
Come ogni domenica, torna la rubrica “Delitti esemplari”. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno l’hanno apprezzata nelle edizioni precedenti. Come già vi avevo accennato, questi racconti di omicidi sono completamente disarmanti nella loro semplicità. Quando ci rendiamo conto che le motivazioni che spingono un essere umano a spegnere la vita di un suo simile, sono così ferocemente insignificanti, le nostre certezze vacillano inevitabilmente.
Vi ricordo ancora che “Delitti esemplari” è il titolo di un libricino (uso il diminutivo poiché si tratta di sole 70 pagine) scritto nel 1956 da uno scrittore spagnolo, poco conosciuto alle nostre latitudini: Max Aub. Si tratta di un ricco assortimento di “confessioni” di assassini, raccolte dall’autore nelle carceri che ha avuto occasione di visitare in più di venti anni, in Francia, Spagna e Messico.
“Questo è un materiale di prima mano: trasferito direttamente dalla bocca degli assassini alla carta del mio taccuino, sfiorando appena l’orecchio. Confessioni senza storia: chiare, confuse o dirette, non hanno altro scopo che spiegare l’umano furore. Certamente mi furono fatte con una precisa intenzione, quella di riaccostarsi a Dio e sfuggire così il peccato. Gli uomini sono esattamente come furono creati, e volerli ritenere responsabili di ciò che, d’un tratto, li spinge ad uscire da se stessi è una pretesa che non condivido…”. Così Max Aub racconta l’opera in una prefazione breve ma molto efficace.
E’ necessario specificare di nuovo che solo 2 confessioni (delle circa 90 raccolte) provengono da malati di mente diagnosticati. Come specifica Aub nella sua prefazione, “gli alienati mentali si rivelarono subito piuttosto deludenti. Da loro mi aspettavo i racconti più interessanti ma non fu così. Forse perché è proprio dietro la cosiddetta ‘normalità’ che si nasconde la più atroce delle follie.”.
Come già vi avevo detto, credo di aver trovato un comune denominatore che lega tra loro questi racconti di morte. Infatti, tutti gli assassini sembrano aspettarsi che l’interlocutore capisca (e approvi) il loro macabro punto di vista. In altre parole, sono tutti convinti che il crimine commesso sia stato un atto comprensibile e, in qualche modo, persino inevitabile.
Ancora una volta, vi invito ad acquistare questa opera letteraria; l’edizione economica della Sellerio potrebbe essere un piccolo, ma gradito, regalo di Natale per i vostri amici. La mia speranza è ancora la stessa: forse, la comprensione di un omicidio, ci potrà aiutare a capire meglio l’oscura banalità del mondo in cui viviamo.
Ecco la terza serie di “Delitti esemplari”.
Delitto no. 11
Questo mi secca: che voi crediate che non mi fossi accorta del semaforo. Invece sì. Mi fermai, anche se nessuno può testimoniarlo. Io frenai, e l’auto si fermò. Subito dopo si accese il verde ed io proseguii. La guardia fischiò, e io non mi fermai perché non potevo certo pensare che fosse per me. Mi raggiunse subito con la sua motocicletta. Mi parlò in malo modo: ”Cosa crede, perché è donna, che il Codice della strada sia fatto solo per chi porta i pantaloni?”. Gli assicurai che allo stop mi ero fermata. Glielo dissi, glielo ripetei. E lui, che se volevo avrei potuto evitare la multa… Mi ribellai. La bugia era così evidente che mi fece ribollire il sangue. So bene che non voleva più di 2 pesos, 3 al massimo. Mi sta bene pagare una piccola tangente quando si è commessa un’infrazione, oppure se si cerca un favore. Ma in quel caso lui era in piena malafede. Io avevo rispettato i segnali! E poi il tono: siccome sapeva di aver torto era andato in bestia. Aveva visto una donna sola ed era sicuro di spuntarla. Io tenni duro. Ero decisa ad andare al Comando di Polizia e piantare una grana. Io ero passata con la luce verde! Mi guardò sornione, si piazzò davanti alla macchina e cominciò a prendere il numero di targa. Non so di preciso cosa successe, ma quell’uomo non aveva alcun diritto di fare quel che stava facendo: avevo ragione io! Furibonda misi in moto e partii di scatto…
Delitto no. 12
La squartai dal basso in alto, come una pecora, perché guardava indifferente il soffitto mentre faceva all’amore.
Delitto no. 13
“Ancora un pochino”. Non potevo dire di no, e io non posso soffrire il riso. “Se non ne prende ancora un pochino dovrò pensare che non le piace”. Non ero in confidenza con quella famiglia. Dovevo assolutamente ottenere un favore, e c’ero quasi riuscito. Ma quel riso… “Ancora un po’!” continuava a dire, “un pochino ancora!”. Ero imbarazzato. Sentii che stavo per vomitare. Non c’era altro da fare, e lo feci. La povera signora restò con gli occhi sbarrati, per sempre.
Delitto no. 14
A voi non è mai venuta voglia di eliminare uno di quei venditori di biglietti della lotteria, quando diventano noiosi, insistenti, supplicanti? Io l’ho fatto, a nome di tutti!
Delitto no. 15
Erano tre anni che ci morivo dietro. Finalmente avevo un vestito nuovo. Un abito chiaro, come l’avevo sempre desiderato. Avevo risparmiato, lira su lira, e finalmente eccolo qua: con i suoi bei risvolti alla moda, i pantaloni ben stirati, gli orli non sfilacciati… E quell’omaccio grosso, sordo, schifoso, forse senza volere, lasciò cadere la cicca del suo sigaro e me lo bruciò. Gli fece un buco orrendo, nero, coi bordi color caffè. Gli infilzai la forchetta nella gola. Ci mise parecchio a morire.
Vi ricordo ancora che “Delitti esemplari” è il titolo di un libricino (uso il diminutivo poiché si tratta di sole 70 pagine) scritto nel 1956 da uno scrittore spagnolo, poco conosciuto alle nostre latitudini: Max Aub. Si tratta di un ricco assortimento di “confessioni” di assassini, raccolte dall’autore nelle carceri che ha avuto occasione di visitare in più di venti anni, in Francia, Spagna e Messico.
“Questo è un materiale di prima mano: trasferito direttamente dalla bocca degli assassini alla carta del mio taccuino, sfiorando appena l’orecchio. Confessioni senza storia: chiare, confuse o dirette, non hanno altro scopo che spiegare l’umano furore. Certamente mi furono fatte con una precisa intenzione, quella di riaccostarsi a Dio e sfuggire così il peccato. Gli uomini sono esattamente come furono creati, e volerli ritenere responsabili di ciò che, d’un tratto, li spinge ad uscire da se stessi è una pretesa che non condivido…”. Così Max Aub racconta l’opera in una prefazione breve ma molto efficace.
E’ necessario specificare di nuovo che solo 2 confessioni (delle circa 90 raccolte) provengono da malati di mente diagnosticati. Come specifica Aub nella sua prefazione, “gli alienati mentali si rivelarono subito piuttosto deludenti. Da loro mi aspettavo i racconti più interessanti ma non fu così. Forse perché è proprio dietro la cosiddetta ‘normalità’ che si nasconde la più atroce delle follie.”.
Come già vi avevo detto, credo di aver trovato un comune denominatore che lega tra loro questi racconti di morte. Infatti, tutti gli assassini sembrano aspettarsi che l’interlocutore capisca (e approvi) il loro macabro punto di vista. In altre parole, sono tutti convinti che il crimine commesso sia stato un atto comprensibile e, in qualche modo, persino inevitabile.
Ancora una volta, vi invito ad acquistare questa opera letteraria; l’edizione economica della Sellerio potrebbe essere un piccolo, ma gradito, regalo di Natale per i vostri amici. La mia speranza è ancora la stessa: forse, la comprensione di un omicidio, ci potrà aiutare a capire meglio l’oscura banalità del mondo in cui viviamo.
Ecco la terza serie di “Delitti esemplari”.
Delitto no. 11
Questo mi secca: che voi crediate che non mi fossi accorta del semaforo. Invece sì. Mi fermai, anche se nessuno può testimoniarlo. Io frenai, e l’auto si fermò. Subito dopo si accese il verde ed io proseguii. La guardia fischiò, e io non mi fermai perché non potevo certo pensare che fosse per me. Mi raggiunse subito con la sua motocicletta. Mi parlò in malo modo: ”Cosa crede, perché è donna, che il Codice della strada sia fatto solo per chi porta i pantaloni?”. Gli assicurai che allo stop mi ero fermata. Glielo dissi, glielo ripetei. E lui, che se volevo avrei potuto evitare la multa… Mi ribellai. La bugia era così evidente che mi fece ribollire il sangue. So bene che non voleva più di 2 pesos, 3 al massimo. Mi sta bene pagare una piccola tangente quando si è commessa un’infrazione, oppure se si cerca un favore. Ma in quel caso lui era in piena malafede. Io avevo rispettato i segnali! E poi il tono: siccome sapeva di aver torto era andato in bestia. Aveva visto una donna sola ed era sicuro di spuntarla. Io tenni duro. Ero decisa ad andare al Comando di Polizia e piantare una grana. Io ero passata con la luce verde! Mi guardò sornione, si piazzò davanti alla macchina e cominciò a prendere il numero di targa. Non so di preciso cosa successe, ma quell’uomo non aveva alcun diritto di fare quel che stava facendo: avevo ragione io! Furibonda misi in moto e partii di scatto…
Delitto no. 12
La squartai dal basso in alto, come una pecora, perché guardava indifferente il soffitto mentre faceva all’amore.
Delitto no. 13
“Ancora un pochino”. Non potevo dire di no, e io non posso soffrire il riso. “Se non ne prende ancora un pochino dovrò pensare che non le piace”. Non ero in confidenza con quella famiglia. Dovevo assolutamente ottenere un favore, e c’ero quasi riuscito. Ma quel riso… “Ancora un po’!” continuava a dire, “un pochino ancora!”. Ero imbarazzato. Sentii che stavo per vomitare. Non c’era altro da fare, e lo feci. La povera signora restò con gli occhi sbarrati, per sempre.
Delitto no. 14
A voi non è mai venuta voglia di eliminare uno di quei venditori di biglietti della lotteria, quando diventano noiosi, insistenti, supplicanti? Io l’ho fatto, a nome di tutti!
Delitto no. 15
Erano tre anni che ci morivo dietro. Finalmente avevo un vestito nuovo. Un abito chiaro, come l’avevo sempre desiderato. Avevo risparmiato, lira su lira, e finalmente eccolo qua: con i suoi bei risvolti alla moda, i pantaloni ben stirati, gli orli non sfilacciati… E quell’omaccio grosso, sordo, schifoso, forse senza volere, lasciò cadere la cicca del suo sigaro e me lo bruciò. Gli fece un buco orrendo, nero, coi bordi color caffè. Gli infilzai la forchetta nella gola. Ci mise parecchio a morire.








