuosamente” Sarah la barracuda!) scelta come candidato vice dal repubblicano John McCain, appare molto più legata alle grandi società petrolifere e del carbone di quanto vorrebbe fare credere. Lo sostiene il quotidiano britannico “The Independent”, secondo cui Palin avrebbe “una politica ambientale talmente pericolosa da fare arrossire persino l’attuale presidente degli Stati Uniti George W. Bush”.

Il senatore dell'Arizona John McCain in questa campagna elettorale ha astutamente sottolineato le proprie preoccupazioni riguardo al surriscaldamento globale e si è espresso contro le trivellazioni petrolifere nelle zone protette dell'Artico. Posizioni che cominciano a traballare da quando ha nominato la giovane ed esuberante governatrice, secondo cui “l'uomo non ha nessuna responsabilità nei cambiamenti climatici e chi lo sostiene è grossolanamente malinformato oppure volontariamente fuorviante”. Vi garantisco, amici miei, che questa affermazione l’ho presa parecchio sul personale…

Secondo il quotidiano britannico, la signora Palin “è favorevole all'eliminazione del bando sulle trivellazioni, è contraria alla proposta del Governo americano di inserire gli orsi polari tra le specie a rischio di estinzione”. Come se ciò non bastasse, Sarah la barracuda risulta favorevole “a un nuovo gioco per cacciatori, che dovrebbero poter sparare a orsi e lupi da aerei di piccole dimensioni che volano a bassa quota o dai propri elicotteri”. E poi? A quando il tiro al piattello usando castori vivi?

Inoltre, l'amministrazione dell’Alaska (diretta dalla Palin) avrebbe autorizzato l’azienda Chevron a triplicare la quantità di sostanze tossiche riversate nelle acque del Cook Inlet, nonostante la popolazione di delfini beluga della zona sia diminuita da 1’300 a 300 unità. Su questo tema la signora Palin aveva bellamente ignorato una massiccia raccolta di firme (da parte degli abitanti del posto) che chiedeva una maggior attenzione alla salvaguardia dell'ambiente.

In un momento in cui i ghiacci artici si vanno sciogliendo rapidamente (secondo il “Geological Survey”, i ghiacci sono quasi il 40% in meno rispetto alla media di lungo periodo registrata tra il 1979 e il 2000), la Palin ignorerebbe la minaccia rappresentata da una situazione di questo genere. “Persino l'amministrazione Bush non ha potuto ignorare la realtà del surriscaldamento globale”, ha detto Kassie Siegel del Centro per la Diversità Biologica, “nonostante questo, le posizioni della Palin minacciano un ulteriore passo indietro della politica USA in materia ambientale”.

Saluti pieni di preoccupazione.

GuruKonK



Fonte: sito web del quotidiano britannico “The Independent”.



Nell’immagine: il pericoloso barracuda Sarah Palin.

lunedì 14 luglio 2008

Arrestate Al Bashir!


Il procuratore della Corte penale internazionale (CPI), Luis Moreno-Ocampo, ha chiesto che la Camera della Corte richieda un mandato d’arresto per il presidente del Sudan, Omar Hassan al Bashir, per genocidio e crimini di guerra. La richiesta verrà valutata dai giudici del tribunale dell’Aja, che non forniranno una risposta prima di sei settimane. Il procuratore ha chiesto alla Corte il mandato di arresto contro Al Bashir per scongiurare nuovi omicidi da parte della milizie arabe dei “Janjaweed” (i diavoli a cavallo, n.d.k.), ignobilmente sostenute dal governo. Per il procuratore il genocidio è ancora in corso nella regione occidentale del Paese e deve essere fermato.

Il procuratore Luis Moreno-Ocampo ha presentato delle prove che dimostrano che il presidente del Sudan, Omar Hassan Al Bashir ha commesso i crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur”, informa una nota della CPI. Le prove raccolte dal procuratore dimostrano che “il presidente del Sudan ha diretto e applicato un atroce piano finalizzato alla distruzione etnica dei gruppi Fur, Masalit e Zaghawa”, completa la nota pubblicata delle maggiori agenzie stampa.

I suoi motivi erano largamente politici. Il suo alibi è stata l’insurrezione. Il suo intento è stato il genocidio” ha spiegato Moreno-Ocampo, per il quale “le forze e gli agenti” che agivano sotto il controllo di Al Bashir hanno ucciso direttamente almeno 40.000 civili e causato la morte di un numero di persone compreso tra 150.000 e 400.000, che sono state sradicate dalle loro case e dalle loro terre.

Per cinque anni le forze armate e la milizia “Janjaweed”, sotto gli ordini di Al Bashir e dei suoi luogotenenti, hanno assalito e distrutto villaggi indifesi. Poi, secondo una strategia studiata in precedenza, attaccavano i sopravvissuti in fuga verso il deserto. Coloro che raggiungevano vivi i campi di prigionia, erano soggetti a condizioni che avevano lo scopo deliberato di distruggere loro e la loro etnia. Vi ricorda qualcosa?

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon; ha commentato la richiesta del procuratore Moreno-Ocampo in un’intervista concessa al quotidiano francese “Le Figaro”. Si è detto preoccupato riguardo l’incriminazione di Al Bashir perché potrebbe “portare a serie conseguenze nelle operazioni di mantenimento della pace nella regione e nel processo politico in atto. Tuttavia sono cosciente del fatto che nessuno può sottrarsi alla giustizia, soprattutto quando sono stati commessi orrendi crimini contro l’umanità!”. E ci mancherebbe altro...

Ad ogni modo, il Sudan non riconosce l’autorità del Tribunale Penale Internazionale e ha minacciato conseguenze sul processo di pace in Darfur se il presidente Al Bashir verrà incriminato. Inoltre ieri si è tenuta nella capitale Khartoum una manifestazione in favore di questo impresentabile assassino.

Da parte mia posso solo sperare che le migliaia di persone deportate, torturate e uccise dai “Diavoli a cavallo” di Omar Hassan al Bashir possano al più presto ricevere giustizia.

GuruKonK



Aderite alla campagna “Italians For Darfur”!



Nell’immagine: profughi in fuga dalla barbarie.

martedì 8 luglio 2008

G8: impegni generici


Un fragile accordo sul clima, un documento sullo stato dell’economia mondiale e sul problema dell’aumento del prezzo del petrolio e maggiori fondi per i Paesi poveri: sono tra gli esiti del secondo giorno del vertice dei G8 in corso Giappone. Particolarmente tormentato l’accordo contro i cambiamenti climatici, che potrebbe in pratica consegnare alle generazioni future il compito di combattere l’inquinamento. Dopo colloqui “no-stop” per l’intera notte, l’accordo raggiunto prevede la riduzione del 50% delle emissioni di gas serra entro il 2050, mentre è rimesso ai singoli Paesi fissare obiettivi “di medio termine”. Inoltre alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, hanno precisato che il rispetto dell’accordo richiede che anche altri Paesi grandi inquinatori, come Cina e India, riducano le emissioni. In breve: “se non lo fanno loro, non lo faccio neppure io, tiè!

Il premier giapponese Yasuo Fukuda parla ottimisticamente di “un grande risultato” e afferma sorridendo che “c’è una visione comune sulla questione del clima”. Inoltre aggiunge che intende chiedere anche a Cina e India “di tagliare le emissioni di gas serra quando domani si uniranno ai lavori”. E’ infatti previsto che ai leader delle 8 nazioni più industrializzate si uniscano quelli di altri 15 Stati emergenti.

Alcuni Paesi poveri, come lo Sri Lanka e il Bangladesh, avevano chiesto la creazione di un fondo per combattere i cambiamenti climatici nell’Asia meridionale, che gli esperti ritengono molto vulnerabili ai conseguenti eventi naturali come le grandi inondazioni e la siccità crescente.

Il “World Wide Fund” (WWF) e altri gruppi ambientalisti definiscono “insufficiente” il termine del 2050 e “patetica” la mancanza di un miglior accordo tra i G8, che risultano essere “responsabili per il 62% dell’anidride carbonica accumulata nell’atmosfera terrestre”.

Gli 8 “grandi, in un documento comune, si dicono “fortemente preoccupati per il deciso aumento dei prezzi del greggio, che mette a rischio l’economia mondiale” e invitano i Paesi produttori “ad aumentare la capacità di produzione e raffinazione già nel breve periodo”. Purtroppo non sono state indicate le cause degli aumenti né altre soluzioni pratiche per contenerli. Un’altra occasione persa.

Contro la povertà e la fame, è stato preso l’impegno di portare gli aiuti per le popolazioni bisognose a 50 miliardi di dollari entro il 2010, destinandone la metà all’Africa. Il portavoce del G8 ha respinto le critiche di molte organizzazioni non governative, che hanno ricordato come, nel recente passato, simili impegni non sono mai stati rispettati. A questo proposito, vi ricordo che dei 70 miliardi di dollari promessi a partire dal 1998, solo il 9,8% è stato poi realmente stanziato. Insomma, tra il dire e il fare…

GuruKonK



Fonte: “TG News” e “NewsFood



Nell’immagine: una manifestazione di dissenso verso i leader del G8

domenica 15 giugno 2008

La giornata del vento


L’eolico avanza, lentamente ma avanza. Nel mondo, in Europa (pure in Italia) aumenta l’energia pulita prodotta con la forza del vento e, parallelamente, le bollette si fanno un po’ più leggere e si intacca meno il “serbatoio mondiale del petrolio”: nel 2007 un risparmio di 17 milioni di barili solo in Italia, secondo i dati dell’ANEV (l’Associazione Nazionale Energia del Vento) che raggruppa i produttori e gli operatori dell’eolico. Ma questi risultati non bastano, il settore potrebbe (e dovrebbe!) dare di più. E’ per questo che è stato istituito il “Wind Day”, la giornata europea del vento, che si celebra oggi, 15 giugno, in oltre venti Stati europei, tra cui l’Italia.

L’energia eolica è la fonte rinnovabile che cresce più rapidamente in termini di capacità installata. L’anno scorso è aumentata del 18% in Europa, del 28% in Italia e, a livello globale, il 2007 ha segnato uno storico sorpasso: dal punto di vista dei nuovi impianti l’eolico ha battuto il nucleare! Purtroppo lo scellerato annuncio del ministro Scajola, che ha di fatto rilanciato il nucleare in Italia, rischia di invertire questa virtuosa tendenza!

“Sfruttare l’energia eolica significa aiutare l’ambiente, ma anche aumentare la sicurezza energetica, ridurre la dipendenza dall'estero e la fluttuazione dei prezzi dell'energia”, spiega il segretario generale dell’ANEV, Simone Togni. Senza contare le ricadute positive sull’occupazione: secondo uno studio dell’associazione, entro il 2020 l’eolico porterà a oltre 50’000 nuovi posti di lavoro. “Non si tratta di fantascienza ma di dati concreti” dice Togni “visto che in Germania, il paese primo nel mondo per l’energia del vento, in 8 anni gli addetti al settore sono cresciuti di 380’000 unità”.

E’ ancora lontana dalla Germania, ma anche l’Italia negli ultimi anni ha fatto passi avanti nel campo dell’energia prodotta dal vento, con 2’943 impianti eolici distribuiti soprattutto nel Centro-Sud, che garantiscono oltre 2’700 megawatt di potenza. Il che copre circa l’1,4% del consumo interno lordo di energia elettrica.

Un miglioramento rispetto al passato, ma ancora poco in confronto alla “ventosissima” Danimarca. Infatti, se l’Italia nel 2007 ha prodotto 4,36 terawattora da fonte eolica (pari al consumo di 5 milioni di abitanti) lo stato nordico ne ha prodotti 6,6 ma destinati a una popolazione di appena cinque milioni e mezzo di persone. E in questo modo la potenza eolica di Copenhagen è riuscita a garantire il 20% del fabbisogno pubblico!

L’Italia è molto in ritardo rispetto agli altri paesi europei” continua Togni “basta guardare alla Germania che, prima in Europa con oltre 22 mila impianti, ogni anno installa più pale di quante non ne siano state installate da noi in 15 anni”. Altro esempio virtuoso che il Belpaese potrebbe seguire è quello dei “cugini” spagnoli. La Spagna nel marzo scorso ha stabilito un record energetico: con l’eolico ha coperto quasi la metà della domanda nazionale di elettricità, il 40,8%!

Ma che cosa rallenta lo sviluppo del settore in Italia? Secondo il segretario dell’ANEV, le colpe sono da ricercare nei troppi interessi politici ed economici, ma anche nell’eccesso di ostacoli burocratici. A mio parere, però, vi è anche una responsabilità giornalistica nell’immobilismo italiano in questo settore. Infatti, nell’opinione pubblica vige ancora la convinzione che l’eolico sia un settore in fase di studio e che non possieda ancora un’efficienza tale da poter sostituire i tradizionali sistemi di produzione elettrica. Forse, se i giornalisti facessero una corretta informazione in merito, sarebbe più facile trovare delle aperture politiche verso la tecnologia eolica. A questo proposito, “La Conferenza dei Servizi, che dovrebbe dare un parere sulla possibilità di realizzare un nuovo impianto entro 180 giorni, ci impiega da tre a cinque anni!”, precisa Togni. A casa mia questo si chiama bieco ostruzionismo, voi che ne dite?

Il “Wind Day” nasce proprio per dissipare dubbi e polemiche, oltre che per sensibilizzare politici, imprenditori e opinione pubblica. L’ANEV ha organizzato un weekend all’insegna di attività didattiche e ludiche in diverse regioni italiane: tra le varie iniziative figurano le regate a Ostia e sul lago di Garda, ma anche il nuovo “Open Day” negli impianti eolici a nord di Cagliari.

Sempre in Sardegna, si corre la Maratona eolica, una corsa che da Ulassai attraversa i “parchi del vento” fino a Nurri. Tutto ciò per ricordare che la Sardegna ha tutte le potenzialità per incrementare l’eolico. Attualmente produce 367 megawatt di potenza in 370 impianti, ma è meno di quello che riesce a incamerare la capofila delle Regioni italiane, la Puglia (658 impianti per 685 megawatt), o la Sicilia (631 “girandole a vento” e 583 megawatt) e la Campania (606 impianti, 519megawatt).

Il motto della maratona? “Fateci girare le pale”.

Un caro saluto, GuruKonK.


Fonte dei dati: Associazione Nazionale Energia del Vento


Grazie al sito web di La Repubblica!


Nell’immagine: uno splendido esempio di “impianto eolico offshore” in Danimarca.

lunedì 9 giugno 2008

Diritti: un anno nero


Un caro saluto a tutti gli amici del Blog. Anche oggi parleremo del tema (mai eccessivamente trattato) dei diritti globali. Il pretesto è davvero semplice: è stato presentato oggi a Roma, nella sede nazionale della CGIL, il “Rapporto sui diritti globali 2008”. Curato dalla “Associazione della Società dell’Informazione”, il Rapporto è un vasto progetto di monitoraggio e di analisi promosso da Cgil, Arci, Action Aid, Antigone, CNCA, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Nel Post di oggi, vi presento un breve riassunto delle questioni trattate dal rapporto finale.


Condizioni dei migranti

Alle frontiere dell’Unione Europea o degli Stati Uniti “il continuo aumento di controlli e di pratiche per contrastare i flussi di immigrazione illegale portano le organizzazioni criminali dei traffici di migranti a cercare sempre nuove vie e modalità, aumentando i rischi per i profughi, che sempre più spesso pagano con la vita. Il bollettino di guerra alle migrazioni alle porte della UE” sottolinea il Rapporto “è drammatico e crescente: almeno 1’960 morti nel 2007, dei quali 1’684 hanno perso la vita nelle acque del Mediterraneo e dell’Atlantico, per un totale complessivo di vittime delle migrazioni verso l’UE stimato in 15’000 negli ultimi 20 anni”.

Per quanto riguarda i centri nei quali gli immigrati vengono trattenuti, nella UE “i tempi di detenzione superano spesso i tre mesi e possono raggiungere i 20 mesi e più all’interno di strutture che, nella maggior parte dei casi, sono inadeguate e riciclate ed hanno tra l’altro condizioni materiali ed igieniche insufficienti”.


Infortuni sul lavoro

Le strutture cardine del sistema sicurezza italiano” hanno mostrato, per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, “tutta la loro interna corrosione: si viaggia ad un ritmo di ben oltre 1’000 morti sul lavoro e più di 900.000 infortuni all’anno”. I relatori del Rapporto sui diritti globali 2008 tengono inoltre a precisare che “si tratta delle cifre ufficiali fornite dall’INAIL, senza contare i casi di infortuni anche mortali e gravi che si annidano nel lavoro sommerso ed irregolare, invisibili per definizione alle statistiche ufficiali”.

Sotto il profilo normativo, “pur introducendo norme positive ed ampiamente condivisibili, la legge 123/2007 non ha sciolto i nodi irrisolti del sistema di governo della sicurezza. Per molti versi, anzi, ne ha accentuato i limiti laddove ha insistito sulla definizione di profili sanzionatori più severi senza ricondurli a strategie di prevenzione e governo più elastiche, articolate ed incisive”. Personalmente credo di aver capito che (sulla carta) la lotta alle cosiddette “morti bianche” è una priorità per tutte le forze politiche. Purtroppo quando i buoni propositi devono essere applicati tramite misure concrete, tutto si arena in assurde procedure burocratiche e in una oramai cronica mancanza di fondi.

In un panorama così critico non mancano però elementi e spunti positivi”, che vanno dalle “campagne di comunicazione sociale sulla prevenzione e sulla sicurezza alle proposte che tendono al ridisegno sostanziale della vigente normativa”.


Guerre e armamenti

All’inizio del 2008 si contavano 26 conflitti in corso nel mondo, mentre la spesa militare mondiale ha superato i 1’200 miliardi di dollari l’anno (sì, avete letto bene!). Delle 26 guerre, 11 sono in Asia, 10 in Africa, 3 in Medio Oriente, 1 in America Latina e 1 in Europa, nota il rapporto, secondo il quale “il mondo è troppo instabile per essere gestito con le strategie adottate in questi ultimi anni”. “La risposta data dall’amministrazione Bush agli attentati dell’11 settembre 2001 è stata infatti quella auspicata da chi ha progettato l’attacco agli USA: creare una spirale guerra-terrorismo”, afferma il documento, riferendosi alla politica adottata dagli Stati Uniti, che ha finito per rendere il mondo un posto più instabile e pericoloso.

Per oggi credo di aver messo abbastanza “carne al fuoco”. Come sempre resto in attesa delle vostre riflessioni in merito ai temi trattati dal Post odierno. Vi ringrazio di cuore per l’affetto che dimostrate a questo Blog e vi do appuntamento a domani.

Un abbraccio, GuruKonK.



Elenco dei link:

Arci (Associazione di promozione sociale)

Action Aid (aiuti in prima linea)

Associazione Antigone

Confederazione Generale Italiana del Lavoro

Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza

Forum Ambientalista

Gruppo Abele

Legambiente



Nell’immagine: un drammatico sbarco di clandestini sulle coste italiane.