martedì 11 novembre 2008

La storia di Hannah Jones


La storia di una ragazzina malata sta tenendo col fiato sospeso l'intera Gran Bretagna. Hannah Jones, 13 anni, è malata terminale di una grave forma di leucemia e ha chiesto dalle autorità sanitarie di poter morire a casa, tra le braccia di mamma e papà. I medici sono convinti che un trapianto di cuore potrebbe, in caso di successo, salvarle la vita per qualche anno. Ma lei dice di essere stanca e di volersene tornare a casa: “Voglio poter morire tra i miei familiari e i miei amici”.

Hannah ha convinto anche i medici dell'Herefordshire che per lei sia più giusto trascorrere il tempo che le resta da vivere con la sua famiglia, piuttosto che affrontare i rischi del trapianto e la sofferenza della riabilitazione. “Mi hanno spiegato tutto, ma io non volevo affrontare altre operazioni” ha dichiarato la ragazzina al “Daily Mirror”. “Ne ho avuto abbastanza di ospedali e volevo tornare a casa”.

Hannah ha passato gran parte degli ultimi otto anni in ospedale, dove l'hanno curata per la leucemia e per una terribile cardiomiopatia. Il suo cuore è in grado di pompare sangue solo a un decimo delle proprie capacità e la ragazzina ha già subito tre interventi di applicazione di pacemaker. Secondo i medici, senza il trapianto le restano sei mesi di vita. “Hannah deve essere stata molto convincente, perché dopo aver consultato i legali, le autorità hanno fatto sapere che non avrebbero intrapreso alcuna azione giudiziaria”, ha detto al quotidiano il padre della ragazza. “Lei sa che può cambiare idea in qualunque momento e mettersi in lista d"attesa per un trapianto”.

La madre della ragazzina, ex infermiera di terapia intensiva, riporta il parere di alcuni specialisti secondo cui il trapianto non sarebbe risolutivo e che nel giro di 5 anni la figlia avrebbe probabilmente bisogno di un altro cuore. “Ha subito parecchi traumi nella sua giovane e sfortunata vita. Sono contenta della decisione che ha preso. Credo che per lei sia giusto”. Nella lettera che ha scritto alla famiglia, il Primary Care Trust dello Herefordshire afferma che una azione giudiziaria è parsa inopportuna: “Hannah sembra aver capito la gravità della sua situazione. E' sembrata consapevole del fatto che sarebbe potuta morire”, si legge nella missiva pubblicata da “The Sun”.

Si è discusso delle opzioni terapeutiche e Hannah ha potuto esprimere chiaramente la sua intenzione di non voler tornare in ospedale per cure cardiache. E' chiaramente attaccata alla sua famiglia e vuole essere curata a casa fino alla fine”.

A prescindere dall’opinione che ognuno di noi ha sul diritto di rifiutare un accanimento terapeutico, questa rimane una storia durissima e straziante. La maturità e la motivazione con la quale questa ragazzina chiede di poter morire con dignità mi ha letteralmente lacerato il cuore. Non mi va di aggiungere altro.

Con affetto, GuruKonK.



Fonti: sito web del tabloid “The Sun”, del “Daily Mirror” e di “TGcom”.



Nell’immagine: Hannah Jones all’età di 5 anni, durante una visita ad Disney Paris.

domenica 9 novembre 2008

La clinica dell’orrore


Centotrentacinque euro. Ci sono posti in Africa dove con questa cifra si va avanti per mesi: acqua, cibo, farmaci, un po' di vestiti. In Nigeria corrispondono alla somma di 20.000 naira, un piccolo, effimero tesoro che per un contadino o un operaio può rappresentare la paga di oltre un anno di lavoro. Per 20 mila naira c'è chi è disposto a tutto, anche a vendere una vita umana. A Enugu, una delle città più povere nel sud del Paese, c'è un posto in cui di vite ne sono nate tante, e altrettante sono state comprate, immesse sul mercato e vendute al miglior offerente.

A scoprirlo è stata la polizia locale, in un luogo sulla carta tanto sicuro quanto lontano da ogni squallido commercio: un ospedale, una clinica per maternità molto conosciuta in zona, affollata di giorno, troppo silenziosa di notte, quando nei corridoi e nelle sale operatorie cominciava tutta un'altra attività che coinvolgeva medici, infermieri e personale esterno.

Secondo le prime ricostruzioni della polizia nigeriana, che ha fatto irruzione nella struttura, il medico responsabile dell'ospedale di Enugu attirava giovani donne che portavano avanti gravidanze non desiderate, proponendo loro di aiutarle ad abortire. Le adolescenti venivano invece rinchiuse fino al giorno del parto, poi, il baratto: il neonato in cambio del piccolo tesoro, 20.000 naira, senza possibilità di scelta. Per chi decideva di non separarsi dal proprio bambino erano botte.

I pargoli venivano poi venduti, a nigeriani ma anche a stranieri bianchi per una cifra che oscillava tra i 300.000 e i 450.000 naira (2.000-3.000 euro).

Per molte donne ricoverate non c'è stato neanche il cambio in denaro. Una volta entrate in clinica venivano drogate, violentate, costrette a partorire e allontanate dal proprio bambino. A raccontarlo alla France Presse è stato una diciottenne, una delle 20 ragazze liberate dopo l'irruzione della polizia: “Mi hanno fatto un'iniezione e sono svenuta, quando ho ripreso conoscenza mi sono resa conto che ero stata stuprata, poi mi hanno rinchiuso e il medico ha abusato di me più volte”.

Secondo il responsabile locale per la sicurezza, Desmond Agu, ad entrare in ospedale, in alcuni casi, erano donne molto giovani e molto povere “che ricorrevano a questa pratica volontariamente”. Ma nella clinica Enugu c'erano anche “donne ricoverate da tre anni, ingravidate da ragazzi chiamati appositamente dal primario della clinica, quindi obbligate a fare figli in condizioni di schiavitù”. In alcuni casi, i bambini vengono dati alla luce per avere più manodopera o farli prostituire.

Secondo le organizzazioni locali che da anni si battono contro il traffico di essere umani (così come riportato dalle maggiori agenzie di stampa) la pratica non è rara in Nigeria, il Paese con il maggior numero di abitanti del continente africano, pari a 148 milioni. Non esistono dati precisi sulle “fabbriche dei bambini”, come sono state ribattezzate dalla stampa nazionale, e sul numero di neonati destinati ogni anno alla vendita, ma secondo gli attivisti si tratta di un'attività diffusissima, gestita da organizzazioni molto strutturate. “Pensiamo siano più grandi di quanto sappiamo”, dice Ijeoma Okoronkwo, direttore regionale dell'Agenzia nazionale per il bando del traffico di esseri umani.

Le strutture simili alla clinica di Enugu scoperte finora nel Paese sono almeno una decina. “Tutto questo esiste da tempo” ha aggiunto Okoronkwo “ma noi ne siamo al corrente solo dal dicembre 2006, quando una ONG ha lanciato l'allarme e ci ha segnalato che i neonati venivano venduti e che vi erano coinvolti gli ospedali”.

Ma chi compra i bambini? Secondo la polizia e le organizzazioni umanitarie si tratta soprattutto di gente del posto. Nella società nigeriana la sterilità di una donna sposata è un fardello e c'è gente disposta a pagare qualsiasi cifra per comperare un bambino. “Molte persone” afferma Okoronkwo “non sanno neppure che quel che fa è fuori legge, credono si tratti di una normale adozione”.

Nigeriani, dunque, ma nessuno può escludere che il traffico possa essere alimentato anche da stranieri, europei o americani (come accade già in altri Paesi dell'Africa subsahariana), persone per le quali 2.000, 3.000 euro rappresentano una cifra irrisoria. Intanto, le “fabbriche” continuano a produrre, incrementate da un ritmo che, secondo dati Unicef, varia da i 10 ai 15 bambini venduti ogni giorno.

GuruKonK



Fonte: articolo dell’ottimo Andrea D’Orazio, pubblicato sul sito web de “L’Unità”.



Nella fotografia, un bambino che sembra volerci richiamare alle nostre responsabilità: chi ha voce per denunciare, lo faccia senza esitazioni!

giovedì 6 novembre 2008

Big Bang Obama!


Erano soprattutto giovani, centinaia di migliaia di giovani, a piangere di gioia nel prato del Grant Park e nelle strade circostanti, a Chicago, martedì notte. E in questo caso l'età non è un mero dato anagrafico, ma la novità che illumina le elezioni del 4 novembre e spiega il trionfo di Barack Obama: 68 nuovi elettori giovani su cento hanno votato per lui, in totale l'11% dell'intero elettorato, una massa di elettori che ha fatto la differenza. Il movimento di opinione che Obama ha generato tra i ventenni non è stato solo decisivo per la conquista della Casa Bianca, ma rappresenta di per sé un elemento destinato a cambiare la politica americana. Ma questa svolta è stata determinata dall'unicità del nuovo presidente americano.

Obama è il primo politico della nuova generazione ad arrivare al potere, il primo leader post ideologico a essere maturato dopo la caduta del muro di Berlino, in un mondo non più spaccato in due, fatto di amici o di nemici (“o sei con noi o sei contro di noi”, George W.Bush lo ripeteva spesso, n.d.K.). Obama non è un uomo della sinistra tradizionale. Michael Walzer, uno degli intellettuali progressisti più lucidi degli Stati Uniti, dubita persino che si possa considerare un uomo di sinistra, nel senso che non ha ereditato i vecchi steccati ideologici figli del secolo scorso.

Della sinistra Obama ha ereditato i principi ispiratori, che lo spingono a battersi contro le crescenti disuguaglianze sociali e a promettere l'assistenza sanitaria ai 50 milioni di americani che ne sono privi. Ma Obama è l'uomo del pragmatismo, un risolutore di problemi senza remore ideologiche. Per questo i giovani, che non capiscono più il linguaggio della vecchia politica, lo hanno portato di peso fino alla Casa Bianca!

Fin dal febbraio 2007, quando annunciò la sua candidatura lanciando la sua temeraria sfida a Hillary Clinton, Obama sottolinea la necessità di ritrovare l'unità culturale del Paese, lacerato da 40 anni di divisioni partigiane che sembrano ormai figlie di un'altra epoca. Quello che a molti può sembrare retorica, è il nocciolo innovativo del suo pensiero politico.

Obama è il primo presidente nero a vincere le elezioni presidenziali, dopo 220 anni di Repubblica. Questa è la svolta che rende queste elezioni storiche, e cambierà probabilmente la cultura dei neri americani, riscattando la loro storica marginalità. Ma il colore della pelle di Obama non è l'unico elemento rivoluzionario del suo successo. Obama è anche il primo presidente da tempo immemorabile che proviene da una grande città del “Nord-Est liberal”, e per di più è un professore universitario, un intellettuale, un pensatore sofisticato, e anche un ex militante politico di base. I due presidenti democratici eletti negli ultimi 40 anni, Jimmy Carter e Bill Clinton, erano due moderati del Sud. Ma Clinton restò sempre sotto al 50 per cento dei voti, e Carter si fermò al 50,1. Obama è andato oltre il 52. Bisogna risalire al 1960 per trovare un altro presidente liberal del Nord-Est, John Kennedy, che però era un “wasp” e un eroe di guerra.

L'elezione di Obama mostra che negli Stati Uniti è in atto un rivolgimento demografico e culturale che sta cambiando la vecchia geografia politica. E infatti Obama ha vinto in uno Stato come la Virginia, che nell'era Bush sembrava un inattaccabile fortino conservatore, e ha conquistato Florida e Ohio, Nevada e Colorado.

John McCain e Sarah Palin hanno cercato di spegnere l'entusiasmo crescente per Obama usando il vecchio repertorio della propaganda conservatrice, accusandolo di essere un “socialista”, un'offesa fino a ieri infamante negli States, che è improvvisamente sembrata un'arma spuntata se lanciata contro di lui. E' come usare un linguaggio del secolo scorso per descrivere un uomo del XXI secolo.

Eleggendo Obama, gli americani non avrebbero potuto nominare un presidente più diverso da Bush. Al contrario del suo predecessore, è uno studioso curioso e raffinato, si forma le idee ascoltando e studiando, non si lascia sopraffare dall'istinto. Non seguirà i precetti del “neoliberismo reaganiano”, ma neanche quelli dello vecchio statalismo socialista. Si porrà in mezzo, con un pragmatismo figlio dell'intelligenza più che della tradizione.

Mai un successo elettorale è stato così carico di aspettative e di significati simbolici. Per 20 lunghi mesi Barack Obama ha condotto una campagna elettorale praticamente perfetta, la più costosa della storia, per convincere gli americani di essere la persona adatta a cambiare il mondo. Gli hanno creduto. E già nella notte della vittoria, nel delirio di gioia che si respirava sotto il palco di Grant Park e in milioni di case in tutto il Paese, i democratici americani cominciavano a interrogarsi sul futuro. Fino a che punto Obama sarà in grado di realizzare il cambiamento promesso? Fino a dove la crisi economica, le lobby, i poteri occulti gli permetteranno di spingersi?

Molti analisti hanno già paragonato la sua elezione a quella di George Washington nel 1789 e di Abraham Lincoln nel 1860. Walzer pensa che Obama risponderà alla crisi economica lanciando un New Deal sullo stile di Franklin Delano Roosevelt. Paragoni impegnativi, non trovate?

I conservatori dicono che Obama resta un grande punto interrogativo. Ma dopo venti mesi di campagna elettorale il neopresidente ha dimostrato alcune doti importanti. È un uomo di grande sangue freddo, che non ha mai perso la pazienza anche quando è stato sottoposto agli attacchi più duri, beceri e volgari, prima da parte di Hillary e Bill Clinton, poi da John McCain e Sarah Palin. È capace di comunicare apertamente con i cittadini e di dialogare con cortese fermezza con i nemici. È un asso nello scegliere gli uomini, come ha mostrato nel nominare i leader della sua organizzazione. Secondo alcuni affermati osservatori politici: “Mai, nella storia recente, una campagna elettorale è stata così efficace e disciplinata, senza polemiche interne e personalismi”.

Si fanno molti nomi sui possibili componenti della sua amministrazione, ma si tratta probabilmente di illazioni. Ci saranno certamente alcuni esponenti repubblicani che lo aiuteranno a sfondare il muro di diffidenza del partito avversario (Colin Powell? n.d.K.). Ma Obama comincerà a lavorare al programma e all'organigramma solo nei prossimi giorni. Tra le centinaia di consulenti che già hanno lavorato per lui ci sono gli esponenti migliori delle cosiddetta “intellighenzia nazionale”. Come sempre capita, gli americani sono magnanimi nei confronti di un presidente appena eletto, e gli concederanno una luna di miele di alcuni mesi. Ma sarà necessario che nei primi cento giorni della sua presidenza, dal 20 gennaio alla fine di aprile, Obama non deluda le truppe che lo hanno votato. Alcune mosse sono indispensabili, ma tutte possono provocare contro-reazioni pericolose nel Paese.

Tutti si aspettano una svolta nella politica energetica, che è stato il suo cavallo di battaglia per tutta la campagna elettorale. Alcuni suoi consulenti assicurano che Obama lancerà un grande progetto nazionale per la ricerca e lo sviluppo di fonti energetiche alternative, nuovi incentivi per la costruzione di centrali a emissione zero e la fine degli sconti fiscali ai petrolieri. Certamente dovrà avviare il progetto per dare l'assistenza sanitaria a tutti gli americani. Sulla sua agenda ci sono anche alcuni progetti per rammodernare le infrastrutture del Paese, dando così respiro all'occupazione. Ma i conservatori lo aspettano al varco. Tutte queste scelte comporteranno un aumento della spesa pubblica che oggi appare insostenibile dopo il disastro finanziario lasciato da Bush.

Obama prenderà alcune decisioni di grande effetto: la nuova amministrazione ripudierà l'uso della tortura, cancellerà le operazioni di “rendition” e chiuderà la prigione di Guantanamo. Ma per fare tutto ciò si troverà di fronte a scelte difficili: molti dei detenuti di quel carcere sono diventati merce delicata da trattare perché nessun paese del mondo li vuole accogliere. È un argomento scottante, che rischia di scatenare la propaganda dei conservatori e di creare divisioni nel Pentagono. Ed è proprio il rapporto con il Pentagono il problema più delicato di Obama. Michael Walzer è certo che il nuovo presidente non potrà prendere di petto il ministero della Difesa, ed esclude che almeno nel primo mandato possa abbattere il gigantesco budget militare che opprime il bilancio Usa.

Obama si è impegnato a ottenere una grande vittoria militare in Afghanistan. Questo sarà un incentivo a ridurre le forze in Iraq, ma renderà quasi impossibile abbattere le spese militari. Questo potrebbe essere un problema.

In politica estera i consiglieri di Obama sono orientati verso una sorta di “internazionalismo liberal”. La nuova amministrazione metterà nuova enfasi sui rapporti multilaterali e mostrerà maggiore apertura verso l'Onu e le altre istituzioni internazionali. Farà un grande sforzo di collaborazione con i partner europei ma chiederà loro aiuti nelle operazioni internazionali, dall'Afghanistan al Darfur. Saranno pronti a rispondere gli europei? Permettetemi di dubitarne...

Ci sono poi i problemi per ricreare le regole dell'economia e della finanza internazionale. Nel corso della campagna elettorale Obama ha suggerito che i nuovi scambi commerciali possano essere condizionati da nuove regole legate ai diritti umani e a quelli sindacali. Walzer suggerisce un piano che potrebbe comprendere anche questi aspetti, che hanno più a che fare con l'etica socialdemocratica che con il neoliberismo reaganiano: “I consiglieri economici di Obama potrebbero essere spinti in questa direzione dalla forza delle cose”, dice Walzer.

Ad alimentare queste speranze è la stessa personalità di Obama, un leader che appare privo di steccati mentali, in grado di formarsi le idee ascoltando gli altri e imparando dall'esperienza. Il nuovo presidente avrà un'ampia maggioranza al Congresso e avrà due anni di tempo per cambiare il Paese.

Molti ricordano che anche Bill Clinton, quando arrivò alla Casa Bianca 16 anni fa, aveva un programma di grande rinnovamento socio-economico, e dovette arretrare di fronte al fuoco di sbarramento repubblicano. Ma da allora molte cose sono cambiate. Gli anni di Bush hanno reso i liberal più determinati a usare il potere politico per cambiare le cose in profondità. Nancy Pelosi alla Camera e Harry Reid al Senato sono due leader di carattere. Obama farà uno sforzo per creare un clima bipartisan e alla fine dovrà prendere decisioni radicali. Ma soprattutto è mutato il clima culturale del Paese. La maggioranza degli americani è convinta che il crollo di Wall Street e la crisi dell'economia abbiano definitivamente mandato in pensione il reaganismo. E per reinventare il futuro hanno eletto un presidente che vuole cancellare le vecchie etichette ideologiche del Novecento.

Per oggi è tutto. Ho pubblicato un documento lungo e approfondito, perché l’eccezionalità del sentimento positivo che sembra attraversare il mondo lo meritava! Anche io, come molti, non sono sicuro che Obama riuscirà a trasformare il realtà tutte le ottime idee che ha esposto durante la lunga campagna elettorale che lo ha portato fino al famigerato “studio ovale”. Tuttavia, le premesse per costruire un nuovo ordine mondiale non sono mai state concrete come lo sono oggi. Per questa ragione, non posso che dire: tanti auguri di buon lavoro, Mister President!

GuruKonK



Fonti: “Il dirompente fenomeno Obama” di Enrico Pedemonte (bravissimo!),
“Né bianco né nero: Obama è il primo Homo Globalis!” di Lucia Annunziata.




Nell’immagine: un poster creato da un gruppo di artisti per appoggiare la candidatura di Barack Obama.

domenica 2 novembre 2008

Il Mystico Giudizio no. 23


E’ un po’ come sopportare la vista di un taglietto sul dito, dopo aver assistito dal vivo ad un intervento chirurgico a cuore aperto. Ecco l’effetto che ha “Halloween - The Beginning” su chi ha guardato il film precedente del musicista/regista Rob Zombie. E’ tutto decisamente più morbido… Sempre di un film dell’orrore si parla, chiaro, ma con differenze sostanziali rispetto a “La casa del diavolo”: c’è meno sangue, meno splatter e più storia.

La casa del diavolo” (titolo originale “The devil’s rejects”) è un susseguirsi di scene truci; senza respiro. In ogni inquadratura c’è sempre qualche macchia di sangue; sulla strada, sui vestiti, sui capelli. C’è sempre qualcosa di terrificante. Il film serba un feroce livello di tensione persino quando l’assassino di turno ha sfogato il raptus e deposto le sue armi; persino quando la trama passa da un momento di azione ad una fase meno concitata che dovrebbe fungere da “decompressore” per il pubblico. Niente da fare: l’inquietudine non ti molla. Si resta immersi nell’orrore dall’inizio alla fine senza via di fuga.

In “Halloween”, invece, la tregua tra una scena mozzafiato e l’altra è una vera tregua; gli aspetti psicologici vengono curati un po’ di più ma soprattutto viene maggiormente curata l’estetica cinematografica: inquadrature semplicemente belle, location semplicemente belle, luci e ambienti semplicemente belli. In fondo il cinema è un’arte visiva, l’estetica non è solo un dettaglio.

Insomma, queste differenze tra gli ultimi due film di Rob Zombie non sono sfumature ma mostrano un approccio cinematografico nettamente diverso. Se finora Zombie ha avuto successo per le sue spiccate doti nel conferire ai film un elevato ritmo e un violento impatto, con questo nuovo progetto aggiunge al suo lavoro un nuovo importante elemento, manifestando una spiccata sensibilità estetica. Quindi - a mio avviso - compie un salto di qualità.

Nei film precedenti gli ambienti soggiacciono completamente alla storia… L’impressione è che oggi Rob Zombie non si accontenti più di rendere efficace una sceneggiatura; oggi il regista cerca maggiormente di confezionarla in un abito cinematografico bello e curato.

Halloween - The Beginning”, un po’ come “Batman - The Beginning”, racconta gli anni che hanno preceduto la nascita del mito e risponde ad interrogativi quali: chi era il protagonista prima di diventare quello che tutti hanno imparato a conoscere, che infanzia ha trascorso e quali eventi hanno formato la sua personalità. In questo caso il “mito” è il serial killer della notte di Halloween, portato sullo schermo alla fine degli anni ‘70 dal leggendario maestro dell’horror John Carpenter. Anche se si parla di un serial killer, anche se si descrive la vita dannata di un essere immondo, anche se in definitiva “Halloween” è un film dell’orrore e nulla più, Rob Zombie posiziona la sua storia all’interno di paesaggi suggestivi e ambientazioni persino poetiche, in un paio d’occasioni. Tutto di guadagnato per gli amanti del cinema; per i puristi del cinema horror non saprei. La scelta di Rob Zombie potrebbe essere letta come un’apertura del regista verso territori cinematografici ben più ampi, dal punto di vista estetico, di quelli che offrono tradizionalmente i film splatter.

Meno sangue e più cinema, insomma, in questo nuovo lavoro del leader dei White Zombie, la cui lunga militanza nel mondo della musica giova senza dubbio alla sua attività di regista per quanto riguarda i ritmi che conferisce sapientemente ai suoi film, gli aumenti e i cali di tensione, i colpi di scena.

Il Mystico Giudizio: non mi sorprenderei se tra qualche mese o anno, trovandoci su questo blog a parlare del nuovo film di Zombie, anziché ad un nuovo horror saremo di fronte ad un film di diverso spessore, che so io, un film drammatico o d’altro genere…

MysteXX



Nell’immagine: il “mitico” serial killer mascherato della notte di halloween Michael Myers, nel pieno dell’azione!

giovedì 30 ottobre 2008

“L’omosessualità è una deviazione!”


Un caro saluto a tutti. Ci sono novità da parte dei nostri amici del Vaticano. L’omosessualità, anche se non praticata attivamente, “è una deviazione, una irregolarità, una ferita che impedisce di relazionarsi correttamente con gli altri”: la precisazione è del cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, espressa nel corso della conferenza stampa di presentazione del nuovo documento vaticano sugli “Orientamenti per l'utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio”.

Il prefetto del dicastero vaticano competente sulla disciplina dei seminari aggiunge: “Non si può ammettere al seminario un candidato che ha una tendenza omosessuale radicale. Non perché commette peccato, ma perché l’eterosessualità è la normalità, l’omosessualità è una deviazione, una ferita per poter esercitare il sacerdozio, che consiste anche nell’essere un padre spirituale e nel sapersi relazionare con gli altri”.

Il documento presentato questa mattina in Vaticano, spiega il cardinale Grocholewski, richiama “il contesto socio-culturale attuale che influisce sulla mentalità dei candidati che si presentano al Seminario, creando, in certi casi, delle ferite non ancora guarite oppure gravi e particolari difficoltà psicologiche”. Tra questi il porporato elenca “il disagio di un’emergente mentalità caratterizzata dal consumismo, da instabilità nelle relazioni familiari e sociali, da relativismo morale, da visioni errate della sessualità, da precarietà delle scelte”.

Il ricorso agli esperti, quali psicologi, psichiatri o psicanalisti, “non può che essere soltanto ausiliare” osserva ancora il prefetto vaticano “ossia utile solo in alcuni casi per dare il parere circa la diagnosi, o circa l'eventuale terapia, o il sostegno psicologico allo sviluppo delle qualità umane richieste all’esercizio del ministero”.

Ossia: “si deve ricorrere a loro solo nei casi eccezionali che presentano particolari difficoltà”. Infatti, “spetta alla Chiesa discernere la vocazione e l’idoneità dei candidati al ministero sacerdotale” e in particolare “il vescovo ha la responsabilità ultima di riconoscere e confermare la chiamata al sacerdozio”. E dunque, l’utilizzo delle competenze degli psicologi “è di integrazione, non di sostituzione, sia nel discernimento iniziale, sia nella formazione successiva”.

Ad ogni modo, a parte tutte le chiacchiere sulla logica ed indiscutibile autonomia del Vaticano in queste materie, c’è una domanda che non posso evitare di pormi: se un sacerdote, nel momento di prendere i voti, deve comunque effettuare un atto di totale rinuncia al sesso, che importanza può avere il suo orientamento sessuale? Intendo dire, perché l’abbandono dei “piaceri della carne” deve avere un valore diverso per gli eterosessuali rispetto agli omosessuali?

Mah... come gran parte degli agnostici, ammetto di avere molte lacune su questi argomenti!

GuruKonK



Fonte della notizia: “Virgilio Notizie



Nell’immagine: il prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, cardinale Zenon Grocholewski.

martedì 28 ottobre 2008

“Uccidiamo Obama!”


Due ragazzi sono stati arrestati dagli agenti dell’ufficio dello sceriffo nella contea di Crockett e dagli agenti dell’ATF con l’accusa di possesso illegale di armi modificate (fucili a canne mozze). Il piano era uccidere Barack Obama, sparandogli o decapitandolo nel corso di un comizio in una scuola nei pressi di Memphis, frequentata soprattutto da ragazzi afroamericani. Inoltre, Daniel Cowart e Paul Schlesselman (questi i nomi dei soggetti) volevano assassinare 102 studenti neri (sparando a 88 di loro e decapitando gli altri 14) per rievocare il massacro alla scuola di Columbine. L’arresto dei due neonazisti è avvenuto il 22 ottobre, ma era stato tenuto riservato fino ad oggi.

Cowart e Schlesselman saranno incriminati ufficialmente il 30 ottobre con un’udienza al tribunale di Memphis (Tennessee), città dove 40 anni fa fu assassinato il leader del movimento dei diritti civili, Martin Luther King. I due saranno accusati di aver complottato per uccidere il candidato democratico alla presidenza degli USA, Barack Obama, e altri giovani afroamericani. Per il procuratore distrettuale del Tennessee, Lawrence Laurenzi, le incriminazioni “sono molto serie e come tali saranno trattate”.

Personalmente auspico che a potenziali emulatori (che forse stanno già progettando piani deliranti) il messaggio giunga forte e chiaro! Dall’atto d’accusa risulta inoltre che Cowart e Schlesselman si erano già resi protagonisti di atti detestabili. Pare infatti, come vedremo in seguito, che negli scorsi giorni abbiano sparato numerosi colpi d’arma da fuoco contro una chiesa frequentata da afroamericani, che risultano essere il principale obiettivo del loro nauseante odio razzista.

I ragazzi si sono conosciuti sul Web, frequentando lo stesso “social network”, sulle cui pagine gli inquirenti hanno trovato messaggi maniacali nei quali parlavano di “rapine a case e negozi per finanziari una strage contro la comunità nera”.

Fisicamente, però, i due si sono incontrati per la prima volta solo il 20 ottobre scorso, quando Cowart, il 20enne, è andato in macchina in Arkansas per prendere il 18enne Schlesselman. I due sono poi tornati a Bells, in Tennessee, dove Cowart vive con i nonni. In quei giorni il ragazzo aveva inserito nella sua pagina di MySpace una foto che lo ritrae con l’amico mentre imbraccia un grosso fucile nel giardino di casa.

Il 21 ottobre i due ragazzi hanno tentato di rapinare una casa a Bells, ma si sono allontanati quando hanno visto che vi erano parcheggiate due auto e che nel giardino sostava un grosso cane da guardia. “Il giorno dopo” si legge ancora sulle carte degli agenti federali “sono passati all'azione, sparando colpi alla finestra della “Church of Christ di Beech Grove”, che ha una forte presenza di fedeli afroamericani”. Per fortuna nessuno ha riportato ferite in seguito al raid razzista. “Siamo qui da 120 anni e non abbiamo mai avuto un problema del genere” ha detto il segretario della congregazione, il signor Nelson Bond.

Torniamo alla notizia principale, cioè al piano per colpire Barack Obama. I neonazisti, comunque, sapevano che la loro “impresa” era praticamente impossibile da attuare. La loro intenzione era svaligiare un’armeria e poi tentare di compiere il massacro. Loro stessi “pensavano di non riuscirci, ma contavano sul fatto di essere uccisi mentre ci provavano”, ha detto Jim Cavanaugh, un agente speciale dell’ATF. “Erano però pronti a morire nel tentativo, volevano essere ricordati come martiri della lotta per la supremazia bianca”, ha aggiunto un portavoce del Dipartimento di Giustizia.

La stampa degli Stati Uniti ha deciso oggi di ignorare la notizia: nessun articolo in proposito su “Washington Post” e “New York Times”, che pure hanno reso pubblico il loro appoggio al senatore dell’Illinois, così come sul “Chicago Tribune” e sul “Washington Times”. Profilo basso, invece, per “USA Today” e “Los Angeles Times”.

Il “Los Angeles Timesriferisce la notizia in un articolo, pubblicato nella sezione dedicata alla campagna elettorale, senza nessun contributo di analisi. “Due uomini arrestati per un presunto complotto per assassinare Barack Obama”, è il titolo descrittivo scelto dal quotidiano. Stesso stile per “USA Today”, che riferisce della “congiura” segnalando nel titolo le reali intenzioni dei due naziskin arrestati: “Due uomini accusati di pianificare un massacro, con Obama nell'obiettivo”. Tutto qui.

Vi ringrazio per aver prestato attenzione a questo Post e aspetto con piacere i vostri commenti e le vostre riflessioni in merito.

Con affetto, GuruKonK.



Fonti della notizia: sito web di “La Repubblica” e di “TGcom”.



Nell’immagine: un fucile AK47, meglio noto come “Kalashnikov”.

domenica 26 ottobre 2008

Ordinarie follie (ediz. 15.08)


Un carissimo saluto a tutti gli amici del Blog! Dopo qualche mese di pausa torna “Ordinarie follie”, una delle rubriche che avete sempre seguito con affetto ed attenzione. Oggi parleremo di alcune pazzie che, dopo aver fatto il giro del mondo via internet, sono arrivate fino a noi. Per prima cosa affronteremo la vicenda di Cain “l’uomo diavolo” della Bolivia! Poi voleremo virtualmente fino in Australia per raccontarvi di Natalie Adler, una sfortunata ragazza di 21 anni con una malattia davvero strana e terribile. Per concludere torneremo in Europa, più precisamente in Inghilterra, per conoscere un efferato imitatore del Dr. Hannibal Lecter!


L’uomo diavolo

Questo “uomo” (lo metto tra virgolette perché a tutto assomiglia tranne che a un uomo), si chiama Cain e viene dalla Bolivia. Un bel giorno Cain (o per meglio dire la sua segatura che sembra colmare la sua scatola cranica!) deve aver pensato che sarebbe stato molto “cool” diventare come il Diavolo! Cain ha così deciso di contattare il Dr. Emilio, un famoso medico nel campo del “disfacimento” facciale.

Cain ha chiesto ad Emilio di farlo apparire più diabolico, per poter così assomigliare proprio al Diavolo, così come il nostro immaginario da secoli lo ritrae. Dapprima si è fatto impiantare sulla fronte due specie di corna che, poco alla volta, sono diventate sempre più grosse. Come tocco finale ha deciso che voleva il naso come quello di Lord Voldemort in “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”.

L’operazione è stata eseguita alla fine dello scorso agosto, da allora il buon Cain va in giro con uno sfregio in faccia che lui è convinto lo faccia sembrare il Diavolo. Il mio collega blogger “Loverock” lo definisce “una brutta copia di un quadro di Picasso”. Io non me la sento proprio di dargli torto…


Tuttavia, sul Web in molti lo hanno definito in modi molto meno edificanti... Per qualcuno sembra un quadro che Salvador Dalì dipinse in preda agli stupefacenti. Per altri sembra il Nano Malefico, quando si sveglia la mattina e gli si sono scuciti i lifting... E voi cosa ne pensate?


La ragazza che vede 3 giorni su 7

Natalie Adler, 21 anni, di Melbourne in Australia, convive da 4 anni con una stranissima patologia, tanto che i medici credono sia l’unica persona al mondo con tale problema.

I miei occhi rimangono chiusi tre giorni e poi si aprono per altri 3 giorni, così da 4 anni.” Dice la ragazza. “Qualcosa succede durante la notte del terzo giorno e la mattina seguente i miei occhi si aprono. La stessa cosa vale per il terzo giorno di “luce”, vado a dormire e il giorno dopo non ci vedo più! Nessuno sa dirmi perchè...

La signorina ha già effettuato centinaia di esami da quando la sua vita è drammaticamente cambiata. Il professor Justin O’Day, direttore dell’ospedale neuro-oftalmologico “Royal Eye and Ear” dice: “Natalie è un mistero. E’ un caso unico al mondo e, ci dispiace doverlo ammettere, non abbiamo neppure una diagnosi. Non sappiamo dire che malattia abbia.

Durante i giorni di cecità gli occhi di Natalie sono completamente chiusi, eccetto una piccola fessura nell’occhio sinistro; mentre nei giorni da “vedente” la palpebra sinistra spesso si chiude da sola.

La poveretta cerca di vivere il più possibile nei giorni in cui vede e ha raccontato: “Il giorno del mio 18esimo compleanno avevo gli occhi chiusi, mentre quello del mio 21esimo erano aperti e ho dato un grande festa!

Devo ammettere che il caso di Natalie Adler mi ha duramente colpito! Credo che anche voi non siate potuti rimanere impassibili leggendo la sua sfortunata storia. Nonostante tutto, questa ragazza è riuscita a mantenere uno spirito positivo ed è capace di accogliere come doni meravigliosi anche le piccole cose che noi, nella nostra “normalità”, siamo abituati a dare per scontate.

Natalie, sei grande!


Uccide e cucina l’amante gay

Ecco una storia davvero feroce e truculenta che, nelle scorse settimane, ha sconvolto l’opinione pubblica britannica. Un uomo ha ucciso con venti coltellate il proprio amante e dopo avergli fatto a pezzi una gamba l’ha cucinata, friggendola nell’olio d’oliva e insaporendola con delle erbette. Il tutto secondo una sua ricetta personale che, a quanto dicono gli inquirenti, stava studiando da molti mesi!

Tuttavia, l’uomo non ha trovato per nulla gustoso il piatto a base di carne umana che aveva preparato con tanta cura. Ha masticato pochi bocconi e ha gettato il tutto nell'immondizia.

Con questa accusa Anthony Morley (un cuoco omosessuale di 36 anni) è sotto processo a Leeds per quello che viene considerato “il caso più orribile di omicidio cannibale che sia accaduto nel Regno Unito negli ultimi decenni”.

Il delitto risale allo scorso aprile ma dei suoi più orridi risvolti si è saputo soltanto quando al tribunale di Leeds (nel nord dell'Inghilterra) è incominciato il processo a carico di Anthony Morley, insignito tra l’altro del titolo di “Mr.Gay UK” nel 1993.

Per la serie “al peggio non c’è mai limite”…

Per oggi ci fermiamo qui. Grazie mille a tutti voi per l’affetto e la straordinaria attenzione che continuate a riservare a questo Blog!

Un abbraccio, GuruKonK.



Mille complimenti a “Loverock” per il suo fantastico Blog!



Nell’immagine: Cain, il singolare “uomo diavolo” della Bolivia.

giovedì 23 ottobre 2008

Il diritto di chiamarsi “Venerdì”


Per la Corte di Cassazione “Venerdì” risulta essere un nome “ridicolo, suscettibile di ironia e di scherno, che può arrecare grave nocumento alla persona che lo porta”. Il richiamo dei supremi giudici è al famosissimo personaggio letterario di Daniel Defoe: “figura umana caratterizzata dalla sudditanza e dall’inferiorità che non raggiungerebbe mai la condizione di uomo civilizzato” si legge nella motivazione. Bene ha fatto, quindi, un ufficiale dell’Anagrafe a rifiutarsi di scrivere il nome “Venerdì” sull’atto di nascita di un bambino, dando così il via ad una battaglia giudiziaria lunga due anni.

E i genitori cosa dicono? “Non è giusto non potere scegliere il nome per il proprio figlio, non è giusto che lo Stato possa imporre un nome con la forza. Dire che Venerdì è un nome ridicolo è inoltre offensivo, anzi la ritengo una discriminazione. Io e mio marito eravamo indecisi tra Venerdì e Mercoledì, non pensavamo certo a Robinson Crusoe, il libro di Daniel Defoe, dove il personaggio di Venerdì è ritenuto comunque positivo da molti studiosi di letteratura”. Tanto, assicura la mamma: “Per noi si chiama e si chiamerà sempre Venerdì, che è un nome bellissimo!”.

Il nome del bambino (che ha compiuto due anni) sarà quindi per legge Gregorio, come il santo del giorno in cui è nato, il 3 settembre. E non era l’unico tra cui avrebbero potuto scegliere. A disposizione, infatti, c’erano anche: Sandalio, Remaclo, Mansueto, Giovanni, Eustachio, Commendatore, Claudio, Bartolomeo, Aigulfo, Crodegango...

Tra l’altro sempre di nomi di santi si tratta: va bene che la religione cattolica è la più diffusa in Italia ma tutte le religioni sono tutelate in uno Stato laico (come dovrebbe essere l’Italia, fino a prova contraria!) e avrebbero potuto chiedere ai genitori di sceglierne un altro anziché imporlo come si faceva un tempo con i bambini abbandonati. Proprio i genitori non hanno scordato di far notare due casi trattati in modo diverso dagli ufficiali della pubblica anagrafe: “Chanel” figlia di Francesco Totti e Ilary Blasi e “Oceano” di Yaki Elkann e Lavinia Borromeo... Questi sono solo due esempi, tuttavia la moda del “Chiamiamolo strano” sembra proprio dilagare nello show businnes...

E che cosa dovrebbero dire le centinaia di Maria Catena, Maria Bambina (tutte che si fanno disperatamente chiamare Mary), Addolorata (dette Dolly o Tina), Crocefissa, Assunta, Pantaleo (detti Leo), Oronzo e Concepita che vivono soprattutto al Sud? Ma è giusto che lo Stato, non solo vieti un nome ma ne imponga uno di par suo? E che dire dei genitori che abbinano nomi e cognomi, singolarmente innocui ma dall’abbinamento esplosivo? Si va dalla celebre signora Rosa Sederino a Guido La Vespa, da Viola Passera a Orso Bruno, fino ad arrivare al signor Thomas Turbato...

Un abbraccio, GuruKonK.




Curiosità

Come viene detto nel Post, i genitori del bambino erano indecisi tra i nomi Venerdì e Mercoledì, e questo non a caso. Nella versione originale del famoso telefilm degli anni '60 “La famiglia Addams”, la figlia femmina di Morticia e Gomez era chiamata “Wednesday” (cioè Mercoledì) in quanto negli USA proprio mercoledì viene considerato il giorno più “sfortunato” della settimana.

Nella versione italiana, invece, il nome della ragazzina è stato cambiato in “Venerdì”, perché per tradizione si ritiene “iellato” proprio questo giorno della settimana. Bizzarro, no?



Fonte della notizia: il sito web del magazine “L’Espresso”.



Nell’immagine: la macabra e divertente famiglia Addams nella serie TV originale!

martedì 21 ottobre 2008

Clima: cambiamenti troppo rapidi


Nel 2007 il Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC), vincitore del premio Nobel per la pace di cui abbiamo parlato nel Post “La fine del Polo Nord”, ha pubblicato il suo quarto rapporto, un autorevole studio sulla conoscenza del riscaldamento globale che ha coinvolto circa 4.000 scienziati da più di 150 Paesi. Ma da allora la scienza del clima ha cominciato a produrre nuove ricerche. Il nuovo rapporto WWFClimate change: faster, stronger, sooner” (Cambiamento climatico: più veloce, più forte, più vicino) riassume questi nuovi dati scientifici e rivela che “il riscaldamento globale sta avanzando ben oltre le previsioni dell’IPCC”.

Lo studio è stato redatto con il supporto di esperti internazionali di climatologia tra cui Jean-Pascal van Ypersele, professore di climatologia e scienze ambientali all’Università cattolica di Lovanio (Belgio) e neo-eletto vice presidente dell’IPCC, che afferma: “È ormai chiaro che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto maggiore di quanto la maggior parte di noi scienziati avesse anticipato. Per questo è vitale che la risposta internazionale per il taglio delle emissioni (mitigazione) e l’adattamento sia più rapida e più ambiziosa. L’ultimo rapporto IPCC ha mostrato che i motivi di preoccupazione ora sono più forti e questo dovrebbe indurre l’Europa a impegnarsi perché l’aumento della temperatura globale sia ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale. Ma anche mantenendo il limite di 2 gradi centigradi, secondo l’IPCC è necessario comunque che i paesi sviluppati riducano le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990, mentre una riduzione del 20% risulterebbe insufficiente”.

Le più recenti ricerche scientifiche mostrano che l’Oceano Artico sta perdendo la calotta glaciale con un anticipo di 30 anni circa rispetto alle previsioni IPCC” sottolinea il WWF. “E ora si prevede che nel periodo estivo i ghiacci potrebbero sparire del tutto tra il 2013 e il 2040, un fatto che non si è mai verificato da più di un milione di anni ad oggi. Stando agli studi più recenti, nelle isole britanniche e nel Mare del Nord i cicloni estremi aumenteranno in numero e intensità, portando ad incrementare la velocità del vento e i danni legati alle tempeste sull’Europa occidentale e centrale. Il livello di ozono troposferico, che agisce come inquinante, potrà essere simile a quello registrato durante l’ondata di caldo del 2003, con aumenti maggiori in Inghilterra, Belgio, Germania e Francia. E anche la quantità massima di piogge annue aumenterà nella maggior parte d’Europa, con conseguenti rischi di inondazioni e danni economici”.

Gli ecosistemi marini nel Mare del Nord e nel Mar Baltico” prosegue l’associazione ambientalista “oggi sono esposti alle temperature più miti mai registrate da quando sono iniziate le misurazioni, mentre il Mediterraneo subirà periodi di siccità a lungo termine sempre più frequenti. I ghiacciai nelle Alpi svizzere continueranno a diminuire, con conseguenti drastiche riduzioni nella produzione di energia idroelettrica. A livello globale, si prevede che l’aumento del livello del mare sarà pari al doppio della previsione massima dell’IPCC, che stimava un aumento di 0,59 m entro la fine del secolo, con gravi rischi per ampie zone costiere. L’aumento delle temperature ha già comportato una riduzione nei raccolti di grano, mais e orzo in tutto il mondo”.

Se l’Unione europea vorrà essere considerata un leader nel decisivo summit dell’ONU a Copenhagen nel 2009, e se vuole contribuire alla nascita di un forte accordo globale per affrontare il cambiamento climatico dopo il 2012, deve smettere di sottrarsi alle proprie responsabilità e impegnarsi per una reale riduzione delle emissioni in Europa” afferma Tina Tin, climatologa e autrice del rapporto in esame. “Il WWF si appella alla UE perché adotti un target di riduzione delle emissioni di almeno il 30% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, riduzione da realizzare entro i confini dell’Europa invece che affidandosi pesantemente alle compensazioni per i progetti all’estero. L’associazione chiede anche all’UE di impegnarsi nel fornire un supporto e un sostegno economico sostanziali ai paesi in via di sviluppo, per aiutarli ad affrontare il cambiamento climatico in atto e adattarsi agli impatti che già oggi sono inevitabili”.

Il cambiamento climatico è una sfida prioritaria per il futuro dell’umanità, e questa lucida panoramica evidenzia quanto sia cruciale che i ministri dell’Ambiente UE (che in questi giorni discutono le normative europee contro il cambiamento climatico) si impegnino per un “pacchetto clima ed energia” forte e decisivo, in grado di assicurarci un futuro a bassa emissione di CO2. Purtroppo alcune nazioni, tra le quali l’Italia (accidenti!), hanno già espresso la propria contrarietà a disposizioni troppo drastiche. Il presidente francese Sarkozy si sta invece battendo per l’approvazione di misure rapide e sostanziali per difendere ciò che rimane del nostro ambiente e per tentare di invertire la tendenza distruttiva in atto. Da parte mia non posso far altro che sperare che il buon Sarkò non venga lasciato troppo solo dagli altri leader europei (incluso il Nano Malefico!), altrimenti anche il summit di Copenhagen finirà sui libri di storia come l’ennesima buona occasione persa!

Insomma, i rapporti internazionali sul clima parlano chiaro. Il tempo delle incertezze è finito da un pezzo, ora servono decisioni rapide, concrete e coraggiose. E servono subito!

GuruKonK



Fonti: sito web di “La Repubblica” e di “La Stampa



Nell’immagine: dai colossi industriali UE e USA sono attese soluzioni concrete contro l’inquinamento e il riscaldamento globale.