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domenica 20 aprile 2008

L'occhio sul male (no. 3)


Ciao a tutti. Dopo parecchia attesa ho completato la terza parte della rubrica dedicata al perverso ed efferato mondo degli omicidi seriali: “L’occhio sul male”. Per chi non avesse ancora letto le precedenti edizioni, mi permetto di riassumere brevemente gli argomenti trattati. Nella prima parte (L’occhio sul male no. 1) avevamo chiarito cosa distingue un “serial killer” da un omicida di massa e da un assassino compulsivo. Inoltre avevamo stabilito le cinque grandi categorie in cui gli esperti suddividono gli assassini seriali, in base alle motivazioni che li spingono ad uccidere. Per concludere avevamo parlato della cosiddetta “Triade di McDonald”, che rappresenta i tre principali segnali che quasi ogni “serial killer” tende a manifestare durante la propria fanciullezza.

Invece, nella seconda puntata (L’occhio sul male no. 2) eravamo entrati un po’ più nello specifico, affrontando un tipo di perversione, che avevamo definito “trasversale”, tipica degli assassini più violenti e spietati: il cannibalismo.

Come vi avevo già spiegato agli albori di questa rubrica, non sono assolutamente attratto dal lato più sanguinoso e truculento delle storie dei “serial killer”. Piuttosto sono interessato alle modalità psicologiche e psichiatriche che spingono un essere umano a superare ogni limite, diventando un vero e proprio “mostro”.

Per entrare nello specifico di questa terza edizione di “L’occhio sul male”, vi preannuncio l’argomento che intento trattare: l’eliminazione del cadavere. Da questo aspetto del comportamento omicida si possono conoscere molti aspetti della personalità del “serial killer”. Inoltre dal luogo (e dal modo) in cui cerca di disfarsi del corpo del reato si può addirittura capire se l’assassino “vuole” essere fermato.

Anche in questa occasione ho cercato in ogni modo di rendere la documentazione che intendo presentarvi la meno cruda possibile. Purtroppo non posso escludere che le persone più sensibili tra di voi possano trovare tutto ciò ugualmente impressionante. Con costoro mi scuso in anticipo.


L’eliminazione del cadavere

In questa fase vediamo cosa succede nell'immediata fase dopo l'omicidio. I comportamenti relativi al trattamento del corpo sono molto importanti, essi ci parlano delle sensazioni e degli stati d'animo dei “serial killer” in questa fase assai delicata. Questo è un momento cruciale, la realtà dell'omicidio appare in tutta la sua crudezza.

Passata l’euforia, nella metà dei casi (52%, per essere precisi) c’è una fase in cui, per la prima volta, il criminale si accorge di cosa sia realmente accaduto. Ci sarà pentimento, imbarazzo o dispiacere? Ci sarà gelida indifferenza o addirittura godimento nello smembrare ed essere ancora in possesso del corpo? Tutto ciò dipende strettamente dalla caratteristica dei soggetti, in questo senso vi richiamo nuovamente alla prima puntata di questa rubrica.

C’è anche da dire che in molti casi il trattamento del cadavere del primo crimine di un “serial killer” sia diverso da tutti gli omicidi che seguiranno. Gli esperti del F.B.I. definiscono questo fatto come “l’immaturità del modus operandi”.

Un noto omicida seriale di cui vi avevo già accennato, l’americano Jeffrey Dahmer, ha raccontato come, durante il suo primo omicidio, si sia fatto prendere dal panico e abbia “smembrato il corpo in fretta seminando pezzi qua e là per la casa, nel frigorifero, nel cestino...”. Nei casi seguenti, invece, si è attrezzato di coltelli, bisturi e seghe apposite ed ha praticato un lavoro pulito e ben organizzato. Non hanno sospettato niente neanche i vicini di casa che lo vedevano scendere con grosse buste piene dalla mattina alla sera. In questo caso è ovvia la totale mancanza di rimorso; in realtà questo comportamento mette in evidenza solamente una preoccupazione per la propria insospettabilità e perfino una buona dose di godimento nel fare a pezzi il cadavere e poterne disporre a proprio piacimento come se fosse un oggetto di esclusiva proprietà.

Per quanto riguarda, invece, i cadaveri abbandonati sul luogo del delitto, si può parlare di cadavere lasciato in piena visibilità nel 42% dei casi e di cadaveri nascosti (in un modo o nell’altro) nel 58% dei casi. Il corpo può essere lasciato all’esterno perché le circostanze non permettono all’autore del delitto altre possibilità di “smaltimento”.

In alcuni casi, il cadavere può essere portato in un bosco (oppure in un altro genere di luogo isolato) tentando di ritardarne il ritrovamento da parte delle forze dell’ordine.

A volte, il posizionamento del corpo può nascondere un messaggio che il “serial killer” intende inviare al resto del mondo, oppure ad un suo personale demone interiore. In quest’ultimo caso vi rimando alla definizione di “serial killer di tipo visionario” che abbiamo analizzato nella prima edizione di “L’occhio sul male”.

E’ questo l'esempio dei corpi che vengono ritrovati in posizioni specifiche (parliamo del 28% dei casi). Le possibilità sono varie e vanno ben esaminate: il criminale vuole inscenare un crimine diverso (o con delle diverse sfumature) rispetto a quello commesso. Per questo, ad esempio, può lasciare il corpo di una donna in una posizione ed in uno stato in cui sia presumibile la violenza carnale. Qui il desiderio di sviare le indagini indica chiaramente che il soggetto non desidera essere fermato dagli inquirenti.

Un’altra ragione può essere il sentimento di imbarazzo che attanaglia l’assassino al termine del “raptus” omicida. In questi casi è possibile trovare il corpo girato sulla schiena, oppure avvolto in una coperta o in un lenzuolo. Questo tipo di atteggiamento può essere un’ulteriore difficoltà sulla strada delle forze dell’ordine. Infatti, nel 17% dei casi gli agenti non possono essere sicuri che lo stato del corpo sia casuale oppure posizionato “ad arte” per obbedire alla fantasia criminale del soggetto.

A volte i corpi possono essere ritrovati in pose che richiamano in modo palese il contesto sessuale. In questi casi può essere semplicemente un fattore di appagamento della fantasia del “serial killer” oppure un bieco segno di disprezzo nei confronti della vittima o della società.

Inoltre, un corpo lasciato in una posizione bizzarra o ridicola può essere una chiara dichiarazione di sfrontatezza verso il mondo da parte di una personalità egocentrica e con una elevata concezione di sé e della propria posizione.

Questo può essere un modo con cui l’assassino vuole dimostrare al mondo che può fare tutto ciò che gli pare, quando gli pare, dove gli pare e con chi gli pare. Questo tipo di atteggiamento è predominante della categoria di “serial killer” chiamata “Power Control” (vedasi ancora la prima edizione di “L’occhio sul male”).

Da un punto puramente statistico vi posso dire che il corpo viene trovato completamente svestito nel 47% dei casi, con i genitali esposti nel 15% dei casi e col seno in mostra nel 19%.

Accade anche che i vestiti della vittima vengano usati per legare, imbavagliare o coprire il corpo, oppure possono anche essere semplicemente lasciati intorno alla scena del crimine in modo molto disordinato. Tutto ciò permette agli analisti comportamentali di tracciare un profilo relativamente preciso dell’omicida e della sua personalità.

Alcuni assassini rivestono la vittima, la lavano dal sangue, le curano le ferite. Dennis Nielsen (un assassino quasi completamente assimilabile a Jeffrey Dahmer) adescava giovani uomini e li portava nella sua abitazione. Dopo averli brutalmente uccisi, intratteneva bizzarri rituali con i cadaveri. Spesso li svestiva, faceva loro il bagno e accuratamente li puliva e li rivestiva per poi piazzarli a letto insieme a lui o sul divano a guardare insieme la televisione. Lo faceva per giorni, fino a quando il livello di decomposizione non era più sostenibile e lo costringeva a disfarsi del cadavere.

Per il “serial killer” il luogo finale di destinazione del corpo può essere importante per vari motivi.

Per esempio, alcuni soggetti che tratteremo nelle prossime edizioni della rubrica, posizionavano il corpo per far sì che gli inquirenti credessero che si trattasse di uno stupro andato male. Costoro lasciavano il corpo in un luogo appartato ma non troppo, perché volevano che fosse scoperto relativamente presto per continuare una specie di macabro gioco con la polizia.

Altri, invece, gettavano i cadaveri nei fiumi carichi di pesi per farli affondare perché, è chiaro, non volevano che il corpo fosse scoperto troppo presto per la paura di venire arrestati.

In altri casi, il luogo dell’abbandono del corpo può essere simbolico o addirittura utile all'assassino. Infatti, un soggetto particolarmente astuto e perverso, lavorava in ospedale come autista di ambulanze. Costui stuprava ed assassinava le proprie vittime in parcheggi isolati, poi chiamava la polizia per denunciare anonimamente il ritrovamento di un corpo. Così facendo, poteva entrare in servizio ed essere mandato personalmente a prelevare la donna che lui stesso aveva appena uccisa.

In molte occasioni, il luogo di “smaltimento” del cadavere può avere un significato solamente per l’assassino. Come, ad esempio, il soggetto che seppellì le teste delle donne che aveva ucciso in giardino, appena fuori dalla camera di sua madre, che lo tormentava dicendogli sempre che non sarebbe mai riuscito ad uscire con una donna in vita sua. In questo caso il messaggio è fin troppo chiaro.

La “psicosi paranoide” di un altro soggetto fu manifestamente dichiarata allorché venne sorpreso con tre cadaveri nel frigo, dai quali era solito prendere il sangue per berlo perché sosteneva che delle streghe gli avevano ordinato di farlo, in quanto il suo stesso sangue si stava asciugando. Anche in questo ultimo caso, la “tendenza visionaria” è perfettamente in sintonia con la classificazione dei “serial killer” che vi avevo presentato nella prima puntata di questa rubrica.

In conclusione vi ringrazio di cuore per l’attenzione che mi avete dimostrato leggendo questo Post. Come era già accaduto per le precedenti edizioni di “L’occhio sul male”, ho tentato di “smussare gli angoli” per rendere meno agghiacciante il materiale raccolto. Naturalmente, se qualcuno di voi dovesse essere stato negativamente colpito dall’eccessiva “crudezza” dell’argomento voglia accettare le mie scuse sincere.

Non mi resta altro da fare se non salutarvi e darvi appuntamento a domani per un nuovo Post.

GuruKonK




Grazie a “La Tela Nera” per i singoli racconti.

domenica 9 marzo 2008

L'occhio sul male (no. 2)


Come molti mi hanno chiesto negli scorsi giorni, è giunto il momento di pubblicare la seconda parte di “L’occhio sul male”, la rubrica dedicata all’inquietante mondo dei “serial killer”. Nella prima edizione abbiano chiarito i parametri che distinguono un omicida seriale dai “mass murderer” e dagli “spree killer”. Come forse ricorderete, siamo anche riusciti a suddividere i “serial killer” nelle cinque categorie principali. Naturalmente, invito chi fosse interessato ad andare a rileggere “L’occhio sul male (no. 1)”, in modo da poter cogliere i riferimenti inseriti in questo nuovo Post. Oggi parleremo di una caratteristica che definirei “trasversale” di molti omicidi seriali: il cannibalismo. Questa pratica terribile e spietata ha accompagnato l’azione di molti “serial killer” indipendentemente dalla loro categoria di appartenenza. Tuttavia alcune statistiche dell’FBI sembrano propendere per una maggioranza di “power control” cannibali, rispetto alle altre quattro tipologie.

Come già avevo fatto con la prima edizione di questa rubrica, ho cercato di rendere la documentazione raccolta la meno cruda possibile, anche se non escludo che per qualcuno possa essere comunque impressionante.


Cannibalismo: uno sguardo nell’abisso

Come forse molti di voi già sapranno, il termine “cannibalismo” deriva dalla parola “canìbales” nome spagnolo dei “caribi”, un gruppo di indiani d'America presunti antropofagi. Come definire il cannibalismo? Una perversione, una degenerazione, una strana pratica nutritiva, o un’usanza radicata in popoli primitivi? Perché alcuni uomini mangiano carne umana?

In passato il cannibalismo era praticato come una sorta di rituale magico durante le battaglie. Dopo un duello, una lotta, o una battaglia tribale, il guerriero vincitore usava mangiare parti del suo avversario sconfitto, per assumere, incorporare e interiorizzare le sue abilità: forza, astuzia, coraggio. Quindi, il cannibalismo aveva una funzione prettamente simbolica, nella sua assoluta asprezza.

Simboliche non erano le azioni di Hannibal Lecter (lo psichiatra antropofago nato dal talento di Thomas Harris) che è solo il personaggio cinematografico ma probabilmente rende splendidamente l'idea del cannibalismo e di ciò che esso implica. La figura misteriosa, inquietante e per molti versi estremamente affascinante del dottor Lecter si propone ai nostri occhi come il prototipo del cannibale: sconvolgente nella sua lucida insania. Ma in realtà non possiamo certo affermare che i “cannibali reali” siano come probabilmente li abbiamo visualizzati nel nostro immaginario, ovvero come Hannibal Lecter.

Ma la questione non è questa. Al di là di ogni possibile giudizio morale o etico quello che più mi preme è sapere il perché, ovvero quali sono, se ci sono, i desideri, le passioni, le brame ingovernabili ed inarrestabili che spingono ad uccidere, sezionare e mangiare degli esseri umani.

Uno dei primi serial killer cannibali documentato dalla storia è Gilles De Rais, compagno d'armi di Giovanna D'Arco, che tra una battaglia e l'altra dava sfogo all'impulso di rapire, uccidere, sezionare, e poi mangiare dei bambini innocenti!

A questo punto, per addentrarci nel vivo del problema è bene fare un po’ di cronaca, premettendo che la Russia si è rivelata (negli ultimi anni) un terreno fertile per questa orribile pratica. Infatti, nelle campagne russe il cannibalismo è diventato quasi un modo di vivere, con tutte le drammatiche conseguenze che tutto ciò comporta.

Nel 2006 si suppone che almeno trenta persone siano state mangiate (tra le quali molti vagabondi) e i cui “pezzi restanti” sono stati venduti al mercato ad ignari clienti. Nello stesso anno in Siberia un uomo è stato arrestato per aver riempito i “pelmeny” (il corrispondente russo dei nostri ravioli) con la carne di un suo amico. Ancora, ad un altro uomo, un abitante di S. Pietroburgo piaceva marinare i pezzi scelti con delle cipolle, messi poi fuori dalla finestra in un sacchetto di plastica. Quando la polizia entrò a forza nella sua casa, trovò delle bottiglie piene di sangue, e orecchie seccate penzolanti dal muro, erano le sue provvigioni per l'inverno. Una cosa davvero orribile.

Tra i più famosi ed industriosi cannibali russi c'è però Nikolay Dormangaliev, che si pensa abbia ucciso fino a 100 donne e le abbia servite poi per cena ai suoi amici! Oppure ancora, un vagabondo che si barcamenava fra le strade di una cittadina russa veniva nutrito occasionalmente da alcuni suoi compagni che gli servivano carne umana. Quando seppe cosa aveva mangiato si impiccò in preda alla disperazione.

Un altro episodio, non meno inquietante, si è verificato in un tranquillo paesino situato su un affluente del Volga, dove Svetlana Dalbulina (36 anni) e Dimitri Bezrudnov (28) dopo una notte trascorsa a bere decisero di mangiare della carne. Notarono che tra i loro compagni magrolini ve n’era uno un po’ più grasso. Lo portarono in cucina e lo tagliarono a pezzi. Risvegliato da uno strano odore di carne che cuoceva sul fuoco, un loro compagno di stanza Alexei Kutzmanov partecipò al macabro “banchetto”, notò che la carne era un po’ dura ma subito lo rassicurarono. Purtroppo quello che lui non sapeva era che quella “carne un po’ dura” che stava degustando era quella di suo fratello Leonid. Svetlana Dalbulina e Dimitri Bezrudnov furono arrestati e condannati al carcere a vita in una prigione siberiana.

Specialisti delle forze di sicurezza di Mosca affermano che il “sapore” di carne umana è molto particolare ed ha un odore ben preciso quando viene cucinata. Il sapore della vittima dipende dalla vittima stessa: se ha bevuto, fumato troppo, se mangiava caramelle o se preferiva il salato al dolce.

Senza dubbio tutto ciò è terribilmente raccapricciante e mi scuso con chi l’avesse trovato eccessivamente impressionante. Purtroppo bisogna dire che sono ancora numerosi gli atti di cannibalismo venuti a galla in Russia, tuttavia vi risparmio i particolari degli altri casi che ho raccolto.

Alcuni cannibali si sono difesi parlando di povertà, di bisogno e di vari stati di necessità. Queste spiegazioni potrebbero essere considerate rilevanti, se bastasse il fatto che in Russia effettivamente le condizioni di vita di alcune categorie di persone sono ben al di sotto della soglia di povertà. Tuttavia rimane il fatto che mangiare carne umana significa soprattutto uccidere e sezionare delle persone e utilizzare la fame come giustificazione non è certo sufficiente per venire sollevati dalle proprie responsabilità. Ci si può sfamare in altri modi anche se si è poveri, infatti non è inusuale che tra i ceti molto poveri si finisca per cibarsi anche con animali randagi (cani, gatti, piccioni). Quindi, credo che appaia chiaro a tutti che debba per forza esistere una sorta di meccanismo perverso alla base di questi casi di cannibalismo.

Cambiamo prospettiva. Come ricorderete, qualche anno fa fu girato un film, tratto da una storia vera, dal titolo “Alive” (sopravvissuti). Si trattava di un aereo caduto sulle Ande i cui superstiti furono costretti dalla “necessità” a mangiare i corpi dei loro compagni morti per continuare a sopravvivere. Essi erano realmente spinti dal bisogno: in primo luogo non avevano ucciso gli esseri umani che poi hanno dovuto mangiare, secondariamente non hanno provato del “piacere sadico” nel mangiarli ed infine non c’era realmente altro di cui sfamarsi, nient’altro davvero.

Non è nemmeno esauriente parlare di tradizioni culinarie locali, come in alcuni paesi orientali dove, ad esempio, un piatto prelibato e caratteristico è purtroppo il cane; e neppure della consuetudine di utilizzare gli insetti come fonte di proteine. Qui parliamo di uomini.

Autorevoli studi accademici affermano che nei “serial killer cannibali gli impulsi primordiali, normalmente presenti nella mente di ogni essere umano, si ingigantiscono fino a divenire patologici”. Questo comportamento diviene irrefrenabile ed ha la stessa radice di un qualsiasi comportamento affettivo, che mentre nella persona “normale” si esaurisce in un bacio o in morsetti affettuosi, in un individuo con disordini psicologici diviene un fatto da “vivere fino in fondo, totalmente. Fino alle estreme conseguenze!”.

Un altro cannibale (tristemente noto) è passato alla storia come il mostro di Milwaukee: Jeff Dahmer. Di questo individuo avevo già accennato nella prima edizione di “L’occhio sul male” ed è uno dei più violenti “serial killer” mai documentati. Egli stesso affermò durante il processo che mangiare i cadaveri gli dava “un senso di totale controllo e aumentava l'eccitazione sessuale. Inoltre potevo fare con loro tutto quello che volevo, senza limiti e senza freni!”.

Questa terribile affermazione potrebbe ricollegarsi, in un certo senso, alla “pulsione di appropriazione” (tipica del sadismo) individuata da Sigmund Freud: mangiare potrebbe significare appropriarsi totalmente dell’altro. Naturalmente non sono un esperto in materia e sono pronto e ricevere qualsiasi correzione in merito.

Nel comportamento del cannibale l’appagamento di un desiderio, restato latente ed esasperato, diventa l'unica modalità di rapporto con gli altri. È interessante notare come le pratiche “cannibaliche” viaggino su un binario parallelo alle perversioni sessuali. Vi è davvero una forte analogia. Carattere principale delle perversioni è l'eccitazione sessuale raggiunta esclusivamente mediante determinate pratiche (col feticcio nel feticismo, subendo dolore nel masochismo, provocando sofferenza nel sadismo, ecc.).

Quindi l'affermazione di Jeff Dahmer “aumentava l'eccitazione sessuale” fa pensare proprio ad una sorta di perversione. Questo potrebbe in un certo senso giustificare il modus operandi dei “serial killer” cannibali. Infatti essi agiscono spesso presi da raptus incontrollabili, come se non fossero loro ad operare realmente la perversione.

Nella totalità dei “serial killer” vi sono due modi differenti di operare: alcuni in genere progettano e uccidono con estrema rapidità, mentre altri sono violenti, efferati e molto più sadici. Nel caso di questi ultimi, sembrano quasi spinti da un qualche tipo di estrema alterazione: adescano la vittima in maniera casuale e dopo averla massacrata si accaniscono sul corpo distruggendolo. I “serial killer” cannibali per le caratteristiche già citate sopra, sembrano proprio appartenere a questa seconda categoria: agiscono presi da raptus.

Tengo molto a precisare che queste ipotesi potrebbero essere valide per Jeff Dahmer, ma non è detto che valgano per la totalità dei “serial killer” in quanto (come affermano gli esperti di psicologia) “ogni uomo è diverso da un altro e quello che può essere valido a livello psicologico per un soggetto potrebbe non esserlo per un altro”.

Altro quesito interessante sarebbe scoprire se, oltre a questi meccanismi psicologici, ve ne siano altri di tipo biologico per spiegare il cannibalismo. Secondo studi americani sui “serial killer” alla base del cannibalismo ci possono essere disfunzioni dell'ipotalamo, una regione del cervello che regola l'attività sessuale, l'umore e le funzioni di base come mangiare e bere.

Il cannibalismo sarebbe dunque causato da uno squilibrio ormonale che determina l'incapacità del cervello di misurare le proprie emozioni? E’ molto difficile fare una simile affermazione. Infatti questa ipotesi non appare sufficientemente solida, in quanto non è per nulla assodato che tutti i “serial killer” cannibali abbiano questo tipo di disfunzione e, rovesciando l’equazione, che chi abbia questa disfunzione sia un “serial killer” cannibale.

Gli interrogativi sono ancora tutti aperti per un argomento così complesso ed inquietante, fatto sta che impulsi e fantasie sul cannibalismo fanno parte della struttura profonda della psiche umana, insomma per buttarla sull'ironia siamo tutti un po’ cannibali e ora forse la frase “ti mangerei di baci” suona un po’ inquietante!

Vi ringrazio per avermi prestato attenzione anche oggi. Naturalmente, se questo Post fosse risultato troppo crudo e impressionante, mi scuso con tutto il cuore. Vi garantisco che è risultato difficile “smussare gli angoli” parlando di un argomento così delicato.

Vi anticipo che, per motivi personali, nella giornata di domani non sarò molto probabilmente in grado di pubblicare un nuovo Post. Spero che vorrete perdonare questa mia mancanza.

Con tanto affetto, GuruKonK.



Nell’immagine: “Cannibalismo d'autunno” di Salvador Dalì


Fonte dei dati: E.Zagarolo, a cui vanno i miei ammirati ringraziamenti!

martedì 26 febbraio 2008

L'occhio sul male (no. 1)


Un caro saluto a tutti gli amici del Blog. Da qualche giorno stavo riflettendo su una nuova rubrica da introdurre su queste pagine, anche perché i “Delitti esemplari” stanno per concludersi. Vi devo confessare che tra i miei interessi ce n’è uno un po’ fuori dal comune: i serial killer. Da oramai diversi anni seguo l’evolversi delle discipline che studiano e catalogano gli assassini seriali. Lo so che tutto questo vi può sembrare perlomeno macabro come interesse, ma vi posso assicurare che non sono assolutamente attratto dal lato “sanguinoso” di questo tema. Piuttosto sono interessato alle modalità psicologiche e psichiatriche che spingono un essere umano a superare ogni limite, diventando un vero e proprio “mostro”. Ho cercato di rendere la documentazione raccolta la meno cruda possibile, tuttavia non escludo che alcune persone possano comunque venire impressionate da questo argomento. Ad ogni modo vi garantisco di aver cancellato ogni inutile riferimento o racconto della sanguinosa attività dei serial killer.

Come si riconosce un assassino seriale ed in cosa si differenzia dall'omicida comune? L'F.B.I. lo definisce come “qualcuno che ha ucciso in almeno tre occasioni, in tre luoghi diversi, e che tra un delitto e l’altro ha un periodo di raffreddamento emotivo, quello che possiamo chiamare un periodo di pausa” (dossier Ressler, 1970).

La definizione è molto ampia e presenta una lunga serie di distinzioni e di specificazioni. Steven Egger (1990) aggiunge una nota molto importante “Il movente non è materiale o monetario ma si crede che sia la soddisfazione dei desideri dell'assassino di avere il controllo totale sulle sue vittime”.

Entriamo nello specifico. La distinzione più autorevole dalla quale iniziare è senz'altro quella di Vincenzo Mastronardi e George B. Palermo, due psicologi e criminologi statunitensi, i quali scindono il fenomeno fra serial, mass e spree murder.

Il serial killer è colui che uccide in almeno tre occasioni con un periodo di “cooling off”, di “raffreddamento” emotivo nel mezzo. E' sottolineata l'importanza del periodo intermedio, il fatto che ogni evento omicida sia vissuto come distinto e separato dal punto di vista emotivo. Inoltre i delitti finiscono per avere una ciclicità temporale.

Lo spree killer (assassino compulsivo) commette omicidio di due o più persone in un lasso di tempo molto breve, in luoghi differenti seppur contigui, in modo che gli omicidi conferiscano in un unico evento, come se fosse stato colto da un raptus omicida.

Il mass murderer (assassino di massa) uccide quattro o più persone all'interno dello stesso luogo e dello stesso episodio criminoso.

A livello macroscopico, si può affermare che, dal punto di vista dell'assassino, un “serial killer” pensa di farcela a non essere mai catturato e molto spesso prende tutte le precauzioni per farla franca, mentre un “mass murderer” non crede neppure di uscire vivo dall'episodio. Infine uno “spree killer” vede così poco lontano dal proprio naso da non averci probabilmente neanche pensato.

Semplificando molto, l'assassino di massa è il tipico “esaltato” che entra in una scuola ed apre il fuoco su chiunque gli capiti davanti; oppure è l'impiegato che fa strage nel suo posto di lavoro. Molto spesso c'è un “messaggio” che questo assassino deve inoltrare alla società e per farlo è disposto a sacrificarsi.

Frequentemente un “mass murder” si considera come qualcuno che in ogni caso non ha nulla da perdere. C'è stato un episodio perfettamente rappresentativo di questa categoria: in Svizzera, più unico che raro per questo Paese, un ex-impiegato del Comune ha fatto strage di parlamentari con il suo fucile di ordinanza, eredità del servizio militare.

Gli “spree killers” storici e più esemplari a noi tutti conosciuti sono Bonnie e Clyde, una coppia omicida, come anche lo sono stati Charles Starkweather e Caril Fugate, lanciati in una follia assassina in viaggio attraverso l'America. Sono il tipo che meno si preoccupa del futuro e che forse non si pone neppure il problema.

Sempre Mastronardi e Palermo (in un loro rapporto del 1995) dividono i serial killers, la categoria più diffusa e preoccupante, in altre cinque tipologie:

a) Il tipo visionario comprende quei serial killer che eseguono i loro omicidi in conseguenza di ordini ricevuti da voci allucinate o in funzione di particolari visioni avute. Si tratta di vere e proprie allucinazioni di comando e la voce udita è generalmente di origine mistica: Satana, Dio, un padre morto ed onnipotente, una figura religiosa.

Un “demone” impone loro di uccidere, di distruggere; la loro azione sterminatrice corrisponde ad una missione perentoria, eseguita con fedeltà e convinzione. La maggior parte di questi assassini è affetta da schizofrenia di tipo paranoide oppure da disturbi allucinatori (sempre legati alla paranoia). Nel primo caso l'omicidio è sempre condotto in modo bizzarro e disordinato, mentre nel secondo caso può essere molto ben pianificato.

b) Il tipo missionario, come dice la parola stessa, deve compiere una missione, che generalmente consiste nella ferma convinzione di dover ripulire il mondo da persone considerate sporche e indesiderabili, come prostitute, vagabondi, tossicodipendenti o spacciatori di droga.

Questo serial killer, pur non soffrendo di una psicosi, è spesso condizionato da personali convinzioni, sostenute da alcune false percezioni di tipo paranoide. Infatti, non prova nessun rimorso poiché agisce “per il supremo benessere della società”.

Un esempio emblematico è quello di Pedro Alfonso Lopez, venditore ambulante colombiano accusato di 310 omicidi. 100 bambine seviziate e strangolate in colombia, altrettante in Perù, 110 in Ecuador dove, colto sul fatto, fu arrestato. Lo strangolatore delle Ande (come veniva chiamato Lopez) si definiva un liberatore. “Le ho soppresse per liberarle dalle sofferenze che subivano nella vita terrena” ha riferito, calmo, durante una dettagliata confessione.

c) Il tipo edonista si distingue per il piacere che prova nell'uccidere. E' l'atto omicida che di per sé gli fornisce una sensazione del tutto simile a quella forma di orgasmo emotivo provato dal cosiddetto “forte giocatore”, quando scommette grandi somme e aspetta i risultati. Può essere considerato una variante del “risk taking”, classico delle persone che hanno bisogno di rischio e di forti emozioni, che ritroviamo non solo nei malati del gioco delle carte o dei casinò ma anche in chi pratica la famosa roulette russa.

d) Power Control. In questo caso lo scopo principale è quello di esercitare il totale controllo su un'altra persona, fino al potere definitivo di deciderne il destino. In questi casi lo stupro, la sodomia e la distruzione degli attributi sessuali hanno una motivazione erotica soltanto superficiale (il sesso è solo uno strumento, un veicolo) mentre in realtà rappresentano il desiderio più profondo di esercitare il proprio potere ed il totale controllo psicofisico sulla vittima.

In questo caso, Jeffrey Dahmer (il tristemente famoso “cannibale di Milwaukee”) è un esempio tipico. Dahmer adescava giovani omosessuali e li portava nella sua abitazione, dove li teneva in uno stato di incoscienza per un periodo di tempo nel quale li torturava e seviziava, per poi inevitabilmente ucciderli. Per ottenere un controllo totale sulle sue vittime era andato così in là da tentare assurdi esperimenti: attraverso fori nel cranio tentava di creare degli “zombie”, degli schiavi sessuali ai suoi comandi.

e) Il tipo lussurioso o “lust killer” ha per obiettivo quello di ottenere una soddisfazione di natura sessuale dalle vittime. Diverso dallo stupratore e dal tipo “Power Control”, questo omicida è completamente assorbito dal suo egoismo e considera le persone solo come dei mezzi, come degli strumenti attraverso i quali raggiungere la soddisfazione. Non è l'atto sessuale in sé che adempie la motivazione del killer, anzi, spesso il medesimo passa assolutamente in secondo piano rispetto alle ritualità che il criminale esprime in presenza della vittima. E' guidato da fantasie dove sesso e morte sono insieme i protagonisti assoluti. La sua compulsione è realizzare queste fantasie.

Come dice John Douglas, figura chiave dell'FBI nella lotta agli assassini seriali, le parole chiave sono: manipolazione, dominio, controllo. E' questo il tipo di serial killer più difficile da assicurare alla giustizia, nonostante sia il tipo che è stato più studiato, attraverso interviste, attraverso l'esperienza di coloro che hanno indagato e che si sono messi, sempre come è solito definire Douglas, “nei panni dell'assassino”.

A tutto ciò credo sia necessario aggiungere un'informazione conclusiva. Molti studi hanno rivelato che parecchi serial killer, nella loro fanciullezza, avevano mostrato uno o più segnali di avvertimento, che gli esperti chiamano “La Triade di McDonald”. Questi sono:

a) Piromania: in molti casi l’appiccare fuoco alle proprietà altrui (senza motivo apparente), ha rappresentato un campanello d’allarme nell’infanzia di vari serial killer

b) Zoosadismo: un buon numero di assasini seriali durante la fanciullezza ha commesso varie crudeltà verso gli animali. La maggior parte di loro si accaniva su animali di piccole dimensioni, tuttavia ci sono stati casi ben più eclatanti. In particolare alcuni futuri “lust killer” uccidevano delle pecore mentre compivano atti sessuali su di loro.

c) Bagnare il letto: può sembrare una cosa banale, però molti serial killer hanno bagnato il letto fino alla tarda adolescenza. Questo ha creato un senso di inadeguatezza che, unito a altri fattori, ha contribuito alla nascita di un omicida seriale.

Come avrete capito quella di oggi è solo una piccola (ma necessaria) introduzione per accedere al mondo deviato dei “serial killer”. Nelle prossime edizioni ho intenzione di entrare nello specifico e raccontare la vita e la storia personale di singoli assassini seriali. La mia intenzione è riuscire ad entrare, anche solo per un momento, nella psiche di questi efferati criminali, in modo comprendere quali siano i meccanismi mentali che trasformano un “normale essere umano” in una spietata macchina per uccidere.

In questo momento non sono ancora in grado di stabilire dove potrà portarci questo viaggio tra le forme del male più puro, tuttavia sono certo che grazie a questa rubrica potremo capire qualcosa di più sulla natura umana e, di riflesso, anche su noi stessi.

Vi ringrazio di cuore per l’attenzione che avete dedicato a questa nuova rubrica. Naturalmente vi do appuntamento a domani per un nuovo post della serie “Cosa bolle in Rete?”.

Un abbraccio, GuruKonK.