domenica 9 dicembre 2007

Delitti esemplari (3.a parte)


Come ogni domenica, torna la rubrica “Delitti esemplari”. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno l’hanno apprezzata nelle edizioni precedenti. Come già vi avevo accennato, questi racconti di omicidi sono completamente disarmanti nella loro semplicità. Quando ci rendiamo conto che le motivazioni che spingono un essere umano a spegnere la vita di un suo simile, sono così ferocemente insignificanti, le nostre certezze vacillano inevitabilmente.

Vi ricordo ancora che “Delitti esemplari” è il titolo di un libricino (uso il diminutivo poiché si tratta di sole 70 pagine) scritto nel 1956 da uno scrittore spagnolo, poco conosciuto alle nostre latitudini: Max Aub. Si tratta di un ricco assortimento di “confessioni” di assassini, raccolte dall’autore nelle carceri che ha avuto occasione di visitare in più di venti anni, in Francia, Spagna e Messico.

Questo è un materiale di prima mano: trasferito direttamente dalla bocca degli assassini alla carta del mio taccuino, sfiorando appena l’orecchio. Confessioni senza storia: chiare, confuse o dirette, non hanno altro scopo che spiegare l’umano furore. Certamente mi furono fatte con una precisa intenzione, quella di riaccostarsi a Dio e sfuggire così il peccato. Gli uomini sono esattamente come furono creati, e volerli ritenere responsabili di ciò che, d’un tratto, li spinge ad uscire da se stessi è una pretesa che non condivido…”. Così Max Aub racconta l’opera in una prefazione breve ma molto efficace.

E’ necessario specificare di nuovo che solo 2 confessioni (delle circa 90 raccolte) provengono da malati di mente diagnosticati. Come specifica Aub nella sua prefazione, “gli alienati mentali si rivelarono subito piuttosto deludenti. Da loro mi aspettavo i racconti più interessanti ma non fu così. Forse perché è proprio dietro la cosiddetta ‘normalità’ che si nasconde la più atroce delle follie.”.

Come già vi avevo detto, credo di aver trovato un comune denominatore che lega tra loro questi racconti di morte. Infatti, tutti gli assassini sembrano aspettarsi che l’interlocutore capisca (e approvi) il loro macabro punto di vista. In altre parole, sono tutti convinti che il crimine commesso sia stato un atto comprensibile e, in qualche modo, persino inevitabile.

Ancora una volta, vi invito ad acquistare questa opera letteraria; l’edizione economica della Sellerio potrebbe essere un piccolo, ma gradito, regalo di Natale per i vostri amici. La mia speranza è ancora la stessa: forse, la comprensione di un omicidio, ci potrà aiutare a capire meglio l’oscura banalità del mondo in cui viviamo.

Ecco la terza serie di “Delitti esemplari”.

Delitto no. 11
Questo mi secca: che voi crediate che non mi fossi accorta del semaforo. Invece sì. Mi fermai, anche se nessuno può testimoniarlo. Io frenai, e l’auto si fermò. Subito dopo si accese il verde ed io proseguii. La guardia fischiò, e io non mi fermai perché non potevo certo pensare che fosse per me. Mi raggiunse subito con la sua motocicletta. Mi parlò in malo modo: ”Cosa crede, perché è donna, che il Codice della strada sia fatto solo per chi porta i pantaloni?”. Gli assicurai che allo stop mi ero fermata. Glielo dissi, glielo ripetei. E lui, che se volevo avrei potuto evitare la multa… Mi ribellai. La bugia era così evidente che mi fece ribollire il sangue. So bene che non voleva più di 2 pesos, 3 al massimo. Mi sta bene pagare una piccola tangente quando si è commessa un’infrazione, oppure se si cerca un favore. Ma in quel caso lui era in piena malafede. Io avevo rispettato i segnali! E poi il tono: siccome sapeva di aver torto era andato in bestia. Aveva visto una donna sola ed era sicuro di spuntarla. Io tenni duro. Ero decisa ad andare al Comando di Polizia e piantare una grana. Io ero passata con la luce verde! Mi guardò sornione, si piazzò davanti alla macchina e cominciò a prendere il numero di targa. Non so di preciso cosa successe, ma quell’uomo non aveva alcun diritto di fare quel che stava facendo: avevo ragione io! Furibonda misi in moto e partii di scatto…

Delitto no. 12
La squartai dal basso in alto, come una pecora, perché guardava indifferente il soffitto mentre faceva all’amore.

Delitto no. 13
Ancora un pochino”. Non potevo dire di no, e io non posso soffrire il riso. “Se non ne prende ancora un pochino dovrò pensare che non le piace”. Non ero in confidenza con quella famiglia. Dovevo assolutamente ottenere un favore, e c’ero quasi riuscito. Ma quel riso… “Ancora un po’!” continuava a dire, “un pochino ancora!”. Ero imbarazzato. Sentii che stavo per vomitare. Non c’era altro da fare, e lo feci. La povera signora restò con gli occhi sbarrati, per sempre.

Delitto no. 14
A voi non è mai venuta voglia di eliminare uno di quei venditori di biglietti della lotteria, quando diventano noiosi, insistenti, supplicanti? Io l’ho fatto, a nome di tutti!

Delitto no. 15
Erano tre anni che ci morivo dietro. Finalmente avevo un vestito nuovo. Un abito chiaro, come l’avevo sempre desiderato. Avevo risparmiato, lira su lira, e finalmente eccolo qua: con i suoi bei risvolti alla moda, i pantaloni ben stirati, gli orli non sfilacciati… E quell’omaccio grosso, sordo, schifoso, forse senza volere, lasciò cadere la cicca del suo sigaro e me lo bruciò. Gli fece un buco orrendo, nero, coi bordi color caffè. Gli infilzai la forchetta nella gola. Ci mise parecchio a morire.


Libri, idee regalo: Edizioni Sellerio (novità del mese)

sabato 8 dicembre 2007

Il Mystico Giudizio no. 2



Finalmente è arrivato il momento di pubblicare la seconda edizione de “Il Mystico Giudizio”, rubrica a cura di MysteXX. La scorsa settimana vi avevo anticipato che, questa pubblicazione periodica, non si sarebbe occupata unicamente dei cosiddetti “B-Movie”, ma che avrebbe dato spazio a pellicole di qualità. Oggi, invece, MysteXX è voluto addirittura andare oltre, presentandovi dei personaggi che, con il loro genio comico, hanno contribuito in modo evidente e spettacolare alla creazione del mito di Hollywood! Quindi bando alle chiacchiere, vi lascio con i meravigliosi, gli esilaranti e i commoventi “Marx Brothers”! GuruKonk

"Cinici e maleducati! Dannatamente irriverenti! Furbi, sciocchi e strafottenti! Bastardi! Casinisti da premio Nobel! Incredibilmente moderni nelle loro pellicole in bianco e nero. L’impressione, guardando un loro vecchio film, è un po’ come quando si ascolta la musica innovativa dei primi Pink Floyd, Weather Report o di altri musicisti precursori; ci si stupisce: “Incredibile quanto erano avanti questi qua!”. Già, è incredibile quanto ancora oggi risulti attuale la comicità nei film degli anni ’30 dei fratelli Marx. Nell’epoca delle torte in faccia e delle risate all’acqua di rose, i fratelli Marx si permettevano già di sfottere e strafottere chiunque senza guardare in faccia a nessuno, di creare situazioni allucinanti, di dare vita a fini giochi di parole, di esaltare gli assurdi, demolendo i canoni del politicamente corretto con situazioni grottesche a base di guizzi sessuali, istinti criminali e una costante, irresistibile pulsione per l’offesa e la presa in giro. Demenziali come oggi gli Zucker, impertinenti come oggi Sacha Baron Cohen, sagaci e sarcastici come (negli anni ’70) Woody Allen. Ma con decenni di anticipo su questi mostri della risata! I migliori comici contemporanei si sono ispirati a loro per un’infinità di battute e gag, che oggi rivediamo in molti film moderni magari senza sapere che all’origine di quelle trovate ci sono loro: i Marx Brothers. La gestualità, i movimenti e gli sguardi, in particolare di Groucho, hanno fatto scuola.

Groucho è il mattatore: ha una parlantina degna del più abile principe del foro. Si comporta da adorabile cafone, si loda e si imbroda. Della fine demenzialità dei fratelli Marx, Groucho è il maestro. Si presenta col suo sigaro e lo sguardo sopra le nuvole e non si vergogna di niente. Nutre poco rispetto del prossimo (mors tua vita mea!) e lo fa in modo sbragato, e non si trattiene certo! Non è diplomatico. E’ spietato con le ricche signore che in ogni film cerca di spremere per arricchirsi o per uscire dal vortice di debiti e truffe in cui si è puntualmente cacciato. Groucho comunque non si scomoda a ricorrere alla tattica del “sedotta e abbandonata”; non finge più di tanto di essere innamorato della sua vittima e se durante un tête à tête gli riesce qualche lusinga, subito dopo recupera con una sequenza di cattiverie belle toste. Non sono poche le allusioni sessuali che sbatte in faccia a donne sobrie, timorate di Dio, borghesi fino al midollo, pronte a scandalizzarsi per meno, molto meno di quanto Groucho le costringe a sopportare. Groucho riesce ad avere i favori di una ricca aristocratica mentre la paragona a della carne di cavallo avariata che mai e poi mai si porterebbe a letto ma che sposerebbe volentieri per accedere al suo patrimonio. Lo pensa, glielo dice e comunque alla fine si fa volere bene.

Harpo è quello che non parla mai: la sua comicità è fisica e segue ampiamente la tradizione dei clown circensi. Chico gioca con le parole ed è la spalla degli altri due matti: un assist-man di lusso per le trovate di Groucho e Harpo. Harpo si chiama così perché suona l’arpa. Infatti nei loro film non mancano mai momenti musicali che, se oggigiorno sembrano tutto sommato evitabili perché passati di moda, negli anni ’30 costituivano un importante tassello nel complesso del film. Dopo una ventina di minuti di follia pura si addolciva la trama per un attimo concedendo spazio alle emozioni di un momento musicale. In quei siparietti emerge il talento che i Marx possedevano anche a livello musicale. All’epoca un artista doveva esserlo a 360 gradi (pensate a Charlie Chaplin) e non bastava avere un bel visino per fare cinema (pensate qui invece, sigh, all’orda di attori-fotomodelli tanto carini e poco più…). Era necessario sapersi muovere, saper cantare o ballare o suonare. Harpo incantava col suo strumento. Chico era un abile pianista. Groucho… beh, cantava, sì, ma tendenzialmente sempre facendo il matto… Meno influenti (la loro presenza è discontinua, se non marginale) gli altri due fratelli: Zeppo e Gummo.

Insomma, siamo di fronte ad una delle realtà comiche più brillanti di Hollywood. Una realtà che non dovrebbe essere ignorata dagli amanti di film quali “Pallottola spuntata”, “Scary Movie”, “Ali G in da house” o anche (perché no?) “Paura e delirio a Las Vegas”, che non è un film comico ma è grottesco e allucinato in un modo che ricorda le prodezze dei Marx; o ancora i primi Woody Allen, film quest’ultimi di cui vi parleremo prossimamente. I fratelli Marx: un mix di fine demenzialità e sarcastica intelligenza. Il vostro Mystexx pochi giorni fa si è goduto con GuruKonkTre pazzi a zonzo” ma se non avete mai visto un film dei fratelli Marx, vi suggerisco di partire da questi: “Una notte all’opera”, “Animal Crackers”, “La guerra lampo dei fratelli Marx”."

MysteXX


Link utili a chi volesse saperne di più sui geniali Marx Brothers:

- Pagina di wikipedia sui Marx Bros.
- Battute e aforismi su "La parola giusta"
- Biografia di Groucho, di Chico, di Harpo e di Zeppo

Nell'immagine: Groucho Marx

venerdì 7 dicembre 2007

La città delle donne fantasma


Ciudad Juárez (o solo Juárez, per i suoi abitanti) è una popolosa città messicana dello stato di Chihuahua. Dal punto di vista geografico si trova al nord del Paese, addossata al confine con il Texas. Questa sua posizione l’ha trasformata in una sorta di grande bordello per i giovani americani, anche grazie al fatto che avere 18 anni d’età è l’unico requisito necessario per essere ammessi in qualsiasi “strip bar” del territorio e poter consumare alcolici. Ma non è certo questa la ragione che ha fatto balzare questa città, immersa nel deserto messicano, agli “onori” della cronaca.

Ciudad Juárez costituisce un caso grave e insolito di violenza contro le donne. Sono già più di 430 le donne assassinate e oltre 600 quelle scomparse dal 1993. Le vittime sono quasi tutte giovani (di età compresa tra i 15 e i 25 anni), carine, magre e con lunghi capelli neri. Tutte provenivano da famiglie povere e molte tra loro non erano neppure originarie di Juárez. Alla ricerca di migliori condizioni di vita, vi erano arrivate per lavorare come operaie nelle numerose fabbriche cittadine che, in subappalto, assemblano prodotti per l'esportazione verso gli USA. Altre erano impiegate, domestiche, studentesse, commesse o segretarie.

Nella maggior parte dei casi, i corpi ritrovati portano le tracce delle estreme violenze subite: stupro, morsi ai seni, segni di strangolamento, pugnalate, crani fracassati. Spesso il viso appare massacrato e irriconoscibile mentre il corpo, in alcuni casi, si presenta bruciato in varie parti. Alcuni cadaveri sono stati ritrovati nei quartieri del centro cittadino, altri abbandonati nei fossati, tra terreni incolti in mezzo al deserto e, solo raramente, sepolti in modo approssimativo e frettoloso. Il “modus operandi” degli assassini riprende quello dei serial killer: tutte le donne sono state uccise in luoghi diversi da quello in cui è stato rinvenuto il loro cadavere, a volte dopo esser state sequestrate per intere settimane, e la tipologia delle sevizie è sempre la stessa.

Prima del 2001, i cadaveri delle vittime violentate e strangolate venivano sempre ritrovati, ma da quando le inchieste si sono moltiplicate, i corpi hanno cominciato a scomparire nel nulla. Le associazioni locali e internazionali hanno calcolato che le donne scomparse sono ormai più di 600, oltre naturalmente ai più di 430 cadaveri già ritrovati.

Far scomparire i corpi delle donne assassinate è diventata una specialità della criminalità locale. Il sistema abituale si chiama “lechada”, un liquido corrosivo composto di calce viva e di acidi, che scioglie rapidamente la carne e le ossa senza lasciare traccia. “Nessuna traccia”, è la parola d'ordine. Ridurre al nulla, cancellare, far scomparire completamente, sono le parole chiave.

Per tutte le donne, Ciudad Juárez è diventato il luogo più pericoloso del mondo. Da nessuna parte, neppure negli Stati uniti dove pure i serial killer non mancano, le donne sono così gravemente minacciate.

L’industria cinematografica di Hollywood non ha tardato ad accorgersi di questa atroce storia di violenza. Il film “Bordertown”, con Jennifer Lopez e Antonio Banderas, tratta proprio l’oscura vicenda delle donne di Ciudad Juárez. Il regista Gregory Nava racconta spesso delle difficoltà create dalla polizia locale durante le riprese effettuate in città. “I poliziotti sembravano parecchio infastiditi e preoccupati del fatto che, alcuni membri della troupe cinematografica, si volessero informare sulla vicenda da alcuni giornalisti del luogo. Personalmente posso solo dire che le autorità locali sono state più un ostacolo che un aiuto, e che minacce e intimidazioni non sono mancate durante le riprese”, afferma Nava sul sito della produzione.

Le inchieste della polizia locale, una delle più corrotte del paese, non hanno portato a nessun risultato concreto. Dal 2001 le indagini sono state affidate alle squadre investigative federali che, almeno sulla carta, sembrano offrire maggiore serietà rispetto ai loro colleghi di Juarez. Purtroppo però, la soluzione di questa drammatica vicenda di sangue e di segreti, sembra ancora terribilmente lontana.

E le ragazze di Ciudad Juarez continuano a morire.


Per saperne di più visitare il sito di "Il Paese delle donne"

giovedì 6 dicembre 2007

L'anima in catene


La scorsa settimana avevo dedicato l’edizione di “Cosa bolle il Rete?” alle realtà carcerarie nel mondo. In quella occasione avevo avuto modo di citare, anche se solo marginalmente, l’esperienza di “Ristretti Orizzonti”. Si tratta di un’operazione culturale, partita dai detenuti della Casa di Reclusione di Padova e dalle detenute del Centro di Pena Femminile della Giudecca, che si pone l’ambizioso obiettivo di far ritrovare a questi individui il gusto della vita e della legalità, il tutto attraverso la comunicazione e l’espressione artistica. Ma non è questa l’unica iniziativa degna di nota.

Infatti, più la nostra società sembra ignorare il carcere, più cresce "dentro" la voglia di farsi sentire, di impedire di essere cancellati. E così, anche dalle piccole carceri dell’Italia del sud, escono nuove voci, nuovi giornali: come a Lauro, in provincia di Avellino, dove è nata "Anagramma", una rivista che il suo coordinatore, Beppe Battaglia, così definisce: "Una socialità smarrita che va cercandosi, una scuola che non richiede e non conferisce titoli, un cantiere terapeutico, una fornace ribollente che informa di sé, un progetto teso a riannodare i fili soppressi…".

Da “Anagramma” pubblico la testimonianza di un detenuto, dedicata a un tema particolarmente doloroso, quello degli affetti devastati dal carcere, dei sensi di colpa di un figlio nei confronti del padre, della morte che in galera è, se possibile, ancora più dolorosa.

GuruKonk


Lettera ad un padre che non c’è più

“Ciao! Oppure debbo dire "uè stò quà" com’era mia consuetudine, per stabilire il contatto. Te ne sei andato, senza neppure salutarmi.

Ti ricordi, mi dicesti in agonia, a cavallo del trapasso: "Domani dovrai essere tu ad accompagnarmi al comune". Ed io, seduto al tuo capezzale, ascoltavo quelle tue frasi sconnesse. Ma la presenza delle guardie violentarono quel momento intimo; come quando si violenta un neonato, e per tantissimi anni ho vissuto in quel dolore e disprezzo per tutto ciò che violenta. Hai spirato solo dopo che mi hai visto. Avrei voluto piangere, singhiozzare e, perché no, andar fuori di testa! Scusami, perdonami non ne sono stato capace; pensavo che, se mi fossi agitato, avresti sentito il tintinnio delle catene che portavo dentro la mia anima.

Lo sai, sono stato "negativo" dalla nascita, nonostante i tuoi insegnamenti, e adesso mi confesso con la speranza di esorcizzare il sonno perché ti sogno spesso. Ma non ti fai mai vedere, vedo tutti i nostri cari, a volte ci parlo pure, ma tu non ti fai vedere! Quale il motivo? Quali sono i tuoi rancori verso me?

L’altra notte ti ho sognato, un sogno che ho vissuto nella realtà. Ti ricordi, riuscisti ad intrufolarti dove era permesso solo ai miei simili. Riuscisti a sentire il nostro motto: “rincorrere i nemici e abbatterli”. Mi guardasti, ti scesero le lacrime e te ne andasti. Perché l’altra notte non ti sei fatto vedere? Ho scavato dentro me, per capire il perché non ti fai vedere, ma non ho trovato niente per giustificare il tuo comportamento.

Aiutami, ti prego, è indispensabile in questa fase della mia vita; è importante avere il tuo consenso; tu sai che è nella mia indole mandare alla malora chi non è d’accordo con me. Sarei capace di mandare alla malora anche Dio, ma sia tu che lui, attualmente, mi servite! Ho bisogno di te e di lui, mi servono le vostre benedizioni, i vostri perdoni, perché mi trovo su un sentiero a me sconosciuto, quello "positivo". Se la partenza sarà handicappata, l’arrivo non ci sarà.
Ti ricordi quando ti dissi che non riuscivo più a piangere? Questa cosa mi faceva male. Avevo bisogno di sfogarmi, ma tu prendesti questa cosa ancora come una malattia. Ricorderò sempre il medico che mi portasti a casa.

Questo è il motivo principale del mio messaggio... ! Sta cambiando qualcosa dentro di me e sono sicuro che fra non molto ci riuscirò. Credimi le prime lacrime le dedicherò a te, perché tu, solo tu, sarai l’artefice di questo miracolo!

Ciao, ti vorrò sempre più bene!”


Grazie a “Ristretti Orizzonti” e “Anagramma” per il prezioso materiale.

mercoledì 5 dicembre 2007

Cosa bolle in Rete? Ed. 4/07


Hanno già superato la fatidica soglia degli “anta” da alcuni anni: c'è chi di anni ne ha sessanta, chi settanta; molti di questi, giunti al termine della loro vita professionale e che per la società sono semplici pensionati, grazie alla Rete stanno tornando alla carica. A gran voce. E si stanno facendo largo in un mondo, quello di Internet, da sempre appannaggio delle giovani generazioni.

In questi ultimi tempi qualcuno ha infatti iniziato ad accorgersi della presenza in Rete dei cosiddetti "silver surfers" (internauti dai capelli brizzolati) o altrimenti chiamati anche "gray googlers", utenti di Google dalla chioma grigia. Da una indagine a livello europeo è emerso che le frequentazioni dei forum da parte dei "silver surfers" dal 2005 è cresciuta del 113% e che il 18% visita i siti di sociale networking. Funziona bene anche l’utilizzo di software telefonici, infatti il 14% telefona regolarmente attraverso Internet.

Migliaia di internauti pensionati hanno infatti deciso di cercare in Internet una qualche forma di attività che li faccia sentire vitali e appagati. La Rete, a fronte di questa “invasione” pacifica, non poteva fare altro che organizzare degli spazi dedicati a questo genere di utenti, un tempo erroneamente snobbati o ignorati, perché troppo anziani per uno strumento all'avanguardia come Internet.


I link della settimana: la rete dei Silver Surfers

Silver surfer organization
Qui si può trovare tutto quanto è utile a persone non più giovanissime, che navigano regolarmente, si tengono aggiornate, amano entrare in contatto con gli altri per uno scambio di opinioni e che non disdegnano nè il commercio elettronico nè il gioco online.
http://www.silversurfer.org.uk/ e http://www.silversurfers.net/

Identikit dei Silver Surfers
I silver surfer confermano le tendenze generali: i siti di viaggi e vacanze sono i più frequentati, il 47% ha acquistato online biglietti di viaggio e il 32% ha acquistato un'intera vacanza... Il 38% fa uso di siti di confronto prezzi e il 74% ha effettuato un acquisto online in un periodo di sei mesi.
Link: Comma 3 (web agency)

Per gli ultracinquantenni
È stato provato recentemente che un terzo degli utenti online, almeno in Gran Bretagna, è composto da persone con più di 50 anni. Lo dimostra Saga Zone, che apre i battenti online e dopo 4 mesi di funzionamento di prova e che conta già oltre 13mila utenti registrati, che si possono incontrare e rincontrare sul sito.
http://www2.saga.co.uk/sagazone

La carica dei baby boomers
Oltre che "silver surfers" e "gray googlers", gli utenti più o meno attempati della Rete vengono chiamati anche "baby boomer". Con questo termine si intendono quelle persone che pur avendo sessanta anni o giù di lì, perché nati nel periodo del "baby boom", non si sono certo lasciati sfuggire, per mere questioni anagrafiche, le opportunità offerte dalla Rete.
Link: wikipedia sui baby boomers


Liberamente ispirato da “Una Rete dai capelli sempre più grigi” di S.Finozzi

martedì 4 dicembre 2007

Quel testimone è un papero!


Negli ultimi anni molti magistrati sono stati accusati di manie di protagonismo. Ogni volta che al centro di una inchiesta vi era un personaggio pubblico si è spesso ventilata l’ipotesi che il Pubblico Ministero fosse mosso dal desiderio di salire egli stesso agli onori della cronaca. Il caso di cui vi voglio parlare oggi è però molto diverso. Infatti nessun membro del cosiddetto “Jet Set”, questa volta, è finito tra le maglie della giustizia. E sono pure certo che il magistrato in questione avrebbe fatto volentieri a meno di questa “visibilità”.

L’accusato è un cittadino cinese, che tentava di arricchirsi con la contraffazione di prodotti per bambini a marchio Disney. Fin qui non c’è nulla di speciale, non passa giorno che le autorità doganali o la Guardia di Finanza non siano costrette a sequestrare beni contraffatti con il marchio CE (in questo caso “China Export”, visto che neppure i marchi europei sono al sicuro dalle imitazioni).

Vi starete chiedendo quale sia la notizia. Vi accontento subito. La Procura della Repubblica ha pensato bene di convocare come testimoni la signorina Paperina e i signori Topolino, Paperino e Titti! Avete capito bene, i noti personaggi Disney sono stati fatti oggetto di “regolare” notifica giudiziaria.

C’è da chiedersi quando la giustizia riuscirà a mettere le mani sul pericoloso “Gamba Di Legno” e sull’astuta Banda Bassotti. Questi solerti investigatori potrebbero pure richiedere l’aiuto dell’ispettore Zenigata! Naturalmente solo nel caso in cui Ginko non sia disponibile.

La cosa stupefacente non è tanto l’errore in sé della cancelleria, dato che errori possono sempre accadere, ma il fatto che la burocrazia italiana sia talmente farraginosa che nessuno abbia fermato l’atto, consentendogli di percorrere l’iter completo. Non deve quindi sorprendere che, secondo alcune statistiche, in Italia il 34% dei processi subisca ritardi (o peggio) a causa di difetti nella notifica, come probabilmente accadrà al procedimento di cui stiamo parlando, visto che non sono stati convocati i rappresentanti legali dell’azienda danneggiata ma i… personaggi contraffatti.

La burocrazia, come detto in precedenza, è spesso lenta e implacabile ma questa esilarante notifica ha raggiunto regolarmente gli attoniti ed esterrefatti avvocati della Disney Italia, i quali non hanno potuto fare altro che rispedire al mittente la richiesta. Chissà, forse per capire come siano andate veramente le cose i protagonisti della vicenda decideranno di affidare le indagini al commissario Basettoni

Aspetto con ansia i vostri commenti!

lunedì 3 dicembre 2007

La violenza dell'anoressia


Chi di voi non ha ancora notato la sconvolgente testimonial dell’operazione “No Anorexia” di NoLita? Quasi nessuno, credo. In effetti i cartelloni pubblicitari di questa campagna si possono vedere un po’ ovunque, e di certo non passano inosservati. In molti hanno duramente criticato questa scelta; tuttavia, se lo scopo principe di tutta l’iniziativa era far discutere l’opinione pubblica, credo che l’obiettivo possa ben dirsi raggiunto.

E’ malata, quella ragazza, e ci guarda chiedendoci qualcosa, imponendoci la sua presenza e il suo dolore esibito. La sua è una malattia psichica che si è rapidamente impossessata del corpo, svuotandolo ogni giorno di più. Si chiama Isabelle Caro, ha 27 anni ed è francese. E’ alta 165 centimetri, pesa 31 chilogrammi (una pazzia per una donna adulta!) e ha fornito il proprio corpo scheletrico per pubblicizzare la casa di moda NoLita, che fa della lotta all’anoressia il proprio biglietto da visita.

Grandi manifesti, pagine di riviste e quotidiani mostrano la sua immagine con la scritta “No Anorexia”. Naturalmente, il fotografo dietro questa operazione non poteva che essere Oliviero Toscani, già in passato autore di campagne shock che hanno scatenato furiosi dibatti su razzismo, AIDS, guerra e omosessualità. Anche questa volta il suo messaggio, così diretto e violento, ha sollevato un gran polverone. C’è chi l’accusa di strumentalizzare un problema drammatico per promuovere un marchio commerciale. Altri, invece, insinuano il fatto che il messaggio potrebbe assecondare chi soffre d’anoressia, che troverebbe in questa esibizione uno stimolo gratificante. Non mancano però anche i pareri positivi. Infatti, c’è chi afferma che questa campagna sia in grado di stimolare una sensibilità sociale sulla malattia e, nello stesso tempo, mostrare la sofferenza che questo male produce su di una giovane donna.

L’anoressia è un disturbo mentale assai complicato. Non si vuole dimagrire all’estremo per fare le modelle o per avere successo, per essere conformi alle aspettative estetiche. No, diventare pelle e ossa è anzi una strategia inconscia per rifiutare il mondo, la sessualità e, a volte, una madre ingombrante. Ritornando alla nostra immagine però, ci possiamo trovare davanti ad altre strade e ad altre interpretazioni.

C’è proprio da chiedersi che valore abbiano ancora le cosiddette “icone” nel nostro mondo. Noi oramai possiamo vedere di tutto, standocene tranquillamente seduti in casa: morte, miseria, donne provocanti, idioti di successo, bambini denutriti, disastri ambientali, serial killer dall’aspetto innocuo e impuniti ladroni di stato. Finiamo per abituarci e ad assuefarci a tutto. Ma, proprio per questa ragione, mi chiedo se campagne come questa, così cariche di atroce durezza, non siano quasi una necessità fisiologica per non farsi invischiare l’anima nel torpore generale che ci circonda.


Ispirato da “Santa Ikona, aiutaci tu” di P.Selva, immagine tratta da www.rai.it


Siti utili:

Anoressia e bulimia, un aiuto amichevole

ABA (Associazione sullo studio dei disordini alimentari)

Disturbi alimentari (un aiuto dalla psicoterapia)

domenica 2 dicembre 2007

Delitti esemplari (2.a parte)


Torna la rubrica “Delitti esemplari”. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno apprezzato la prima parte, che ho pubblicato una settimana fa. Come già vi avevo accennato in quella occasione, questi racconti di omicidi sono completamente disarmanti nella loro semplicità. Quando ci rendiamo conto che, le motivazioni che spingono un essere umano a spegnere la vita di un suo simile, sono ferocemente insignificanti, le nostre certezze vacillano inevitabilmente.

Vi ricordo che “Delitti esemplari” è il titolo di un libricino (uso il diminutivo poiché si tratta di sole 70 pagine) scritto nel 1956 da uno scrittore spagnolo, poco conosciuto alle nostre latitudini: Max Aub. Si tratta di un ricco assortimento di “confessioni” di assassini, raccolte dall’autore nelle carceri che ha avuto occasione di visitare in più di venti anni, in Francia, Spagna e Messico.

Questo è un materiale di prima mano: trasferito direttamente dalla bocca degli assassini alla carta del mio taccuino, sfiorando appena l’orecchio. Confessioni senza storia: chiare, confuse o dirette, non hanno altro scopo che spiegare l’umano furore. Certamente mi furono fatte con una precisa intenzione, quella di riaccostarsi a Dio e sfuggire così il peccato. Gli uomini sono esattamente come furono creati, e volerli ritenere responsabili di ciò che, d’un tratto, li spinge ad uscire da se stessi è una pretesa che non condivido…”. Così Max Aub racconta l’opera in una prefazione breve ma molto efficace.

E’ necessario specificare che solo 2 confessioni (delle circa 90 raccolte) provengono da malati di mente diagnosticati. Come specifica Aub nella sua prefazione, “gli alienati mentali si rivelarono subito piuttosto deludenti. Da loro mi aspettavo i racconti più interessanti ma non fu così. Forse perché è proprio dietro la cosiddetta ‘normalità’ che si nasconde la più atroce delle follie .”.

Personalmente vi posso dire che, tra tutti questi racconti di morte, ho trovato un comune denominatore: tutti gli assassini si aspettano che l’interlocutore capisca (e approvi) il loro punto di vista. In altre parole, sono tutti convinti che il crimine commesso sia stato un atto comprensibile e quasi inevitabile.

Vi invito ad acquistare questa opera letteraria; l’edizione economica della Sellerio potrebbe essere un piccolo, ma gradito, regalo di Natale per i vostri amici. La mia speranza è semplice: forse, la comprensione di un omicidio, ci potrà aiutare a capire meglio l’oscura banalità del mondo in cui viviamo.

Ecco la seconda serie di “Delitti esemplari”.

Delitto no. 6
Si puliva i denti come se non sapesse far altro. Lasciava il suo stecchino al lato del piatto per riprendere a stuzzicarseli appena finito di masticare. Ore e ore, dall’alto in basso, da destra a sinistra, da avanti a dietro, da dietro ad avanti. Sollevando il labbro superiore, come un coniglio, mostrando (uno dopo l’altro) gli incisivi giallastri; abbassando il labbro inferiore fino alla gengiva corrosa; finché gli sanguinò, solo un poco. Gli trasformai lo stuzzicadenti in baionetta, conficcandoglielo fino alle nocche, prima di aprirgli la gola con il coltello da bistecca.

Delitto no. 7
Si strozzò fino al giorno del giudizio universale. Non ho avuto timore di guardarlo in faccia. Il suo porcume mi spronò all’ardimento!

Delitto no. 8
Faccio il barbiere. Può capitare a chiunque. Oso persino dire che sono un buon barbiere. Ognuno ha le sue manie: a me danno fastidio i brufoli.
Capitò così: mi accinsi a radere tranquillamente, insaponai con destrezza, affilai il rasoio sulla cinghia, lo addolcii sul palmo della mano. Io sono un buon barbiere. Non ho mai scorticato nessuno! Inoltre quell’uomo non aveva neppure una barba molto fitta. Però aveva i brufoli. Riconosco che quel foruncoletto non aveva niente di particolare. Ma a me danno fastidio; mi danno ai nervi, mi rimescolano il sangue. Urtai il primo senza alcun inconveniente: il secondo sanguinò alla base. Non so che mi accadde a quel punto, ma credo che fu una cosa naturale: allargai la ferita e poi, senza poterci far nulla, con una rasoiata gli tagliai la testa.

Delitto no. 9
Lo uccisi perché ero sicuro che nessuno mi vedeva.

Delitto no. 10
Cominciò a mescolare il caffelatte col cucchiaino. Il liquido arrivava fino all’orlo, sollevato dall’azione violenta dell’utensile in alluminio. Il bicchiere era ordinario, il bar scadente, il cucchiaino opaco e consumato dall’uso. Si udiva il rumore del metallo contro il vetro. Tin, tin, tin, tin. E il caffelatte girava e rigirava, con un gorgo nel mezzo. Un Maelstrom. Io ero seduto di fronte. Il bar era affollato. L’uomo continuava a girare e rigirare, immobile e sorridente, e mi guardava. Qualcosa mi si rivoltava dentro. Lo guardai in un modo tale che si sentì in obbligo di giustificarsi:”Lo zucchero non si è ancora sciolto”… Per dimostrarmelo dette dei colpetti sul fondo del bicchiere. Subito riprese con rinnovata energia a mescolare metodicamente il beveraggio. Gira e rigira, senza fermarsi mai, e il rumore del cucchiaino sul bordo del vetro. Tan, tan, tan. Di seguito, di seguito, senza posa, eternamente. Gira, e gira, e gira, e rigira… Mi guardò sorridente. Fu allora che estrassi la pistola e sparai.

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Nell'immagine Max Aub (foto tratta da clio.rediris.es)

sabato 1 dicembre 2007

Il Mystico Giudizio no. 1

Come vi avevo anticipato, oggi ha inizio una nuova rubrica a cura di un mio carissimo amico, che imparerete a conoscere con il nome di MysteXX. Questa iniziativa si propone di recensire i molti film che noi due guardiamo nelle numerose serate che passiamo insieme. MysteXX tratterà molti dei cosiddetti B-Movie (come in questo caso) ma si occuperà anche di parecchi film di qualità. Non mi resta che salutarvi e lasciarvi alla recensione di “House of the dead 2”.

"Non mi importa se il titolo di questo film varia sorprendentemente a seconda dei titoli di testa o di coda (“Severed” nel trailer, “House of the dead 2” nella sigla d’apertura). Ciò che conta è che l’altra sera con GuruKonk ho visto molto sangue. Molti alberi e molto sangue. Ho visto gli zombie con le facce verdognole e/o gialline regnare truci per qualche giorno nei boschi di un’isola dannata. Verdastri però solo le facce, dal collo in su; il resto del corpo aveva il colore degli… attori. Ebbene, anche in questo film la tradizione è stata rispettata: gli zombie erano completamente rincoglioniti! Anche questi erano zombie poco atletici, come sempre. Ma come al solito li ho visti uccidere… Li ho visti letali seppur lenti, goffi, rintronati e portati all’auto-eliminazione (ad esempio inciampando nelle motoseghe oppure restando incastrati con un piede in qualche radice, un classico esempio di acume da zombie, come suggerisce lo “zombologoGuruKonk

Già, come al solito li ho visti uccidere… Di nuovo sono stati fatali per il gruppetto di agili e svegli esseri umani, destinati dalla trama a trascorrere il film in compagnia di questi poveri morti-viventi… E pensare che il protagonista nella vita voleva solo fare il pilota d’aereo, mentre è stato costretto dal padre (capitano d’industria) a recarsi sull’isola (in nave!) per motivi aziendali… Ma dai! Non si fa così, babbino caro! Insomma, gli zombie non possono competere in niente con gli esseri umani, con la loro reattività, intelligenza, con le loro armi, automobili e taniche di benzina. Ma anche in questo film gli zombie hanno vinto diverse battaglie, stravolgendo ogni razionale pronostico. Ehi, nei film sugli zombie vincono i più deboli! Hanno ucciso e massacrato e masticato carne fino alla fine della festa! Anche in questo film gli zombie hanno terrorizzato tutti! Magari l’essere umano avesse la fortuna di dover combattere anche nella realtà con simili minacce! Magari l’unico problema su questo pianeta fosse quel branco di deficienti degli zombie! Per scappare dagli zombie basta camminare tranquillamente, se possibile senza inciampare più di una o due volte, come suggerisce sempre il nostro GuruKonk. Né più né meno. Giusto due passi rilassati per sgranchirsi un po’ le gambe sarebbero sufficienti per sfuggire ai loro penosi tentativi di rincorrerci e sbranarci. E così, passeggiando in tutta serenità, si potrebbe pensare almeno a una dozzina di metodi per ucciderli o anche solo per mettersi definitivamente al riparo dal loro flemmatico attacco… Brrr, gli zombie!!!

Interessante comunque il pretesto scelto dai creatori di questa pellicola per giustificare l’epidemia che comporta la trasformazione di alcuni sfigati in zombie. Ebbene, la diagnosi parla di… beh, vagamente di errori di ingegneria genetica, ma nel dettaglio? Nel dettaglio non lo dico, per non rovinare la sorpresa a tutti quelli che ora sentono un’irrefrenabile voglia di correre a procurarsi una copia di questo film. Film che per tutto il tempo si avvalora di un fastidioso effetto di invecchiamento della pellicola… In definitiva: un ottimo schifo di film, grazie GuruKonk per avermi permesso di guardarlo con te! Questa volta almeno non ci siamo addormentati dopo un’ora; è un fatto anche questo… "

Grazie a tutti! Alla prossima edizione de “Il Mystico Giudizio”.

MysteXX

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Immagine tratta da lostige.wordpress.com